Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA

Qui troverai i post del giorno che puoi leggere liberamente e se ti interessano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare correttamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

Sul premierato l’Italietta cincischia e dal Regno Unito arriva una bella lezione. Ma prima bisogna cambiare la legge elettorale.

Mentre l’Italietta cincischia con la riforma del premierato – da una parte c’è l’imposizione di un testo pasticciato da parte del governo, dall’altra il muro di sbarramento pregiudiziale da parte dell’opposizione – dal Regno Unito arriva una bella lezione di governabilità. “Con la vittoria del Labour e l’incarico immediato a Keir Starmer in Gran Bretagna ha funzionato una forma di premierato forte”, assicura Claudia Mancina, intellettuale riformista e già docente di Etica alla Sapienza di Roma. Allo stesso modo, aggiunge, “il ballottaggio francese, che molti commentatori considerano produttore di caos, ha prodotto una situazione limpida in cui le desistenze sono state accettate. Il meccanismo ha funzionato eccome e non è affatto una distorsione della democrazia come hanno detto, non a caso, sia Jordan Bardella, il portavoce del Rassemblement National, sia Sergej Lavrov, il ministro degli esteri russo”. L’appello trasversale .Mancina è tra i firmatari e promotori di un appello trasversale e bipartisan, presentato ieri a Roma all’Hotel Nazionale di Piazza Montecitorio, che chiede a tutte le forze parlamentari di collaborare seriamente ed efficacemente alla realizzazione della modifica della forma di governo. Il documento è stato elaborato da quattro associazioni e fondazioni (Magna Carta, Io Cambio, Libertà Eguale, Riformismo e Libertà) che nei mesi scorsi hanno prodotto una serie di note critiche e proposte di modifica del testo di governo e una maratona oratoria per attirare l’attenzione sul tema. Sul tavolo c’è il testo voluto fortemente da Giorgia Meloni e steso da Maria Elisabetta Casellati, ministra per le riforme costituzionali: un testo che le quattro associazioni considerano utile per aprire il processo di riforma, ma assai pasticciato. Il sistema di voto. “La nuova legge elettorale resta avvolta nel mistero, ma la riforma del premierato resta inapplicabile se non si scioglie il nodo del sistema di voto. È la stessa riforma che lo prevede”, avverte Giuseppe Calderisi, origini radicali, già deputato di Forza Italia e superesperto di sistemi elettorali. In pratica, il disegno di legge stabilisce che il premier è eletto direttamente, ma non dice come. Eppure il sistema elettorale è parte fondamentale della forma di governo. Basta ricordare qui l’esempio del Regno Unito, in cui la forza del premier si basa sul sistema uninominale maggioritario, e della Francia, dove il presidente della Repubblica può contare sull’efficacia del sistema a doppio turno. Senza contare che un premier eletto direttamente finirebbe presto nella palude del bicameralismo perfetto che, tra i paesi europei più avanzati, esiste soltanto in Italia. Infine, Calderisi accende una luce su un enorme ‘baco’ del sistema: il voto degli italiani all’estero i quali “oggi pesano 5 volte meno rispetto al loro numero. Ma con l’elezione diretta del premier gli italiani residenti all’estero conterebbero per tutti i loro voti, e pertanto potrebbero risultare decisivi, determinando una contraddizione gravissima tra l’esito elettorale in voti e quello in seggi”. Nessuna proposta alternativa. Tuttavia, a dispetto delle osservazioni critiche e senza lasciare grande spazio al dibattito, lo scorso 18 giugno l’aula del Senato ha approvato il disegno di legge costituzionale che introduce l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Da parte dell’opposizione, però, non c’è nulla, neanche uno straccio di proposta alternativa, soltanto un muro pregiudiziale e ottuso. Finora il Partito Democratico ha solo agitato la trita minaccia fascista dell’uomo solo al comando, rifiutando l’idea di sedersi al tavolo per contribuire a migliorare il testo. Mercoledì scorso, durante un convegno a Roma del Pd, risibile a partire dal titolo (“Premierato e autonomia tra diritti, partecipazione e potere: quale prezzo per le donne”), la segretaria del Pd Elly Schlein ha affermato che il premierato sarebbe nientepopodimeno il frutto “del patriarcato oppressivo in cui si fa valere la legge del più forte”. La lettura di Claudia Mancina ed Enrico Borghi. Di fronte al modo in cui funzionano le democrazie liberali occidentali è la prova provata dell’imbarazzante goffaggine dell’attuale controproposta politica e costituzionale da parte del partito cardine dell’opposizione. Viceversa, spiega ancora Mancina, “se non si fa una riforma condivisa perde l’Italia. Oggi abbiamo di fronte un duplice rischio: una riforma fatta male oppure una buona riforma che viene bocciata per partito preso”. Quindi aggiunge una nota di fiducia: “Potrebbe essere la volta buona ma solo se il governo è disponibile a dialogare e se il Partito Democratico abbandona la pregiudiziale postura di guerra che ha assunto”. All’iniziativa delle quattro associazioni partecipa anche Enrico Borghi, capogruppo di Italia Viva al Senato. “Il premier eletto direttamente dai cittadini non è lesa maestà”, garantisce l’esponente di Iv, “ma bisogna uscire dalla contrapposizione muscolare tra l’imposizione del governo e le barricate dell’opposizione”. Infine, serve chiarezza sulla legge elettorale“Fratelli d’Italia sarebbe disposta al ballottaggio con doppio turno, ma Lega e Forza Italia resistono”, rivela Borghi.

La fuga dei donatori, il silenzio di Obama e i sondaggi: assedio a Biden per convincerlo a ritirarsi.

L’osservato speciale del vertice Nato non trova pace. Così a poche ore dalla conferenza conclusiva in cui avrà tutti gli occhi puntati addosso, Joe Biden deve fare i conti con una serie di colpi difficili da incassare.Il nodo dei donatori. La prima spallata trapela dalla Cnn che fa sapere come in queste ore parte dei donatori democratici starebbe congelando i fondi per la campagna elettorale del presidente fortemente preoccupati dalla reale possibilità di una sua rielezione. “Tutto è congelato perché nessuno sa cosa succederà. Tutti sono in modalità di attesa”, ha affermato lo stratega citato dalla testata americana che sottolinea come in queste ore l’attenzione verso qualsiasi mossa del leader sia massima. Ad alimentare l’inquietudine dei donatori sono le performance del candidato dem che sono andate deteriorando fino alla debacle del confronto televisivo con Donald Trump. “Le donazioni più ingenti hanno subito un notevole rallentamento dopo il dibattito”, ha spiegato alla Cnn un fundraiser democratico. Quelle di piccolo importo, ha aggiunto, procedono a ritmo sostenuto ma la campagna elettorale – ha avvertito – è troppo grande per poter vivere solo di queste”.Il primo senatore. E sempre in queste ore Peter Welch è il primo senatore democratico a chiedere pubblicamente al presidente di abbandonare la corsa alla rielezione alla casa bianca mentre aumentano le preoccupazioni sulla sua età e forma fisica. “Per il bene del Paese, chiedo al presidente Biden di ritirarsi dalla corsa”, ha affermato il senatore del Vermont in un articolo apparso sul Washington Post. E, sull’onda della preoccupazione per la possibile funga di finanziatori, il leader della maggioranza democratica al senato Chuck Schumer ha segnalato in privato ai donatori di essere aperto a un candidato presidenziale democratico diverso dal presidente Biden.La sfiducia nonostante la parità. Un altro duro colpo da digerire è quello relativo ad un sondaggio condotto da Abc News/Washington Post/Ipsos su un campione composto per la gran parte da sostenitori di Biden. Due terzi degli americani sostiene che il presidente dovrebbe farsi da parte. Questo nonostante Biden continui ad essere alla pari con Trump, segnale che apparentemente non c’è stato alcun cambiamento significativo nelle intenzioni di voto post-dibattito. [[(gele.Finegil.Image2014v1) ATLANTA, GEORGIA, UNITED STATES – JUNE 27: President of the United States Joe Biden and Former President Donald Trump participate in the first Presidential Debate at CNN Studios in Atlanta, Georgia, United States on June 27, 2024. (Photo by Kyle Mazza/Anadolu via Getty Images)]] Il 67% in totale sostiene appunto che dovrebbe ritirarsi dalla corsa. Inoltre, l’85% crede che sia troppo anziano per un secondo mandato. Inoltre, il sondaggio, indica Trump davanti a Biden di 30 punti percentuali, 44%-14% in quanto considerato maggiormente dotato delle capacità mentali necessarie per servire come presidente. Il vantaggio di Trump è altrettanto ampio per quanto riguarda la salute fisica. L’indice di approvazione del lavoro di Biden è stabile, anche se ad un debole 36%. Sebbene nessuno dei due sia popolare, Biden continua ad avere un indice di favore personale migliore rispetto a Trump. E precede il tycoon di 17 punti, 39%-22%, nell’essere considerato più onesto e affidabile.L’indiscrezione. Come se non bastasse, un’altra testata, in questo caso Politico, ha rivelato come in realtà l’ex presidente Barack Obama avrebbe saputo con largo anticipo dell’esplosivo appello di George Clooney a Joe Biden a ritirarsi, pubblicato sul New York Times. Ma pare che, sebbene non abbia incoraggiato la mossa, non abbia comunque fatto nulla per ostacolarla o dissuaderla. Mentre a reagire alle esternazioni di Clooney è stato lo stesso Donald Trump che sul suo social ha affermato che secondo lui George Clooney “dovrebbe uscire dalla politica e tornare alla televisione. Il cinema non ha mai funzionato per lui”. Trump attacca Clooney, definendolo “un attore finto” che “non è mai riuscito a fare un grande film”, il quale – con il suo appello – “si è messo contro il corrotto Joe, come i topi che entrambi sono”.

IL PROBLEMA È ! DICE LA VERITA? O È LA SOLITA RUFIANATA MELONIANA!

