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Italia, quando il cambiamento fa più paura del declino

Quando una società confonde la prudenza con l’immobilismo, il cambiamento diventa una minaccia e non più una possibilità. Tra Vico, Machiavelli, il declino competitivo italiano e la lentezza europea, il nodo è sempre lo stesso: senza il coraggio di rischiare, nessuna rinascita comincia davvero.

L’espressione “corsi e ricorsi storici” richiama la teoria formulata dal filosofo napoletano Giambattista Vico, secondo cui la storia delle civiltà non procede in linea retta, ma attraverso cicli ricorrenti.

Le società nascono, si sviluppano, raggiungono il loro apice, decadono e infine risorgono, attraversando fasi storiche che spesso si ripetono.

Quando una civiltà raggiunge il massimo della propria maturità, subentrano frequentemente corruzione, egoismo, indifferenza e disordine. È il momento in cui il sistema entra in crisi e rischia di regredire verso una nuova forma di barbarie, riavviando il ciclo storico.

La caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C. viene tradizionalmente indicata come l’inizio del Medioevo. Eppure, quel lungo periodo non fu soltanto un’età oscura, ma anche una fase di trasformazione profonda che pose le basi dell’Europa moderna. In Italia, quel percorso culminò nel Rinascimento.

Provando a traslare questa lettura ciclica alla situazione attuale dell’Italia e dell’Europa, la domanda diventa inevitabile: in quale fase storica ci troviamo oggi?

Niccolò Machiavelli, nel Capitolo VI del Principe, descrive con straordinaria lucidità le difficoltà del cambiamento. L’introduzione di nuovi ordinamenti, scrive, rappresenta l’impresa più rischiosa e incerta per chi governa.

Ogni trasformazione produce inevitabilmente due schieramenti contrapposti.

Da una parte ci sono i nemici accaniti del cambiamento, cioè coloro che traggono vantaggio dal vecchio sistema e difendono lo status quo per interesse, rendita o conservazione del potere.

Dall’altra vi sono i sostenitori tiepidi dell’innovazione, quelli che potrebbero beneficiare del nuovo ordine ma che esitano a esporsi per paura, convenienza o semplice scetticismo.

L’Italia sembra essersi progressivamente identificata con il primo fronte. Il cambiamento viene percepito più come una minaccia che come un’opportunità, mentre il resto del mondo accelera.

Altri Paesi investono, innovano, pianificano. Noi discutiamo, rallentiamo, rinviamo. E il risultato è un progressivo arretramento competitivo ed economico che rischia di relegarci ai margini dell’Europa più dinamica.

L’Italia continua a mostrarsi come il Paese del veto permanente, incapace di affrontare la modernizzazione senza trasformarla immediatamente in uno scontro ideologico.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati i “No” a infrastrutture, energia, ricerca, grandi opere e riforme strategiche: No Tav, No nucleare, No rigassificatori, No termovalorizzatori, No trivellazioni, fino al più recente No sulla riforma della magistratura.

Affidare sistematicamente a referendum emotivi questioni di enorme rilevanza strategica pare non si stia rivelando una scelta lungimirante.

Le grandi trasformazioni e le grandi riforme richiedono visione, competenza e capacità di assumersi responsabilità politiche anche impopolari. Eppure, negli ultimi decenni, la classe dirigente italiana ha sovente preferito inseguire il consenso immediato piuttosto che costruire una prospettiva di lungo periodo.

Le responsabilità sono diffuse. Della politica, anzitutto, incapace troppo spesso di guardare oltre la successiva scadenza elettorale. Dell’informazione, che ha progressivamente rinunciato ad approfondire la complessità per inseguire polarizzazione e superficialità.

Della burocrazia, che finisce frequentemente per rallentare ogni processo di innovazione. E, più in generale, di un clima culturale che tende a diffidare di tutto ciò che rompe abitudini consolidate.

