Un libro su Mario Draghi prova a sottrarre l’ex presidente della BCE alle caricature opposte del salvatore e del tecnocrate. Ne emerge un profilo più complesso, tra formazione economica, servizio pubblico, responsabilità politica e una domanda ancora aperta sull’Europa

Il merito principale del libro “Mario Draghi. La speranza non è una strategia” (edito da Santelli), a firma della giornalista e saggista Cristina La Bella, è quello di sottrarre l’ex presidente della BCE alla doppia semplificazione che lo ha accompagnato per anni: quella agiografica del “salvatore dell’euro” e quella polemica del tecnocrate freddo e distante.
L’autrice restituisce piuttosto una figura stratificata, attraversata da tensioni reali tra responsabilità pubblica e dimensione privata, tra razionalità economica e sensibilità umana.
La Bella costruisce un ritratto che trova la propria forza nella dichiarata rinuncia a un’impossibile neutralità, adottando un punto di vista consapevole che le consente di non scadere né nella celebrazione né nella demolizione del presidente Draghi, mantenendo una tensione interpretativa costante.
Il risultato? Un racconto che si sviluppa lungo un arco ampio, dall’infanzia segnata dalla perdita dei genitori fino al recente ruolo europeo, e che riesce a tenere insieme il dato storico, l’analisi economica e l’intuizione narrativa.
Ne emerge un “Draghi tridimensionale”, capace di contraddizioni e di evoluzioni, come dimostra già il paradosso iniziale della sua tesi universitaria contraria alla moneta unica, poi divenuta l’oggetto stesso della sua azione più celebre.
La Bella è particolarmente efficace nel ricostruire i passaggi formativi, dal rapporto con Federico Caffè all’esperienza al MIT con Franco Modigliani, mostrando come il pragmatismo dell’economista origini da una matrice culturale solida e non da un semplice tecnicismo.
Nel libro risultano pregevoli anche le pagine dedicate alle figure di riferimento istituzionale, come Carlo Azeglio Ciampi, che contribuiscono a delineare un’idea di servizio pubblico fondata su disciplina e visione europea, capace di ispirare la formazione e l’esecuzione dell’azione decisionale di Mario Draghi.
Eppure, l’autrice non elude i nodi più controversi della sua esperienza, dalle privatizzazioni degli anni Novanta al passaggio in Goldman Sachs, fino alle tensioni politiche durante l’esperienza a Palazzo Chigi.
Li inserisce tuttavia in un quadro più ampio, evitando scorciatoie complottiste e restituendo complessità ai contesti, come nel caso del dibattuto episodio del Panfilo Britannia o delle critiche ricevute dalla Bundesbank durante la crisi dell’euro.
Centrale, naturalmente, è la stagione della BCE e quel “whatever it takes” che diviene non solo un momento iconico, ma il punto di convergenza di un’intera biografia.
È il risultato di un percorso fatto di rigore, capacità decisionale e disponibilità a rompere schemi consolidati, qualità che La Bella interpreta non come freddezza, ma come una forma particolare di responsabilità.
Altrettanto riuscita è la rappresentazione del Draghi presidente del Consiglio, colto nel tentativo di tenere insieme unità nazionale e decisioni impopolari, in un equilibrio instabile che riflette la più ampia tensione tra tecnica e politica che attraversa tutto il libro.
Sul piano stilistico, l’alternanza tra ricostruzione storica e dettaglio umano funziona come dispositivo narrativo per avvicinare il lettore senza banalizzare il soggetto.
L’uso di fonti eterogenee contribuisce inoltre a dare solidità a un impianto che resta sempre leggibile anche per i non specialisti.
Particolarmente significativa, infine, è l’attenzione al presente e al futuro, con l’analisi del rapporto sulla competitività europea affidato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
Questo passaggio permette all’autrice di chiudere il cerchio, mostrando una figura tecnica e al tempo stesso politica ancora pienamente inserita nel dibattito globale.
Draghi appare così portatore di una visione che insiste su innovazione e sicurezza economica per l’Unione europea, scontrandosi al tempo stesso con i limiti strutturali dell’Unione.
Il libro, opera prima ambiziosa e riuscita dell’autrice, risulta capace di offrire insieme una biografia e una chiave di lettura per comprendere l’Europa contemporanea e il ruolo che figure come Draghi continuano a svolgere in essa.
Resta, in fondo, una domanda tutt’altro che retorica: siamo davvero disposti, come suggeriva John Maynard Keynes, a cambiare opinione quando cambiano i fatti, o preferiamo restare ancorati alle nostre narrazioni più comode?