Meloni blocca Salvini e critica Orban: “Sull’Ucraina la nostra linea non cambia, tutto il mondo lo sa. Dopo i viaggi del premier ungherese Putin ha bombardato un ospedale”. E sulla sfida tra Trump e Biden: “Non interferisco, ma i repubblicani conservatori come noi” Vi invito a leggere l’accordo firmato nel 2016 da Salvini con il partito ripussia unita (quello di putin). Accordo tacitamente rinnovato a invasione dell’Ucraina iniziata…Notate il punto uno: n1. Le Parti si consulteranno e si scambieranno informazioni su temi di attualità della situazione nella Federazione Russa e nella Repubblica Italiana, sulle relazioni bilaterali e internazionali, sullo scambio di esperienze nella sfera della struttura del partito, del lavoro organizzato, delle politiche per i giovani, dello sviluppo economico, così come in altri campi di interesse reciproco. Scambio di informazioni… Questo é il compito principale che ha oggi Salvini in Italia, insieme, ovviamente, a quello di minare costantemente dall’interno il sostegno all’Ucraina. Su di lui mosca aveva altri piani, ma il fallimento elettorale lo ha ridimensionato dal possibile Orban Italiano” a informatore collaborazionista. POI: La premier al termine del summit Nato a Washington prova a restare in equilibrio, ma sul leghista è netta. E su Biden: “Se l’ho visto lucido? L’ho visto bene” Guardate la foto, non è difficile indovinare il pensiero di queste persone nascosto da sorrisi di circostanza. Sembra quasi le dispiaccia. Guardo la foto del vertice…e guardo Giorgia…il sorriso.. gli occhietti furbi….vede bene Biden….o qualcos’altro? L’HO VISTO BENE….L’ha visto bene con gli occhi…non se sta bene….ed è lucido.. Ringraziamo di avere una Premier lucida….che sa che Putin non è il capo dell’Ucraina e che Salvini è il suo vice e non Elly… Ma ragazzi miei.. dato il contesto è una tragedia…. Si potrebbe fare un grande film di fantapolitica…con alla fine ,durante la conferenza stampa un Biden che si toglie la maschera e si rivela come un folle agente nordcoreano… Ma abbiamo un Batman o un Supermen che ci aiuta a terminare il film da incubo?Ultimamente la vedo pervasa da un grande senso di smarrimento. Orban, amico o nemico? Idem per Salvini, per Abascal, per la Lepen. Le conviene cambiare partito anche perché appena scoprirà che Mameli era un estremista garibaldino avrà una crisi d’identità. Chiesero un giorno a Platone quale fosse il segreto del successo! Lui rispose che non lo conosceva, ma sapeva bene quale è il segreto dell’insuccesso: quello di cercare di accontentare tutti ad ogni costo! Chissà se la nostra cara ‘pescivendola’ sa che è esistito un certo Platone, e che il suo comportamento si rispecchia perfettamente nella descrizione che Platone fa dell’insuccesso. Ma no, non può conoscerlo; una donna di cotanta cultura mica può perdere tempo appresso a gente come Platone, che non si capisce neanche perché venga ricordato!!!!!!!! Per Bacco!!!! HANNO MANGIATO PANE E VOLPE. Alla fine del congresso Meloni dice che “manteniamo gli impegni presi ma bisogna immaginare nuove soluzioni “, praticamente non ci sono i soldi e chiedono lo scorporo dal bilancio per le armi. POI: Non è sufficiente definirsi “conservatori”. Dipende da che cosa si conserva. Se si conserva roba scaduta e ammuffita presa dal solaio, come il busto del duce di La Russa, non si sta conservando un bel niente ma riciclando ferrivecchi. PS: La Meloni è a un passo, diciamo due passi, dal diventare una cosa seria. Avversaria ma seria, che non è poco in Italia. Spinta dal si spera provvisorio sodale, potrebbe smetterla di vaneggiare sistemi autoritari e populisti, lasci stare il Parlamento e si dedichi a fare riforme e basta. Sinceramente, come va di moda dire adesso, mi rallegra di più avere dall’altra parte persone serie che non ottenere i pur auspicabili patti larghi nostrani. A fare comizi é brava ….il resto é sotto gli occhi di tutti….ma del resto , con il diplomino delle serali in tasca é difficile. AGGIUNGO E CHIUDO: Leggendo i commenti pro meloni dico ad alta voce: Chiunque sia sano di mente e di corpo non credo possa auspicare la vittoria di Trump. Non è una questione di opinioni. Trump incarna oggettivamente il male assoluto. Certo ci sono milioni di persone che hanno una difficoltà congenita a distinguere il bene dal male. Quindi, dicono cose del tipo “meglio Putin che Mattarella…oppure i vaccini fanno male…oppure intitolano un aeroporto a Berlusconi….oppure votano Vannacci….oppure invitano a cori fascisti o magari pensano di dedicare, perché no, uno scalo a Dell’ Utri” cose così insomma. Qualcuno pensa che sia “normale ” tutto ciò. IO NON UN BRICCIOLO DI DIGNITA LA TENGO ANCORA.

Per nostra fortuna (e del mondo intero) non deciderà lei il futuro politico degli Stati Uniti d’America.

Biden, gaffe a raffica: chiama Zelensky “Putin” e Kamala Harris “Trump”. “Ma voglio finire il lavoro. Resto il più qualificato per batterlo” La conferenza stampa conclusiva del vertice Nato era considerata come l’ultima prova d’appello concessa al presidente, per dimostrare che può ancora condurre la campagna elettorale. Ma la macchina per sostituirlo intanto si era già messa in moto. Certo che i democratici americani sono messi male con la parte più radicale che continua a sostenere un Biden ormai frullato destinato alla sconfitta. Il problema è che, sentendo le varie trasmissioni, ho capito che molte poltrone sopravvivono allo spoil system, quindi preferiscono gareggiare col super-rinco che uno (una ?) molto più giovane; è questa (fino adesso) la grande colpa dei democratici. Purtroppo quelle di Biden non sono affatto gaffe, ma chiari segni di un decadimento dovuto all‘età. Non parlerei di Alzheimer, tanto meno in fase avanzata. Il problema non è tanto di quali siano le condizioni di Biden, che magari potrebbe, sostenuto da buoni collaboratori, forse ancora svolgere quanto gli compete come presidente USA, ma l‘immagine che dà di sé, quella di un uomo anziano, fragile, che soffre di disturbi neurologici, come molti suoi coetanei e che non mostra il vigore – forse più apparente che reale – del suo contendente, di non molto più giovane. Per nostra fortuna (e del mondo intero) non deciderà lei il futuro politico degli Stati Uniti d’America Premesso che tra Paperino e Trump voterei comunque per il più simpatico e squattrinato (ma anche Gamba di legno…) o a Biden hanno impiantato un chip nel cervello (magari attraverso un vaccino…) o ha un contratto con Crozza e i suoi autori per il miglior personaggio della prossima serie. Confesso che ho paura. Biden commette gaffe che finora fanno sorridere benevolmente, ma è anche un anziano presidente a cui si chiede di rinunciare alla sua candidatura. Una umiliazione per un politico di così lunga e prestigiosa carriera. Ma è pur sempre un uomo, soggetto a passioni che in vecchiaia ed in questo frangente possono tracimare. E siccome siamo in guerra contro la potenza nucleare, forse la più potente, non vorrei che fosse preso dalla tentazione di sfide impossibili e rischiose pur di avere qualche speranza di rimanere in sella. Sarà bene incrociare le dita e che il cielo ce la mandi buona. Una democrazia considerata la più potente e rappresentativa a livello mondiale che incontra tante difficoltà nel sostituire un leader che non è più tanto lucido, qualche problema di agibilità e agire democratico deve averlo, tutto a vantaggio di uno sfidante molto “suprematista”.

Renzi sempre e comunque resta il fuoriclasse della politica.

«Dicevano che non mi voleva votare nessuno, eppure sono molto soddisfatto delle oltre duecentomila preferenze prese in quattro circoscrizioni. Un dato pazzesco per un partito che non ha raggiunto il 4%. Tuttavia non aver raggiunto il quorum mi fa sentire come il giocatore che ha fatto una gran partita, ha segnato una tripletta, ma la squadra è stata eliminata. Dobbiamo prendere atto che per Italia Viva si chiude un ciclo. Sono stati cinque anni esaltanti: abbiamo cominciato mandando a casa Matteo Salvini al Papeete, poi l’operazione Giuseppe Conte-Mario Draghi, quindi abbiamo salvato il Quirinale dall’arrivo di una dirigente dei servizi segreti, abbiamo costruito un Terzo Polo che solo l’incultura politica di Calenda poteva distruggere. Oggi abbiamo due gruppi parlamentari importanti e dobbiamo agire da adulti, per dirla con Glucksmann, scegliendo se insistere con il Terzo Polo in solitaria o rassegnarsi al bipolarismo e accettare la sfida di un centrosinistra larghissimo, senza accettare veti su di noi ma a quel punto senza mettere veti sugli altri. Questo è il tema vero. Io ho una unica ambizione: affermare le ragioni della politica e non del populismo. Perché questo mondo pazzo ha bisogno di più politica. E io darò una mano giocando a centrocampo, non da centravanti». CONDIVIDO MA: Per il bipolarismo ci vuole condivisione e coesione di programmi cosa che la sinistra non è mai riuscita ad avere. (I governi Prodi con l’ulivo e con l’ammucchiata della sinistra ne è stata la conferma lampante.) Mentre le ammucchiate della destra, quando arrivano a governare, pur di stare al governo sono capaci di ingollare anche i rospi velenosi. Questo credo che sia un grosso problema per la sinistra italiana, non abbiamo dimenticato le ammucchiate di Prodi buttate a mare prima da Bertinotti e poi da Mastella!! La. Sinistra è meglio che stia all’ opposizione! Fa meno danni e Meno Tasse!!!. Dalle sconfitte si impara, apprezzo il fatto che ci sia consapevolezza che è arrivato il momento di fermarsi e riflettere , in quanto qualcosa di nuovo e più potente può nascere !! Comunque I.V. non è stato un flop! semplicemente la gente non si ferma a riflettere e passa da un estremo all’altro. Spiegare cosa vuole fare un partito liberale e riformista è complicato a chi vede solo il bianco o il nero! Ora ciò che dice RENZI è la! Scelta giusta … Spiace per chi come me aveva creduto in una idea riformista e capace ma purtroppo in Italia non funziona così ……. In bocca al lupo Matteo ….  PS: MA NON Dite SIGNORI ITALIOTI: che deve dare spazio ai più modesti di lui??? Come facciamo andare avanti con i mediocri ? perché le idee di un genio nessuno le capisce!!!! Ma vi siete bevuti il cervello o cosa, è meglio uno cosi cosi tanto per esserci o uno che sa la strada da percorrere!!!!! NON VI SONO BASTATI I GOVERNI .ATTUALI e PASSATI DEI MEDIOCRI!

C.sinistra: Renzi, ‘bene Schlein che dice ‘no veti’, è formula vincente e unificante’

Io ho una unica ambizione: affermare le ragioni della politica e non del populismo. Perché questo mondo pazzo ha bisogno di più politica. E io darò una mano giocando a centrocampo, non da centravanti».  “Se la sinistra si unisce e la destra italiana ha un ‘Farage’, da qui ai prossimi mesi è tutta una lenta caduta per Meloni. Perché ha perso posizioni in Europa: lei aveva tre grandi amici, Sunak, Orbán e Vox. Da tutti e tre, per una ragione o per un’altra, non ha più un sostegno, né un gruppo forte in Ue”. Lo dice Matteo Renzi a Repubblica intervistato a Londra al suo esordio al Tony Blair Institute del quale è diventato consulente strategico. Il ‘Farage’ di Meloni è Matteo Salvini? ?Può darsi, ma è più difficile. Salvini alla fine si accomoda. Secondo me potrà essere un Vannacci che decide di fare il terzo incomodo come Farage in Gran Bretagna alle ultime elezioni. Oppure potrà essere la destra radicale, che farà pagare a Meloni il suo presunto abbandono della linea tradizionalista?.
“Dall?altra parte -continua Renzi- ecco invece la bravura di Elly Schlein. Schlein dice ‘no veti’, a differenza di Letta per cui ‘Renzi mai’, dopo lo ‘stai sereno’… Poi governare sarà un problema successivo, magari finirà come l?Unione di Prodi? ma il messaggio di Schlein è perfetto perché a me e agli altri, come Fratoianni o Conte, lei dice ‘niente veti’ ed è una formula vincente ed unificante?.
Per Renzi, ci sono altri due problemi per Meloni: ?Il tema dell?autonomia, che stanno sottovalutando. Anche se il referendum non fa il quorum, è un problema pazzesco per lei. Terza: la questione economica, perché la presidente del Consiglio non riesce a chiudere il bilancio?. Insomma, per l?ex sindaco di Firenze, ?i prossimi 12 mesi saranno complicati per Meloni. Perciò voglio dare una mano all?opposizione, pur sapendo che non potrò essere in prima linea. Quindi il fatto di avere tante chiamate internazionali, mi aiuta molto, perché fuori dall?Italia riconoscono il lavoro che abbiamo fatto. E per me, Tony Blair è il top?.