Negli ultimi anni, inoltre, il conflitto pubblico ha assunto forme sempre più radicali e polarizzate. Manifestazioni violente, occupazioni di infrastrutture, paralisi territoriali e campagne permanenti contro qualsiasi progetto strategico hanno contribuito ad alimentare un clima di sfiducia e immobilismo.

Il rischio è quello che l’amico Alessandro Tedesco definisce infantilismo politico: una progressiva semplificazione del dibattito pubblico, dominato sempre più da slogan, tifoserie e comunicazione emotiva.

Se nel passato la politica italiana esprimeva figure capaci di confrontarsi sui grandi temi della politica estera, dell’economia, del diritto e dell’industria con profondità culturale e proprietà di linguaggio, oggi prevale spesso una comunicazione istantanea, costruita per il ciclo dei social network più che per il governo della complessità.

Basta rivedere le tribune politiche degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, conservate negli archivi Rai, per cogliere la differenza di livello nel linguaggio, nella dialettica e nella preparazione media della classe dirigente.

Oggi, al contrario, la politica sembra sempre più dominata dall’improvvisazione e dal populismo.

Servirebbe una profonda scossa culturale. Eppure, il nostro Paese appare stanco, disilluso, ripiegato su un intrattenimento continuo che raramente alimenta pensiero critico o consapevolezza civica.

In una società che legge meno, approfondisce meno e vive immersa nella velocità dei social network, la disinformazione trova terreno fertile.

Anche per questo la guerra cognitiva e la manipolazione informativa portate avanti da Mosca ormai da anni attecchiscono e risultano particolarmente efficaci nel nostro territorio.

La competizione con il futuro si sta trasformando in una rincorsa sempre più difficile. E il divario tecnologico con le grandi potenze industriali rischia di diventare strutturale.

In Europa, se possibile, il quadro appare solo parzialmente migliore.

Mario Draghi, autentico punto di riferimento della leadership europea, ha recentemente ricevuto il Premio Carlo Magno pronunciando un discorso molto applaudito.

Il nostro Filippo Piperno ha posto una domanda fondamentale: l’Europa è ancora capace di muoversi alla velocità richiesta dalla storia?

Finora, la risposta sembra essere negativa.

Mentre l’Unione Europea affronta le tensioni geopolitiche generate dalla guerra in Ucraina, la crisi energetica, la competizione tecnologica globale e la ridefinizione degli equilibri internazionali, continua a mostrare lentezza decisionale e difficoltà strategica.

Eppure, la questione dell’autonomia strategica, tecnologica e militare europea è ormai centrale.

Difesa, sicurezza, spazio, ricerca e tecnologie dual use non rappresentano più settori separati, ma elementi integrati della competizione geopolitica del XXI secolo.

Le capacità spaziali, in particolare, influenzano in modo determinante deterrenza, intelligence, comunicazioni, credibilità internazionale e superiorità tecnologica.

Gli investimenti europei nel settore spaziale per sicurezza e difesa restano però nettamente inferiori rispetto a quelli delle grandi potenze.

Gli Stati Uniti investono oltre quindici volte più dell’Europa nel comparto spaziale militare, mentre soltanto una quota marginale dei bilanci spaziali europei viene destinata a programmi legati alla difesa. Sono numeri che fanno riflettere.

Il rischio è evidente: mentre Stati Uniti e Cina accelerano, Europa e Italia continuano a trasmettere l’immagine di sistemi economici e politici incapaci di adattarsi alla velocità del cambiamento contemporaneo.

Ci stiamo forse avviando verso un nuovo Medioevo?

Vuole essere una provocazione. Ma ogni civiltà che rinuncia a innovare, investire e rischiare finisce inevitabilmente per perdere centralità, ricchezza e influenza.

La storia ci insegna che nessun declino è irreversibile. Ma insegna anche che nessuna rinascita avviene senza il coraggio del cambiamento.

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