‘Obama sapeva e non si è opposto all’appello di Clooney a Biden’

Continua il periodo no per Joe Biden. L’ex presidente americano Barack Obama avrebbe saputo in anticipo dell’esplosivo appello di George Clooney che chiedeva al dem sulle pagine del New York Times di ritirarsi ufficialmente dalla corsa alla Casa Bianca. E quindi dal testa a testa con il repubblicano Donald Trump. Secondo quanto riferito da fonti informate a Politico, l’ex senatore dell’Illinois non avrebbe incoraggiato l’appello dell’attore. ‘L’attore ha chiamato l’ex presidente per avvertirlo’. L’ex presidente americano Barack Obama ha saputo in anticipo dell’esplosivo appello di George Clooney a Joe Biden a ritirarsi, ma non si è opposto. L’attore di Hollywood e grande sostenitore democratico ha chiamato Obama per avvertirlo che avrebbe fatto la richiesta in un editoriale pubblicato mercoledì sul New York Times, secondo quanto riferito da fonti informate a Politico. L’ex presidente americano Barack Obama ha saputo in anticipo dell’esplosivo appello di George Clooney a Joe Biden a ritirarsi, ma non si è opposto. L’attore di Hollywood e grande sostenitore democratico ha chiamato Obama per avvertirlo che avrebbe fatto la richiesta in un editoriale pubblicato mercoledì sul New York Times, secondo quanto riferito da fonti informate a Politico.

Però siccome lo aveva detto Renzi questi inutili personaggi prelevano denaro dello Stato senza fare niente.

Anziché pensare alle difficoltà dei cittadini, Brunetta si preoccupa del suo staff. Il Cnel si conferma un buco nero per i conti pubblici, un vero e proprio poltronificio! Dobbiamo sempre ringraziare quelli che hanno votato contro al referendum di Renzi. Adesso, con il referendum sulle modifiche costituzionali del governo meloni, vediamo di ritornargli il tutto. Anche se il referendum contro Renzi è stato promosso dalla ditta e dai grullopitechi. Renzi stava ripulendo l’Italia da questi parassiti non intendo solo lo CNEL ma tutte quelle amministrazioni inutili e ciò è dovuta la sua sconfitta al Referendum, i politici del suo stesso partito, i Sindacati e tutti le forze che controllano il sistema di potere hanno temuto di essere scavalcati e di perdere i loro privilegi e grazie all’aiuto delle TV, di pseudo giornalisti e della magistratura sono riusciti a bloccare il vero Rinnovamento. Ed è grazie a “geni” come voi con il no al referendum RENZIANO che per fare dispetto a quell’antipatico di Renzi non ne hanno votato l’abrogazione. Quello che più mi fa incazzare è che proprio voi vi mettete a pontificare. Che popolo di stupidi! Noi italiani abbiamo avuto la possibilità di cambiare qualcosa, e di sinistra o di destra, l’abbiamo rifiutata. E mentre diamo tanti soldi a questi falliti i dipendenti pubblici devono pagare la tangente per avere i loro soldi del tfs/tfr. Dove sono i sindacati e i politici? Battete un colpo se ci siete. In Francia sarebbero già scesi in piazza! Tanta gente non riesce ad arrivare a fine mese, ma si tiene su un carrozzone come quello? Perché non l’ avete votata la Sua eliminazione, quando Renzi al Governo fece il Referendum col quale ha perso clamorosamente per chi non capisce un Kaiser? Troppo avanti per voi! Già…

Renzi: «C’è ancora bisogno dei riformisti»

Intervista a Matteo Renzi : Senatore Matteo Renzi qual è la sua lettura del risultato delle elezioni francesi? «Le elezioni francesi dimostrano che vincono i riformisti se giocano la partita, come dice Raphael Glucksmann, da adulti. In altri termini il modo per fermare la destra sovranista c’è: bisogna usare le armi della politica e non del populismo. Quelle che in Italia sono mancate all’appuntamento del 2022 per colpa di Enrico Letta che ha regalato Palazzo Chigi a Giorgia Meloni su un piatto d’argento. Invece Emmanuel Macron è stato e sarà di un altro livello». È vero che l’errore di Marine Le Pen e Jordan Bardella è stato quello di abbandonare a un certo punto il processo di “melonizzazione”, evitando di inserire nella campagna per il ballottaggio alcune scelte più moderate? «Io penso che fare di Giorgia Meloni un’icona a livello europeo è una cosa che raccontano soltanto quelli di Fratelli d’Italia. In altri termini un anno fa si parlava di maggioranza Giorgia in Europa. Oggi c’è una Meloni isolata che non viene considerata più come punto di riferimento nemmeno dai suoi. Più semplicemente Le Pen e Bardella non hanno mai avuto la maggioranza dei francesi, hanno avuto una maggioranza relativa, non la maggioranza assoluta. Il sistema del doppio turno, se ben congegnato come hanno fatto quelli del Fronte Popolare e quelli di Macron, è un sistema che di fatto taglia fuori gli estremisti come Le Pen e Bardella. In questo quadro, più che parlare di “melonizzazione” di altri leader, inizio ad aver paura dei problemi di isolamento dell’Italia, perché è una scelta che ci costerà molto. Giorgia è osannata dai media ma ininfluente sui tavoli internazionali. E il conto lo pagheranno gli italiani fin dalla prossima legge di stabilità». Se lei fosse al posto di Macron, cosa farebbe ora? Cercherebbe di disintegrare il Fronte Popolare che ha appena vinto? «Molto dipende dalle divisioni interne dei vari schieramenti. Per ora aspetterei calmando le acque e vedendo che cosa succede anche dentro gli schieramenti. A sinistra punterei più su François Hollande e Glucksmann che su Jean-Luc Mélenchon, ad esempio. Tuttavia è anche vero che il sistema del governo francese è un po’ diverso da quello italiano. Lì non c’è il voto di fiducia, c’è soltanto la mozione di censura. L’unica cosa che ci accomuna e che adesso fare un governo a Parigi sarà un bel caos». A livello europeo Macron esce indebolito o rafforzato dai ballottaggi? Conterà di più o di meno nelle trattative per la nuova Commissione europea? «Conterà di più perché lo davano per finito e si sono dovuti rendere conto che non è finito per niente. Dopo sette anni il presidente continua a restare in sella in modo molto forte. Giocherà sicuramente un ruolo sulla composizione della Commissione». Ci voleva il risultato francese per far capire alla sinistra italiana che solo se si è uniti si vince? Il voto francese rilancia dunque quel campo largo che lei ha sempre osteggiato? «Se devo indicare una soluzione direi che il futuro della sinistra parla più inglese che francese. È Keir Starmer che decide di non ostracizzare la memoria di Blair a fare la differenza. Ma bisogna essere onesti: Starmer vince anche per le divisioni della destra, con Nigel Farage, in Francia le cose sono un po’ diverse. In Francia più che presentarsi insieme per un governo, si sono presentati contro Le Pen, che già è qualcosa. In Italia abbiamo una oggettiva novità: Elly Schlein dice di non mettere veti e di non volere veti. Rispetto alla mossa suicida di Letta nel 2022 questa posizione marca un cambiamento oggettivo. Per Italia Viva è tempo di scelte. Siamo a un bivio: proviamo a rilanciare su un’ipotesi di un Terzo polo autonomo oppure prendiamo atto che il bipolarismo è più forte di noi e quindi costruiamo una Nuova Margherita per giocare la nostra partita dentro il centrosinistra? È per noi tempo di scegliere. Intanto lavoriamo sul referendum sulla autonomia, che è un argomento che spaccherà definitivamente la coalizione di governo». All’indomani del voto francese lei ha incontrato Tony Blair a Londra, dove una settimana fa le sinistre con Keir Starmer hanno vinto le elezioni politiche. Starmer, Macron, Blair, tutti e tre lontani dai radicalismi. C’è ancora spazio anche in Italia per un’area riformista? « Non soltanto c’è ancora spazio, ma sarà lo spazio decisivo per vincere le elezioni. Io credo che i risultati in Uk e in Francia dimostrino che il futuro del centro è decisivo per il futuro del Paese. Certo, dispiace che ci sia stato chi, come Carlo Calenda, per i propri inspiegabili e ingiustificati infantilismi ideologici abbia distrutto la prospettiva del Terzo Polo. Non capisco chi dice: hanno sbagliato tutti. No, tutti noi abbiamo proposto una lista unitaria accogliendo l’idea di Emma Bonino. Calenda, solo lui, ha voluto rompere. E tuttavia la necessità del centro riformista è evidente. Quindi penso e credo che il centro riformista sia più forte che mai. Poi magari dovrà allearsi, ma è comunque un centro riformista che segnerà la vittoria alle prossime Politiche». Dopo il fallimento dell’alleanza con Bonino alle Europee e la frattura, il divorzio con Calenda cosa farà ora Matteo Renzi? «Dicevano che non mi voleva votare nessuno, eppure sono molto soddisfatto delle oltre duecentomila preferenze prese in quattro circoscrizioni. Un dato pazzesco per un partito che non ha raggiunto il 4%. Tuttavia non aver raggiunto il quorum mi fa sentire come il giocatore che ha fatto una gran partita, ha segnato una tripletta, ma la squadra è stata eliminata. Dobbiamo prendere atto che per Italia Viva si chiude un ciclo. Sono stati cinque anni esaltanti: abbiamo cominciato mandando a casa Matteo Salvini al Papeete, poi l’operazione Giuseppe Conte-Mario Draghi, quindi abbiamo salvato il Quirinale dall’arrivo di una dirigente dei servizi segreti, abbiamo costruito un Terzo Polo che solo l’incultura politica di Calenda poteva distruggere. Oggi abbiamo due gruppi parlamentari importanti e dobbiamo agire da adulti, per dirla con Glucksmann, scegliendo se insistere con il Terzo Polo in solitaria o rassegnarsi al bipolarismo e accettare la sfida di un centrosinistra larghissimo, senza accettare veti su di noi ma a quel punto senza mettere veti sugli altri. Questo è il tema vero. Io ho una unica ambizione: affermare le ragioni della politica e non del populismo. Perché questo mondo pazzo ha bisogno di più politica. E io darò una mano giocando a centrocampo, non da centravanti». 

La nuova profezia di Renzi da Londra. E vista la reazione dei commenti, vuole rassicurarvi dicendovi.

La nuova profezia di Renzi da Londra: “Meloni cadrà se la sinistra si unisce e se la destra italiana avrà un Farage come in Uk”. E apre a Schlein. Colloquio con l’ex premier, dopo il suo esordio al Tony Blair Institute del quale è diventato consulente strategico. Per il leader di Iv “il declino del governo è già scritto. E in Europa è rimasta sola”. Apprezzamenti alla segretaria del Pd: “Non pone veti a differenza di Letta. Voglio dare una mano all’opposizione” Matteo Renzi, che incontriamo dopo il suo esordio a Londra al Tony Blair Institute del quale è diventato consulente strategico, ne è certo: “La mia idea è che il declino di Meloni sia già scritto. Sono sicuro che Giorgia abbia iniziato la sua “caduta” e questa sarà agevolata dalla nascita di una divisione interna”. CONCORDO CARO RENZI: Quello che è successo in Inghilterra e in Francia dimostra che senza il centro alle politiche non vinci . La sinistra se vuole governare ha bisogno di Renzi , non si scappa . Ma con la tua profezia hai tolto il tappo alla botte dei commenti acidi del ITALIANO UGNRANTE. ED è: La dimostrazione più evidente dell’importanza e del peso di Renzi nella politica italiana è data dall’enorme numero di commenti sotto i rari articoli in cui si parla di lui e soprattutto dalla pochezza dei commenti stessi: ripetitivi, noiosi, palesemente falsi, gratuiti, inconsistenti. Segno che l’animosità nei suoi confronti non è affatto politica ma è umana, pompata dalla narrazione che ne hanno fatto i media per anni. Ciò malgrado, Renzi continua imperterrito ad essere protagonista ed a suscitare reazioni così inconsulte. Nessun altro politico può essergli paragonato. Un altro al suo posto sarebbe stato dimenticato da tempo. Lui no, e centinaia di persone si sentono in dovere di ripetere a pappagallo le stesse cose da quasi dieci anni, sfidando il ridicolo. La cosa ha in effetti dell’incredibile… Bersani di buono ha fatto un centesimo di Renzi, mentre ha danneggiato, lui e compagni vari, la sinistra che Renzi aveva portato al successo! Renzi per qualche motivo che trovo incomprensibile resta antipatico a molti. A me non suscita particolari simpatie né antipatie. Da questo punto di vista lo trovo abbastanza neutro. Però penso che rispetto alla vergognosa inadeguatezza della maggior parte degli attuali politici, soprattutto quelli che sono al governo, Renzi è diverse spanne più su. Concordo con la sua analisi della attuale congiuntura politica e sulle difficoltà della Meloni, la quale, come ho già detto altre volte deve la maggior parte del suo consenso a elettori di centro destra, non di estrema destra, che sono invece una esigua minoranza. E deve continuare a tenerseli cari quegli elettori se non vuol tornare al 4%. Per quanto riguarda una possibile alleanza delle opposizioni per scalzare la Meloni dal governo, la vedo un’operazione piuttosto ardua, soprattutto per l’inaffidabilità cronica di Conte, che è né più né meno l’equivalente di Salvini. AGGIUNGO :In politica l’antipatia conta poco. L’affidabilità e la competenza invece è fondamentale. Però una domanda non posso che farla. Se RENZI è INCOMPETENTE e inaffidabile, CONTE &C sarebbe invece competente e affidabile? Mi sembra davvero difficile da sostenere. IO: Mi ritengo persona di centro sinistra , nel passato ho sempre votato a sinistra , i test propinati prima delle europee dal mio BLOG hanno certificato la mia propensione a essere persona di centro sinistra. MA! Se la comunità di sinistra è quella dei commenti che leggo sui media , a essere di sinistra c’è da vergognarsi! Nessun governo Italiano o Pdc di governi ha raggiunto gli obiettivi di RENZI; per il partito, vedi 41% e per il PAESE. dopo i tre anni di BERTLCUSCONI e della LEGA , GOVERNO MONTI BERSANI e BERLUSCONI. E BERSANI era segretario del PD, tentò pure di fare governo ma non ci riuscì, all’indomani delle elezioni 2013 allora si adattò ad un governo che doveva essere contro BERLUSCONI ma gli sedette vicino a destra di MONTI. la gente si suicidava. Dalle elezioni 2013 fallito BERSANI fu proposto LETTA: un altro governo con uomini di forza ITALIA. Ve lo ricordate ANGELINO ALFANO? BEH fece subito il ministro con letta. CHE NON FUNZIONAVA. malgrado lo zio in FI. Ecco le prime sfasature del PD. CHI in effetti ha fatto governi con la destra viene osannato, naturalmente il PAESE ne soffri ancora. UN anno di letta e si convocò la direzione PD per ricorrere alla sanità . RENZI era stato eletto segretario nel dicembre precedente e come da statuto PFD che il segretario eletto dalla base, in caso di bisogno deve anche essere proposto per PALAZZO CHIGI su richiesta della direzione del PARTITO la campanella toccò a RENZI per statuto. in men che non si dica il PAESE comincio a riprendersi, i posti di lavoro si moltiplicarono ed il pil dall’meno 1,7% passò al più in,) %, alle ele zioni europee il PD toccò il 41% e per la vicina estate gli italiani in sofferenza da tre anni, cominciarono ad andare in vacanza all’estero. tutti i settori della pubblica amministrazione subirono avanzamenti di indice positivo . ma letta aveva giurato che gliela avrebbe fatta pesare e non pensava ad altro che alla vendetta. Ma RENZI ed il suo governo andava sempre più verso numeri positivi. VIA la tassa sulla casa ,prima e seconda casa, e tanti altri provvedimenti positivi per il bene del ITALIA. VITA VISSUTA, UN PO TRISTEMENTE IN QUEL PERIODO, QUANDO LE PERSONE SI SUICIDAVANO. VOI GIOCATE CON CON LE PAROLE SCRIVENDO PER SIMPATIA PERSONALE, MA è CONSIGLIABILE PRESENTARE I PRORI PARERI CON DOVUTA SERIETA.QUESTA IN SINTESI E LA VERA STORIA DEL LEADER RENZI. E BASTEREBBE DOCUMENTARSI PRIMA DI FARE COMMENTI ACIDI.

In Italia abbiamo un solo Renzi è un solo Draghi il resto è qua qua ra qua

Ma com’è che Matteo è tenuto in considerazione e apprezzato in tutto il mondo, e in Italia è boicottato, bistrattato, e tentato di emarginare in tutti i modi(dai politici, stampa nazionale, tv, magistratura). Provo a indovinare: non sarà perché è temuto x la sua idea di fare politica?? o forse. perché come cultura, preparazione, e visione politica è qualche gradino in più al disopra di tutti i politici italiani??? Maahh..Nemo profeta in patria purtroppo, peccato che in Italia sia stato ostacolato in tutti i modi da invidiosi rancorosi incapaci politici e giornalisti. Si. Renzi è molto apprezzato più all’estero che in Italia , sono invidiosi perché Renzi è superiore a tutti a quelli che fanno politica ,non si può mischiare con questa politica da quattro soldi ,vedere che è andato in Europa c’è da mettersi le mani nei capelli ,povera Italia , rancorosi e invidiosi non solo a destra ma il colmo dei colmi a sinistra (la ditta, quello che pettina bambole, smacchiatore di giaguari, uscito dal PD dalla finestra, Entrato con tutti gli onori e gli. amici ex Margherita, Popolari e non ultimi la Democrazia. Congratulazioni Matteo tutto meritato il tuo nuovo ruolo ,gli Italiani non sanno cosa perdono buon cammino e Buona Vita sarai sempre un bellissimo esempio per le nuove generazioni Grazie! Certo di Leader si possono contare sulle dite e non si arriva a dieci! Di Renzi c’è né solo uno! e lo hanno massacrato ! PER BENE. Matteo che con il suo saper fare sarà sempre al top con le sue determinazioni ! Io forse non ci sarò più ’’ho di già una certa età ma di sicuro che ritornerà in prima linea! Auguri RENZI e buon lavoro.

Ignoranza, odio e infelicità sono un mix più pericoloso dell’ atomica !

Dalla relazione presentata nella Commissione Segre, emerge che dal 7 ottobre 2023 ad oggi sono 406 i casi di antisemitismo rilevati in Italia, quattro volte di più rispetto al periodo precedente. Sono dati allarmanti che spaventano. Dobbiamo fermare a tutti i costi questo odio antisemita! Credo che questo exploit sia dovuto al comportamento del premier israeliano che si sta attirando le antipatie di tutto il mondo. Vuoi annientare Hamas dopo la strage del 7 ottobre? Ok. Ma non puoi annientare un popolo, le città rase al suolo, ospedali distrutti, stragi di bambini. Credo che anche gli israeliani non siano felici di questo governo. Non si tratta di antisemitismo radicato a mio avviso. Ma in piazza quando manifestano contro Israele non è che facciano distinguo, contro il premier e non il popolo , si è solo contro Israele… POI AGGIUNGO: dalla maggior parte delle riflessioni che chi scrive è condizionato/a dal filtro del pietismo superficiale per analizzare situazioni molto complesse che non consentono parzialità o letture emozionali o facili commozioni. Hamas vuole sangue innocente per il suo marketing vittimistico…La nostra storia non ha insegnato nulla , perché in molti non hanno studiato ,ma hanno ascoltato gli ideatori e i criminali. Purtroppo molta gente infelice del proprio stato emotivo e finanziario si lasciano influenzare da chi racconta stupidaggini

Biden, George Clooney: «Non è più lo stesso, si ritiri».

Biden, George Clooney: «Non è più lo stesso, si ritiri». L’ultimo test in pubblico al vertice Nato, i dem in pressing. Joe Biden si troverà di fronte a un nuovo test sulle sue condizioni che tanto stanno facendo discutere negli Stati Uniti in vista della sfida alle presidenziali contro Donald Trump. La scia degli effetti del flop del presidente americano durante il dibattito televisivo con il tycoon non si è ancora affievolita e una parte dei democratici spinge per una sua rinuncia alla candidatura. E la sua presenza nella conferenza stampa che chiuderà il vertice Nato a Washington rappresenta un banco di prova cruciale.  George Clooney: «Biden deve ritirarsi» Come un fulmine a ciel sereno è arrivato anche il parere dell’amico George Clooney. L’attore ha infatto chiesto il ritiro di Joe Biden dalla corsa alla Casa Bianca. «Non può vincere la sua battaglia contro il tempo. Nessuno di noi può. È terribile da dire ma il Joe Biden con cui sono stato insieme tre settimana fa per un raccolta fondi non era il Joe Biden del 2010. Non era il Joe Biden del 2020. Era la stessa persona che abbiamo visto al dibattito». Lo afferma Clooney sul New York Times. L’attore è stato uno dei protagonisti della raccolta fondi a cui ha partecipato Biden a Los Angeles dopo il G7. «Amo Joe Biden ma abbiamo bisogno di un nuovo candidato», afferma Clooney sulla colonne del New York Times. Al dibattito «era stanco? Sì. Un raffreddore? Forse. Ma i leader del nostro partito devono smetterla di dirci di non aver visto quello che 51 milioni di persone hanno visto. Siamo talmente terrificati dalla prospettiva di un secondo mandato di Donald Trump che abbiamo optato per ignorare ogni segnale di avvertimento. L’intervista con George Stephanopoulos ha solo rafforzato quello che abbiamo visto la settimana prima», ha aggiunto Clooney. «Non vinciamo con questo candidato. Non vinceremo alla Camera e perderemo il Senato. Questa non è solo la mia opinione: questa è l’opinione di ogni senatore, deputato e governatore con cui ho parlato in privato», ha osservato l’attore. Il presidente non vuole tirarsi indietro.La fronda interna al Partito democratico e i timori sempre più frequentemente espressi in pubblico sulle capacità del presidente Joe Biden di gestire la campagne contro Donald Trump al momento però non sfiorano il team dei collaboratori più vicini al presidente: Biden e i suoi – spiegano i suoi assistenti alla Cnn – hanno smesso di parlare del dibattito andato male. Non solo – hanno spiegato alla Cnn – non sono più interessati a discutere del fiasco di Biden sul palco il mese scorso, ma non ci sono questioni in sospeso sul futuro politico del presidente da discutere. Biden resterà in gara, dicono, e non c’è nulla che possa cambiare le cose. Non importa quale testata giornalistica pubblichi un nuovo editoriale in cui si chiede al Presidente di abbandonare la campagna per un secondo mandato; non importa come andranno le prossime apparizioni e interviste pubbliche di Biden. «Abbiamo smesso di parlare del dibattito e ci concentriamo su un’unica missione: sconfiggere Donald Trump a novembre», ha dichiarato alla CNN un collaboratore di Biden. «Vado avanti con il mio lavoro quotidiano», ha detto un alto funzionario dell’amministrazione all’emittente. Impresa non facile, visto il briefing della Casa Bianca ancora una volta dominato da domande sulla salute di Biden, sul suo stato mentale e sulle conseguenze politiche del dibattito. Alla domanda sulla probabilità che il presidente abbia preso in considerazione l’idea di ritirarsi dopo l’evento tuttavia, un consigliere di lunga data di Biden ha detto: «Zero. Crede davvero di essere l’unica persona in grado di sconfiggere Donald Trump. Non è una recita». I consiglieri affermano anche che i membri della famiglia del presidente sono ancora tutti d’accordo con l’81enne presidente nella scelta di perseguire un secondo mandato.Nancy Pelosi: «Decida in fretta» Sulla questione è intervenuta anche Nancy Pelosi che non ha preso posizione sulla possibilità che Biden resti in corsa per la rielezione alla Casa Bianca, sottolineandoperò  che «spetta al presidente decidere se candidarsi». «Lo incoraggiamo tutti a prendere questa decisione perché il tempo stringe, ma è amato, è rispettato e la gente vuole che prenda la decisione», ha proseguito Pelosi, secondo cui Biden deve prima «affrontare questa conferenza della Nato» in corso a Washington. Alla domanda del giornalista, che ha incalzato Pelosi chiedendole se le fosse d’accordo con la candidatura di Biden, l’esponente democratica ha risposto: «voglio che faccia qualunque cosa decida di fare. Qualunque cosa decida, noi andiamo avanti».

Matteo Renzi attacca Giorgia Meloni: “non è stata in grado di incidere”

Matteo Renzi attacca Giorgia Meloni, affermando che la sua leadership è in declino e che i suoi alleati la stanno abbandonando. Matteo Renzi torna sulla scena politica con forza, puntando il dito contro Giorgia Meloni e dichiarando che la sua discesa è ormai iniziata. Da Londra, dove collabora con il Tony Blair Global Institute, il leader di Italia Viva ha espresso la sua convinzione che la politica deve prevalere sul populismo. “Mai come in questi giorni sono convinto dell’importanza della politica contro il populismo“, scrive Renzi nella sua e-news, sottolineando che il governo Meloni sta perdendo terreno e supporto, sia a livello nazionale che internazionale. Renzi: “Meloni abbandonata dai suoi alleati” Renzi critica la gestione della Meloni, affermando che i suoi alleati la stanno abbandonando a causa della sua incapacità di guidare efficacemente i conservatori in Europa. “Lo vediamo dal fatto che i suoi alleati la stanno abbandonando in Europa perché la sua leadership dei conservatori non è stata in grado di incidere“, ribadisce Renzi. Questa situazione ha portato l’Italia a non ottenere nessuno dei ruoli di rilievo cui aspirava a livello europeo, lasciando il paese in una posizione debole. Il richiamo alla politica adulta di Renzi. Renzi non si limita a criticare Meloni, ma estende la sua analisi ai leader del centrosinistra, esortandoli a fare politica in modo adulto e responsabile. “Fare politica significa fare proposte credibili e riformiste. E significa farlo da adulti“, afferma, citando il leader socialista Glucksmann. Renzi evidenzia come il successo di Starmer in Gran Bretagna e di Macron in Francia sia dovuto alla capacità di fare politica matura e tattica, non lasciandosi condizionare da antipatie personali. In particolare, Renzi critica la strategia dei veti adottata da alcuni esponenti del centrosinistra, come Enrico Letta e Carlo Calenda, accusandoli di aver favorito l’ascesa degli avversari politici. “Chi si preoccupa dei veti e non dei voti fa un favore agli avversari“, ammonisce Renzi, sottolineando che questa mentalità ha portato alla vittoria dei sovranisti e degli anti-Nato. Renzi conclude ribadendo la necessità di una politica che aumenti il potere d’acquisto delle famiglie italiane, evidenziando il fallimento del governo Meloni su questo fronte. “Il Governo ha un problema con i conti pubblici. Si stanno rimangiando tutte le cose che avevano promesso. Ma soprattutto non trovano i soldi per tagliare le tasse al ceto medio. Questo è il vero dramma del nostro tempo, il salario della classe media“, conclude Renzi.

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA

 Qui troverai i post del giorno che puoi leggere liberamente e se ti interessano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare correttamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

A sinistra trovare una sintesi è indispensabile.

Senza una proposta politica credibile attuabile e sinceramente voluta, la denuncia e la rivendicazione somigliano troppo al lamento di dolore di una vittima impotente. Le destre e le sinistre sono molteplici e composite. Le società complesse pongono di fronte molteplici elementi critici, e non è strano che le interpretazioni del mondo e le proposte siano molteplici e spesso divergenti sia a destra che a sinistra. Però oggi il pensiero egemonico è di destra; in questa fase storica l’individualismo e la diffidenza, la difesa della diseguaglianza, spacciata come figlia del merito e della pigrizia hanno impregnato il senso comune ed eroso anche le rappresentazioni proposte dalle più grandi organizzazioni progressiste, intimidendovi le pulsioni solidariste ed egualitarie. A questo si aggiunga che nella società i detentori della ricchezza e delle sue fonti controllano anche i media di massa e gli strumenti di finanziamento della politica. A queste condizioni risulta evidente la stabilità delle attuali criticità sociali, nonostante i sintomi che producono siano così dolorosi: emigrazione giovanile, senso di insicurezza generale, rinuncia alle cure mediche, violenze urbane e familiari diffuse. La politica soffre degli squilibri della società, e le destre incanalano tali soffferenze nella ricerca dei nemici: gli “altri” etichetta efficacemente appiccicata di volta in volta ai migranti, alla grande finanza, alle case farmaceutiche, alla “lobby gay”, etc. Le differenze interne alla destra non arrivano mai a intaccare i beneficiari dello status quo: evasori, concessionari di beni e servizi pubblici, management, possessori di grandi patrimoni. L’assenza di spaccature nella difesa degli interessi egemoni consente alla destra di effettuare campagne politiche concordi, riservando le lotte intestine alla fase di gestione del potere una volta acquisito. A sinistra ci sono problemi in più: le classi sociali egemonizzate sono spaccate in primis sulle priorità da attribuire ai diversi obiettivi: i progressisti più moderati cercano di porre negli stessi contenitori interessi economici contrastanti, spesso spostando l’attenzione su aspetti extra economici (i famosi – e sacrosanti- diritti civili), ma le diseguaglianze attuali e di prospettive future nella vita delle persone sono evidenti e aspre: basta cercare un lavoro, una casa da abitare, una cura medica per sentirle in tutta la loro forza. Le sinistre radicali denunciano con puntualità il disastro ambientale, sociale, economico e culturale che costringe tantissimi cittadini a vivere male tra illusione e disperazione. Intanto trovare una sintesi è indispensabile: senza una proposta politica credibile attuabile e sinceramente voluta, la denuncia e la rivendicazione somigliano troppo al lamento di dolore di una vittima impotente.

La sinistra sta imparando la lezione sbagliata dalle elezioni francesi

Per una parte del Pd adesso Jean-Luc Mélenchon è diventato una specie di Lenin 2.0 con la Francia in mano. Non è così, e da noi contro Meloni è indispensabile un’unità per governare. Intanto Schlein fa la cosa giusta a Bruxelles con Picierno vicepresidente del Parlamento europeo. Com’era prevedibile arrivano i nostrani dem insoumis, eccitati dalla “vittoria”, tra molte virgolette, di Jean-Luc Mélenchon, visto da taluni come una specie di Lenin 2.0, nuovo capo della sinistra europea che avrebbe la Francia in mano (si vedrà presto che non è affatto così). Anche Elly Schlein, che comunque ha la testa sulle spalle più di quanto si creda, un pochino si è fatta abbacinare dal risultato francese e ne ha dedotto che «uniti si vince», senza chiarire che in Francia uniti si impedisce alla destra di prevalere, nulla di più e nulla di meno, mentre per governare ci vuole la politica e un sano realismo (riassunto nella lettera di Emmanuel Macron ai concittadini). In Italia l’unità sarà certo importante, non tanto per non fare vincere Giorgia Meloni, ma per governare: sono due cose diverse, solo in parte sovrapponibili. Per Goffredo Bettini, da anni insoumi dopo una vita ideologicamente più assennata, dalle urne francesi invece emergerebbe che ha fallito il liberismo o «ipercapitalismo», insomma quelle cose brutte che creano tanta miseria, e in un non breve articolo sull’Unità si dimentica di annotare che il vincitore politico si chiama Emmanuel Macron e che sarà questi a dare le carte (avendo tra l’altro più deputati dei melenchoniani). Preferisce scrivere, Bettini, che «dopo la sua straordinaria vittoria» Mélenchon «ha fatto bene a rivendicare le sue proposte economiche e sociali» che con ogni evidenza rappresentano un problema per un programma condiviso e soprattutto credibile e non certo la soluzione, tanto è vero che o rinuncerà alle sue proposte scassa-bilancio finirà in minoranza nel Front Populaire dove sta emergendo una certa disponibilità al Rassemblement repubblicano evocato da Macron. Poi c’è Andrea Orlando, intervistato dal Manifesto, che dal voto francese trae una lezione persino teorica: «Il mercato è cambiato e si è evoluto, ma l’ideologia del mercato ha fallito. C’è una concentrazione di ricchezze, di informazioni, di potere, che non è compatibile con la democrazia». Tesi forte, e non nuova, quella della incompatibilità tra capitalismo, o perlomeno questo stadio del capitalismo, e democrazia. Ancora Orlando dice: «Berlinguer diceva che non esiste socialismo senza democrazia. Oggi bisogna prendere atto che alla democrazia servono alcuni elementi di socialismo per sopravvivere. I dogmi del libero scambio sono già stati messi in discussione dalle esigenze di sicurezza, ora il punto è come far sì che questa regolazione segua anche criteri ambientali e sociali». Gli «elementi di socialismo» ci riportano a tanti decenni fa, quando appunto Enrico Berlinguer credeva di poter introdurre questi elementi di socialismo (ma quali?) in un sistema capitalistico. Si è visto com’è finita. Ora, sul piano del dibattito interno è chiaro che la scommessa vinta da Macron, che era quella (e solo quella) di sbarrare il portone di Matignon a Le Pen-Bardella, finisce per alimentare la riscossa degli insoumis nostrani, da trent’anni a caccia dello scalpo “liberista” – ma allora non si gloriassero della vittoria di Keir Starmer che non è certo un anticapitalista – e da una decina d’anni in competizione con il riformismo italiano che peraltro Orlando ha assecondato facendo parte di quei governi. Non è chiaro se gli insoumis del Nazareno, sulle ali del frontismo di cent’anni fa, intendano portare a casa qualche risultato sul piano della linea politica e della direzione effettiva del Partito democratico. Intanto però ieri Elly Schlein ha fatto una prima importante scelta avallando la conferma di Pina Picierno alla vicepresidenza dell’Europarlamento per la quale si erano scaldati, in vario modo e con intensità diverse, Stefano Bonaccini e Antonio Decaro. Picierno ha tenuto il punto, forte anche delle sue ampie relazioni che vanno al di là della famiglia socialista. Almeno a Bruxelles gli insoumis possono attendere.

Via l’abuso d’ufficio: Il Ddl Nordio è la cosa migliore fatta dal governo (e da Nordio)

Confondere tutto in una generica denuncia di autoritarismo non è una buona strategia. Pochi argomenti hanno ancora il potere di dividere così radicalmente la stampa italiana – e non solo, ovviamente, i giornali più accanitamente schierati agli estremi opposti dello spettro politico – come le riforme della giustizia: non il fisco, non la sicurezza, non il lavoro, nemmeno l’immigrazione. L’approvazione definitiva del disegno di legge Nordio, contenente l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, ma anche limitazioni alla custodia cautelare e all’uso delle intercettazioni telefoniche, si guadagna oggi ad esempio l’apertura di Repubblica. «Colpo di spugna», titola il giornale a caratteri cubitali, neanche fosse un colpo di stato. Seguono editoriali e interviste variamente apocalittiche, a cominciare, purtroppo, da quelle alla capogruppo del Partito democratico, Debora Serracchiani. Per fortuna non si tratta di un coro unanime. Nel merito, tra i commenti che mi sembrano più equilibrati, segnalo quello di Massimo Adinolfi sulla Stampa, che ricorda come fino a oggi l’abuso d’ufficio abbia prodotto migliaia di processi, soprattutto sui mezzi di comunicazione, e pochissime condanne, e che introdurre l’interrogatorio prima di decidere la custodia cautelare o la collegialità della scelta, così come la limitazione alla possibilità di appellare le sentenze da parte del pm, sono principi di civiltà a garanzia di tutti i cittadini. Ma al tempo stesso che questa maggioranza (e questo ministro, aggiungo io) si mostra molto liberale su alcuni argomenti e molto meno su altri (quindi, aggiungo sempre io, non si mostra liberale affatto): «Vedi, soprattutto, alla voce immigrazione, ma vedi pure, in materia di giustizia, all’ansia di introdurre nuovi reati: e che, si toglie l’abuso d’ufficio dopo aver introdotto il variopinto reato di rave party?». D’altra parte, le preoccupazioni per il quadro politico generale e l’atteggiamento del governo nei confronti di qualsiasi contropotere, a cominciare dalla magistratura (per non parlare della stampa, e del servizio pubblico in particolare), sono tutt’altro che infondate. Ma non credo che aiuti confondere ogni argomento in una generica denuncia di autoritarismo. Anzi, direi che la capacità di distinguere nel merito e riconoscere anche le rare volte in cui le scelte di governo poggiano su qualche buona ragione (come per l’abolizione del Superbonus, o il sostegno all’Ucraina), renderebbe più credibile la denuncia delle pulsioni autoritarie e illiberali, che ci sono eccome. Anche perché tali pulsioni, nel dibattito in questione, non si ritrovano certo nel fronte garantista. Il nostro dibattito pubblico sulla giustizia è non per niente, da trent’anni, una collezione di tutti i più diffusi tipi di fallacia logica individuati dalla mente umana sin dai tempi di Aristotele: dall’appello all’autorità, ovviamente sempre quella dei pubblici ministeri e dei giuristi schierati a loro sostegno, all’argomento del piano inclinato, capace di portare in un attimo l’ignaro spettatore dal cavillo più insignificante all’apocalisse, passando naturalmente per tutte le forme più estreme di argomento ad hominem nei confronti di qualunque giurista, giornalista o politico che si azzardi a sostenere tesi diverse da quelle dell’Associazione nazionale magistrati, squalificato in partenza come amico di corrotti e mafiosi. Un manicheismo che parte dalla rimozione di un dato di fatto fondamentale, e cioè che il rapporto tra politica e giustizia, in democrazia, è sempre, almeno in una certa misura, anche lo specchio di un «Conflitto tra poteri», per usare il titolo di un libro di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli, recentemente pubblicato dal Saggiatore, di cui consiglio vivamente la lettura.

La coppia che scoppia

La leggenda di una maggioranza omogenea, con idee condivise e programmi comuni è per l’appunto una leggenda.
Meloni: “Il 2% del Pil in spese militari? L’Italia onora gli impegni”
Salvini: “Più armi si inviano più la guerra va avanti”.
In Europa il leader della Lega costituisce un gruppo con Orbán e la Le Pen per isolare la presidente del Consiglio e scagliarle contro sovranisti e populisti d’Europa in caso di accordo con la Von der Leyen. Su NATO, pace e conflitti, due posizioni radicalmente opposte, Salvini diventa la Meloni ai tempi dell’opposizione, quando sfruttava le contraddizione derivanti dagli impegni di governo, dimenticando che lui non solo è al governo ma riveste la carica di vicepremier. Se fosse una lite fra comari potremmo fregarcene altamente, essendo in gioco la credibilità del nostro Paese esprimo una profonda preoccupazione. E COME LA METTIAMO IL Fuoco amico! Meloni non riesce più a tenere a bada Salvini sulle questioni europee. La coppia che scoppia. E! Il governo sembra molto stabile, ma è anche l’unico dell’Ue con una componente così forte che rema contro la Nato e gli interessi dell’Ue. Prima di salire sull’aereo per Washington, Giorgia Meloni ha chiamato, furiosa, Matteo Salvini. Voleva capire cosa avesse in testa il leghista, cosa significasse quella frase riportata nei retroscena di alcuni giornali. «Se Giorgia vota sì a Ursula von der Leyen, è l’inizio della sua fine», avrebbe detto il vicepremier durante una riunione di partito. «A che gioco stai giocando? Così mi regolo», è stata la sfuriata della premier. Il leader della Lega ha negato, mentendo, di avere detto quelle parole e si è affrettato a smentirle. Questo per dire come stanno le cose su un passaggio fondamentale della vita del governo e della battaglia che Meloni sta portando avanti a Bruxelles per le deleghe del commissario italiano. Che sia Elly Schlein e l’opposizione a remare contro fa parte del gioco, che invece lo faccia l’alleato è considerato da Palazzo Chigi un vero “tradimento”. Il problema è che Salvini considera un “tradimento” votare per Ursula e fare quello che lui chiama inciucio. Senza tener conto che si tratta del ruolo istituzionale che avrà l’Italia in Europa e non del cortile italiano. Con i venti miliardi almeno da trovare per la prossima legge di bilancio e gli impegni che Meloni sta prendendo al vertice Nato. È proprio qui che ha sbattuto tra i denti di Salvini la promessa fatta alla Nato e a Volodymyr Zelensky di mettere sul piatto aiuti per 1,7 miliardi, nuovi sistemi difesa aerea, e l’impegno nel tempo a portare al due per cento la spesa per l’Alleanza atlantica. Esattamente il contrario di quello che sostiene Salvini, per il quale più armi mandi, più al guerra continua. Ma il segretario della Lega (questa la sfida della premier) provi pure a fermare questa promessa, che verrà mantenuta compatibilmente con la situazione e le possibilità di spesa. E «con i tempi e le possibilità che abbiamo. Facciamo dei piccoli passi in avanti – ha detto Meloni – e penso che vada considerato anche l’impegno che si mette nell’Alleanza atlantica, il lavoro che si fa a 360 gradi perché non è solo un problema di soldi». Ma per gli investimenti aggiuntivi fino al due per cento (circa dieci miliardi) sarebbe necessaria una deroga al Patto di stabilità. Cosa che il governo italiano chiederà e questo richiede che i rapporti a Bruxelles siano buoni, che Meloni voti sì a von der Leyen. Cosa che molto probabilmente farà, anche per non dare la sensazione di esser sotto schiaffo dei Patrioti putiniani di Salvini. Meloni ha messo in guardia l’alleato, gli ha detto di non confondere le vicende politiche dei Patrioti con gli “affari di Stato”. Lo aspetta al varco. Ma è con tutta evidenza che certi nodi nella maggioranza si stanno ingarbugliando. È in parte vero che gli altri governi europei non sono stabili (apparentemente) come quello italiano, e che sotto il cielo di Parigi la confusione è grande. Ma nessuno ha una componente che rema contro l’alleanza atlantica e gli interessi europei. A parte Viktor Orbán che sta proprio dall’altra parte della barricata e che Meloni vorrebbe ammansire. Prima o poi queste contraddizioni le scoppieranno tra le mani se rimane nel guado. ED ECCO: La coppia che scoppia.

Elezioni Francia, Macron: “Nessuno ha vinto, nuovo premier dopo compromesso tra forze”

Il Presidente in una lettera aperta ai francesi rivolge un appello a tutte le forze politiche: “Costruiscano una maggioranza solida” Il presidente francese Emmanuel Macron ritiene che “nessuno abbia vinto” le elezioni legislative anticipate convocate da lui all’indomani della sconfitta alle europee. Lo ha scritto lui stesso in una lettera aperta ai francesi. “Se l’estrema destra è arrivata prima al primo turno con quasi 11 milioni di voti, avete chiaramente rifiutato di farla entrare nel governo”, ha sottolineato Macron. “Nessuna forza politica ha ottenuto da sola una maggioranza sufficiente e i blocchi o le coalizioni che sono emerse da queste elezioni sono tutti in minoranza”, ha rimarcato il capo dell’Eliseo. Il Nuovo Fronte Popolare ha ottenuto più seggi rispetto alla maggioranza presidenziale di Ensemble e al Rassemblement National: nessuno schieramento ha la maggioranza tale da sostenere un governo. Macron ha quindi rivolto un appello a “tutte le forze politiche che si riconoscono nelle istituzioni repubblicane” a “impegnarsi in un dialogo sincero e leale per formare una maggioranza solida, necessariamente plurale, per il Paese” invitando tutti a mettere “idee e programmi davanti a posizioni e personalità” particolari. Quanto alla nomina di un nuovo premier, dopo aver respinto le dimissioni presentate da Gabriel Attal, Macron ha preso tempo spiegando che nominerà un primo ministro solo dopo che le forze repubblicane avranno “raggiunto un compromesso” nel rispetto di “alcuni grandi principi per il Paese”. Il Presidente ha aggiunto che “è sulla base di questi principi che deciderò la nomina del primo ministro. Ciò significa dare un po’ di tempo alle forze politiche per costruire compromessi con serenità e rispetto per tutti”. Nel frattempo e ”fino ad allora”, ha spiegato, “l’attuale governo continuerà a esercitare le proprie responsabilità e poi si occuperà degli affari correnti come richiede la tradizione repubblicana”. Intanto, “Secondo il capo di gabinetto di Gabriel Attal, Emmanuel Moulin, che ha informato stasera i suoi colleghi, le dimissioni del governo dovrebbero essere accettate dal presidente della Repubblica il 17 luglio così da consentire ai ministri eletti di sedere nell’Assemblea”, ha scritto sul social X la giornalista di Politico, Pauline de Saint Remy.Le reazioni. A stretto giro, come risposta è arrivato il duro attacco del leader di La France Insoumise (Lfi), Jean-Luc Melenchon. “Unico nel mondo democratico: il presidente rifiuta di riconoscere il risultato delle elezioni che danno il Nuovo Fronte Popolare (l’alleanza di cui fa parte Lfi, ndr) in testa per voti e seggi nell’Assemblea. È il ritorno del veto reale sul suffragio universale. Sostiene di dare tempo per formare un’altra coalizione dopo le elezioni! È il ritorno degli intrighi della Quarta Repubblica. Basta. Deve inchinarsi e chiamare il Nuovo Fronte Popolare. Questa è semplicemente democrazia”, ha scritto Melenchon sul social X. Marine Le Pen ha denunciato il “circo indegno” di Macron dopo la pubblicazione della lettera ai francesi in cui il capo dello Stato ha chiesto un “compromesso” da parte del “fronte repubblicano” per “costruire una solida maggioranza”. “Se ho capito bene, nella sua lettera, Emmanuel Macron propone di bloccare La France Insoumise che ha contribuito a eleggere tre giorni fa e grazie alla quale sono stati eletti i deputati di Renaissance, sempre tre giorni fa… Questo circo sta diventando indegno”, ha affermato la leader di RN.

La Camera approva il ddl Nordio. Ora la separazione delle carriere e la responsabilità civile.

A chi si lamenta della abolizione del reato di Abuso d’Ufficio, al grido di “E ora come faremo a fermare la corruzione?”, ricordo che l’Italia ha un primato mondiale: circa 160 mila norme, di cui poco più di 71 mila approvate a livello nazionale e 89 mila dalle Regioni e dagli Enti locali. Un groviglio legislativo che è 10 volte superiore alla somma (15.500) delle leggi presenti in 3 paesi vicini : Francia (7.000), Germania (5.500) e Regno Unito (3.000) (fonte: CGIA di Mestre). Tranquilli, quindi: c’è ancora tantissimo da cancellare! La Camera approva il ddl Nordio: è legge. Cancellato l’abuso di ufficio e nuova stretta sulle intercettazioni. Avs espone cartelli di protesta, M5S grida: I voti a favore sono stati 199, contrari 102. Iv e Azione votano con la maggioranza. È legge il ddl Nordio che abolisce l’abuso di ufficio e rivede in parte la disciplina sulle intercettazioni, impedendo la trascrizione di quelle non rilevanti e vietando ai giornalisti di pubblicare quelle che non sono contenute negli atti dei giudici. Con 199 voti a favore e 102 contrari la Camera ha dato il via libera definitivo al testo. Ieri sono stati respinti tutti gli emendamenti e oggi le opposizioni sono andate in ordine sparso con Italia Viva e Azione che si sono espresse a favorevole votando con la maggioranza. Mentre dai banchi del Movimento 5 Stelle, nel momento dell’approvazione, si sono levate urla: “Vergogna, vergogna”. E Avs ha esposto cartelli in segno di protesta con scritto: “Reati Aboliti”, “Indagini impossibili”, “Niente carcere per i colletti bianchi”. Roberto Giachetti di Italia Viva pur non considerandola “una riforma epocale”, perché per noi è “il minimo sindacale” annuncia il voto a favore. “Avete abrogato l’abuso di ufficio, dovendo pagare comunque un dazio alla magistratura con l’inserimento nel decreto carceri di un contentino”, dice riferendosi all’inserimento del reato di peculato per distrazione. Dunque Iv attende “la riforma strutturale della giustizia che è quella che prevede la separazione delle carriere” e “rischia di non andare in porto” per una questione di tempi, “spero così non sia”. Dello stesso avviso Enrico Costa di Azione: “Noi dall’opposizione apprezziamo il lavoro del governo su questo disegno di legge e il lavoro svolto dal ministro Nordio. È un primo passo, sono passi limitati con tante deroghe che speriamo siano sfrondati” nel tempo, aggiunge Costa che rimarca “l’approccio” per contenuti “del gruppo sui provvedimenti del governo: su tanti ci siamo opposti, su questo voteremo convintamente a favore”. Alleanza verdi sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito democratico, seppur con sfumature diverse, alzano la voce. A partire da Devis Dori che definisce il provvedimento “ddl Silvan”, perché si introduce una “limitazione alla pubblicabilità delle intercettazioni”, ovvero “un ulteriore bavaglio-bavaglietto al diritto di cronaca giudiziaria. Per quanto ci riguarda i reati contro la Pubblica amministrazione sono estremamente gravi e con questo disegno di legge c’è un vero arretramento rispetto alla tutela del cittadini davanti agli abusi della Pa”. Lo spiega bene anche il capogruppo M5s in commissione Giustizia Cafiero De Raho per il quale con il ddl Nordio, che modifica anche le norme sulle intercettazioni “si vuole impedire la conoscenza dei contenuti delle indagini. E la conoscenza è alla base della democrazia, che dovrebbe agevolare la diffusione delle conoscenze. Vogliono rendere più difficile le indagini sui colletti bianchi riducendo la pubblicazione e rendendo queste meno efficaci. Perché ci sono persone diverse dagli indagati che in quel momento possono apparire irrilevanti e questo non può essere selezionato dall’ufficiale di polizia giudiziaria di turno”. Inoltre, aggiunge l’esponente M5S, “l’abrogazione dell’ufficio è gravissima, è un reato spia sia per il sistema della corruzione sia per le infiltrazioni mafiose”. Risponde la Lega con Davide Bellomo: “Si perseguono i reati, non le persone”. Per il capogruppo Dem in commissione Giustizia Federico Gianassi, è “un provvedimento bandiera che non ha risorse” e che è stato portato avanti con “arroganza”. Rivolgendosi verso i banchi del governo, aggiunge, “oggi ottenete uno scalpo a danno dei cittadini, se associamo la cancellazione dell’abuso di ufficio a reati ulteriori che introdurrete ai danni dei cittadini, come la resistenza passiva, ci sarà uno squilibrio enorme” e si percorrerà “la pericolosa strada dell’autoritarismo”. In radio il ministro della Giustizia ha ripetuto: “È una premessa sbagliata” dire che l’abolizione dell’abuso d’ufficio “sia un colpo a lotta corruzione, chi lo dice sa benissimo che l’abuso d’ufficio non ha nulla a che vedere con la corruzione” che “riguarda soldi che vengono pagati”, afferma a Radio24. Il reato d’abuso d’ufficio “era così evanescente che poneva sotto indagine amministratori e sindaci per le questioni più svariate e su 5mila e passa processi instaurati ogni anno, che costavano la paralisi della Pa e la paura della firma ma anche la carriera politica e salute personale, non c’erano mai condanne. Abbiamo liberato 5mila e passa amministratori l’anno dalla paura della firma”. Invece, sulle intercettazioni e la loro pubblicazione “con questo provvedimento salviamo il terzo: se Tizio parla con Caio di Sempronio, almeno salviamo Sempronio che non ha niente a che fare con l’indagine – spiega ancora Nordio – Da noi l’articolo 15 della Costituzione che tutela la riservatezza delle comunicazioni è stato stracciato e alcuni magistrati hanno intercettato persone che non erano indagate: su questo l’Europa ha fatto una sentenza umiliante per noi e la magistratura”. E poi ribadisce che è allo studio una riforma organica delle intercettazioni.

Dalla Casa Bianca alla pensione: è ora Joe!

E Joe Biden fa l’elogio della vecchiaia: “Alla mia età si è più saggi” OK DIMOSTRA LA TUA SAGIEZZA. Dear Mr President, sorry per l’impertinenza ma dobbiamo parlare: ritirati, perché il mondo non si può permettere altri 4 anni di Donald Trump, ma nemmeno un presidente USA evidentemente non più lucido. ear Mr. President, sorry per l’impertinenza, ma – come diciamo in Italia quando una relazione non sta andando nella direzione in cui volevamo – we have to talk. Lo sappiamo, hai avuto una vita difficile, segnata da molti lutti e da sfide complicate. Però ce l’hai fatta. Sei diventato Presidente degli Stati Uniti d’America – l’uomo più potente del mondo – in un momento della storia molto delicato, tra la pandemia e le nuove guerre. Più di questo, non si può fare. Adesso, a malincuore, è giunta l’ora di farti da parte. Non capiamo se non hai ancora realizzato la situazione perché intorno a te hanno troppo timore reverenziale per dirtelo a chiare lettere (eppure, qualcuno ci ha provato). Allora ci prendiamo la briga di farlo noi, che non fa niente se ti offendi e non ci parli per un po’. Caro Joe, ma really stai facendo? Non ci importa quanto inciampi nelle tue gambe, essere goffi non è un problema. Ma non sei più lucido, lo abbiamo capito tutti. E se lo sappiamo noi a millemila chilometri di distanza, pensiamo che gli statunitensi lo abbiano intuito prima e meglio di noi. Per carità, fare il Presidente degli USA deve essere un lavoro usurante. Poco sonno, tante responsabilità, sempre nell’obiettivo di fotografi pronti a beccarti col dito nel naso. Ma proprio per questo, non sarà arrivato il momento di lasciarlo fare a chi è ancora pieno di energie da spendere? Immaginiamo la tua reazione. Siccome per noi non sei mai stata la scelta davvero migliore, vuoi sminuire queste nostre parole. Pensi che sia una questione di principio. Yes, non ci hai mai fatto impazzire. Possiamo giurarti, però, che ti abbiamo considerato, 4 anni fa, l’alternativa preferibile al tuo competitor. Avremmo voluto confermare questo pensiero, ma ce la stai mettendo tutta per farci ricredere.
Joe, il mondo non si può permettere un’altra vittoria di Donald Trump, ma ti rendi conto che stai facendo tutto da solo? Fai prima se gli lasci le chiavi della Casa Bianca sotto lo zerbino… Qual è il problema di mollare la presa e andarti a godere la pensione? Di’ la verità, è una questione di orgoglio. All the same, voi politici di una certa età. La poltrona non si molla, a nessun costo. Non ce la fate proprio ad ammettere le vostre debolezze, a capire che il vostro tempo è passato. Siete ancora convinti di essere il meglio sulla piazza, e che dopo di voi ci siano soltanto mocciosi ingrati pronti a fregarvi il posto immeritatamente. Really Joe? Non vogliamo nemmeno commentare un’eventuale vittoria di Trump. Pensiamo solo che i presupposti ci dicono che i muri al confine col Messico e l’abolizione dell’aborto come diritto garantito per colpa dei giudici nominati da lui siano soltanto caramelle rispetto a quello che può combinare. Ma mettiamo il caso che succede il miracolo e vinci di nuovo. Come li affronterai i prossimi 4 anni? A novembre spegnerai 82 candeline, a fine mandato ne avrai 86. Non accusarci di agonismo. Non stiamo dicendo che sei da buttare perché sei “solo” anziano. Ma è un dato di fatto che tu non sia più un giovanotto rampante. E non fai il professore o il portinaio, for God’s sake!, sei il presidente del paese che più influenza le dinamiche mondiali! Non ti stiamo dicendo che devi per forza ritirarti sulla sedia a dondolo con la copertina sulle gambe. Ma lasciare lo studio ovale, quello sì. Lo so cosa vuoi dirci. Parliamo proprio noi, che abbiamo sempre avuto fulgidi esempi di vecchiardi saldamente radicati alle posizioni di potere e Narcisi anche più giovani che non hanno mai ceduto il posto, anche dopo sonore batoste alle urne. Comincia tu, allora! Dacci il buon esempio. Tornando al gergo delle relazioni, spesso si usa lasciare una persona dicendo «Non sei tu, sono io!», nel tentativo di comunicare quel sentimento di disagio nell’essere cambiati, nel non trovarsi più nello stesso posto – che sentivamo giusto al momento giusto – di quando tutto ha avuto inizio. Nel tuo caso, però, caro Joe, it’s proprio you! Non sei lo stesso di quattro anni fa ed è anche giusto che sia così. Sii realista e fai un passo indietro, con dignità.

Renzi: “Basta veti, Giorgia Meloni ha iniziato la sua discesa”

“Vi scrivo da Londra dove ho cominciato a collaborare alle iniziative del Tony Blair Global Institute. Mai come in questi giorni sono convinto dell’importanza della politica contro il populismo”. Lo scrive il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, nella sua e-news, convinto che “Giorgia Meloni abbia iniziato la propria discesa”. “Fare politica significa fare proposte credibili e riformiste. E significa farlo da adulti, come ha detto con una felice espressione il leader socialista Glucksmann. Fare politica da adulti significa non mettere veti sulla base delle antipatie ma far valere i voti. Ecco perché quegli adulti fanno la differenza utilizzando anche la tattica. È successo a noi con qualche mossa del cavallo del passato, è successo ai laburisti che hanno smesso di attaccare Blair e hanno vinto con Starmer, è successo a Macron quando ha bloccato l’avanzata della Le Pen. Chi si preoccupa dei veti e non dei voti, invece, fa un favore agli avversari. È accaduto nel 2022 a Letta che con il suo veto ha mandato a Palazzo Chigi Fratelli d’Italia. È accaduto nel 2024 a Calenda che con il suo veto ha mandato a Bruxelles i sovranisti e gli anti-Nato. Vedendo le cose dall’estero sono sempre più convinto che nei prossimi mesi ci vorrà tanta politica. Politica adulta, si capisce”, dice ancora Renzi. “Giorgia Meloni ha iniziato – sottolinea – la propria discesa. Lo vediamo dal fatto che i suoi alleati la stanno abbandonando in Europa perché la sua leadership dei conservatori non è stata in grado di incidere. E purtroppo anche l’Italia non ha ottenuto nessuno dei Top Jobs cui potevamo puntare. Il Governo ha un problema con i conti pubblici. Si stanno rimangiando tutte le cose che avevano promesso, dalle reti Telecom all’ex Alitalia, alle privatizzazioni delle Poste. Ma soprattutto non trovano i soldi per tagliare le tasse al ceto medio. Se non troviamo il modo di aumentare il potere d’acquisto delle famiglie ci sarà sempre più distacco tra i palazzi e le piazze: questo è il vero dramma del nostro tempo, il salario della classe media”, conclude l’ex premier.

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA …BASTA CLICCARE SUL TITOLO BLU QUI SOPRA E VI SI ARE UN MONDO DI NOTIZIE REALI E ATTUALI. Qui troverai i post che puoi leggere liberamente e se ti interessano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare correttamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

Abbiamo abolito l’aborto. Il reddito di maternità e il teatrino delle battaglie morali gratis.

La proposta di legge di Gasparri ovviamente non passerà, ma non è quello il suo vero obiettivo. Il senatore vuole solo legittimare la sua lotta per i valori della vita e della famiglia. La proposta di legge sul reddito di maternità del senatore Maurizio Gasparri – mille euro al mese per cinque anni alle donne che non abortiscono, con una soglia Isee a quindicimila euro – non è una cosa seria, ma pone comunque un problema serio, che non è l’aborto, rispetto al quale l’Italia è uno dei Paesi più virtuosi in una prospettiva pro life, ma la degradazione dell’attività legislativa a mercato secondario della chiacchiera da bar e a tecnica di rinforzo della psicagogia e dall’alienazione politica di massa. Per capire quanto la proposta sia poco seria, basta provare a discuterla seriamente. In Italia gli aborti scendono ininterrottamente dal 1982, quando furono duecentotrentacinquemila circa. Quarant’anni dopo, nel 2021, sono stati il settantatré per cento in meno, circa sessantaquattromila. La legalizzazione dell’aborto ha consentito di realizzare una delle strategie di prevenzione sanitaria di maggiore successo. L’aborto non ha alcuna incidenza sui tassi di natalità. Al contrario, il numero di nati e il numero di aborti scendono da anni congiuntamente e sono influenzati dai medesimi fattori (l’invecchiamento della popolazione femminile e la diffusione delle tecniche contraccettive). Insomma, si fanno meno figli per la stessa ragione per cui si fanno meno aborti. Per le donne italiane, le sole beneficiate dalla proposta di Gasparri, che oltre a essere stupida è anche razzista, non è dimostrata neppure una così forte correlazione tra aborto e condizione economica della gestante. Nel 2021 (ultimo dato disponibile) solo una donna su cinque tra quelle che hanno abortito era disoccupata. Tra le straniere era più di una su tre, e le casalinghe erano il ventisette per cento contro il diciassette per cento delle italiane. Il costo della misura stimato da Gasparri è di seicento milioni di euro a partire dal 2024, il che significherebbe a regime, a partire dal quinto anno, un costo di tre miliardi l’anno. È facile ipotizzare che, se venisse approvata, non farebbe nascere più bambini, né praticare meno aborti, ma consentirebbe a molte donne in gravidanza, per nulla indesiderata, di dichiarare l’intenzione di abortire per accedere a un beneficio di sessantamila euro complessivi in cinque anni. Propagandisticamente, con un simile stanziamento monstre (superiore ai soldi freschi che il Governo sta mettendo sulle misure di emergenza per lo smaltimento delle liste d’attesa sanitarie) Gasparri potrebbe pure sostenere – non l’ha fatto, ma ci potrebbe arrivare – di abolire l’aborto, come Luigi Di Maio disse di avere abolito la povertà con il reddito di cittadinanza. Infatti la proposta mette sulla carta risorse sufficienti per convincere cinquantamila delle poco più di sessantamila donne che abortiscono ogni anno a tenersi il bebè. Come non averci pensato prima. In realtà Gasparri per primo sa perfettamente che questa legge non sarà approvata, né vuole davvero che lo sia. Vuole al contrario che si infranga contro le polemiche dei cosiddetti “abortisti”, contro l’ostilità delle opposizioni e contro le risate della Ragioneria generale dello Stato, per legittimare la prosecuzione della sua lotta per i valori della vita e della famiglia. Vuole insomma continuare a campare di rendita sul piccolo spaccio di risarcimenti simbolici e di battaglie manifesto per claque incattivite e frustrate, che è quello a cui si è ridotta, in assenza di quattrini, la nostra democrazia di scambio. Trafficare sulla compravendita di vantaggi costa troppo, allora tanto vale dare al pubblico pagante almeno qualche soddisfazione gratis. E cosa c’è di meglio che promettere, nel teatrino delle battaglie morali, ciò che non può essere mantenuto per la soverchiante forza del nemico, cui i Gasparri continueranno però a opporsi indomiti, nei secoli dei secoli, finché morte non li separi da un seggio?

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Stipendi in discesa. Gli italiani sono i più impoveriti dall’inflazione tra i Paesi Ocse.

In base all’Employment Outlook 2024, l’Italia ha registrato il calo dei salari reali più forte tra le principali economie. Nel primo trimestre, erano ancora inferiori del 6,9 per cento rispetto a prima della pandemia. Critiche ai nuovi sussidi che hanno sostituito il reddito di cittadinanza. Gli economisti suggeriscono che l’Adi sia esteso a tutta la popolazione a rischio di povertà e con limitate prospettive di lavoro. L’occupazione in Italia cresce a livelli record. Ma il grande problema restano i salari. Nonostante il rallentamento della spinta inflazionistica, il nostro Paese è quello che ha registrato il maggior calo dei salari reali – quelli parametrati al costo della vita – tra le maggiori economie dell’Ocse. Che vuol dire, in pratica, perdita del potere d’acquisto per i lavoratori italiani. Secondo l’Employment Outlook 2024 dell’organizzazione parigina, nel primo trimestre dell’anno i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,9 per cento rispetto a prima della pandemia. Grazie ai rinnovi di importanti contratti collettivi, soprattutto nel settore dei servizi, il numero di dipendenti del settore privato coperti da un contratto collettivo scaduto è sceso nel primo trimestre del 2024 al 16,7 per cento dal 41,9per cento dell’anno precedente. Ma, nel complesso, le cose non miglioreranno. Perché «la crescita dei salari reali dovrebbe rimanere contenuta nei prossimi due anni». I salari nominali, gli stipendi al netto dell’inflazione, aumenteranno del 2,7 per cento nel 2024 e del 2,5 per cento nel 2025. E sebbene questi aumenti siano significativamente inferiori a quelli della maggior parte degli altri Paesi Ocse, consentiranno almeno in parte un recupero del potere d’acquisto perduto. Ma solo grazie al fatto che l’inflazione è prevista in discesa all’1,1 per cento nel 2024 e al 2 per cento nel 2024. Nella nota sull’Italia, l’Ocse sottolinea come – nonostante la crescita dell’occupazione – l’Italia resti comunque indietro rispetto alla media. La disoccupazione al 6,8 per cento è ancora troppo alta rispetto al 4,9 per cento della media Ocse. Mentre l’occupazione rimane ben al di sotto: 62,1 per cento contro il 70,2 per cento. Dall’Ocse evidenziano come l’Italia sia ancora indietro rispetto a molti altri Paesi in termini di occupazione femminile e giovanile, sottolineando l’urgenza di ulteriori progressi, anche per coprire il numero elevato di posti di lavoro vacanti. A invertire la rotta non è servita l’abolizione del reddito di cittadinanza voluta dal governo Meloni, che lo ha sostituito con l’Assegno di inclusione (Adi) e il Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl). Gli incentivi al lavoro per i beneficiari dell’Adi – spiegano dall’Ocse – «potrebbero essere migliorati con una revoca più graduale dei diritti alla prestazione per coloro che iniziano a lavorare». La proposta è di «estendere l’accesso all’Adi a tutta la popolazione a rischio di povertà e con limitate prospettive di lavoro», che «permetterebbe di proteggere i più vulnerabili concentrando le limitate risorse per la formazione sulle persone più vicine al mercato del lavoro». Formazione che, continuano gli economisti, sarà necessaria per la riallocazione dei posti di lavoro dai comparti ad alte emissioni a quelli green, soprattutto per le fasce più fragili del mercato del lavoro. Un lavoratore italiano su cinque oggi ha un «lavoro verde» (19,5 per cento). Mentre cinque su cento (5,1 per cento) sono impiegati in professioni «ad alta intensità di emissioni». Ma se «i lavoratori altamente qualificati possono passare da professioni in industrie ad alta intensità di emissioni a professioni che contribuiscono alla neutralità climatica con un sforzo di riqualificazione relativamente basso», spiegano, «questo non è il caso dei lavoratori meno qualificati, che avranno bisogno di un maggiore sforzo di riqualificazione per uscire dalle occupazioni ad alta intensità di emissioni». Il problema, ad oggi, è che il tasso di partecipazione in programmi di formazione dei lavoratori in Italia rimane basso e i lavoratori che svolgono occupazioni ad alta intensità di emissioni tendono a ricevere una formazione inferiore rispetto agli altri lavoratori. Il nuovo Supporto per la formazione e il lavoro, che ha sostituito il Rdc per i cosiddetti occupabili, fornisce sì un ulteriore incentivo alla formazione. Ma «per contribuire anche alla transizione verde, dovrebbe, però, essere più mirato per rispondere alla carenza di manodopera nei settori chiave per la transizione a zero emissioni», spiega l’Ocse. «Inoltre, meccanismi di certificazione della qualità dei programmi di formazione dovrebbero diventare la norma in tutte le regioni del Paese». Altrimenti, si assiste a un effetto negativo a cascata. In termini di qualità del lavoro, infatti, i lavori “green-driven” a bassa qualifica tendono ad avere salari e una protezione nel mercato del lavoro significativamente più bassi rispetto ad altri lavori a bassa qualifica. Con il risultato che le occupazioni verdi a bassa qualifica sono poco attrattivi per i lavoratori meno qualificati. Con buona pace per la transizione verde.

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Il Trump alle vongo. le La Lega si fa sempre più estremista, con Vannacci punto di riferimento fortissimo

Salvini sposa la linea dura per fare concorrenza a Meloni da destra. Ma, in attesa delle elezioni americane, rischia di fare l’apprendista stregone e spianare la strada al generale. Quello che tutti nella Lega si chiedono è «se il Capo vuole scavalcare Vannacci a destra per non trovarselo contro» – come dice un parlamentare di prima fascia – perché tra i due è una gara a chi, avrebbe detto Umberto Bossi, «ce l’ha più duro», cioè a chi è più parafascista dei due. L’estremismo di Matteo Salvini è frutto della concorrenza con la presidente del Consiglio, ma anche con il generale ormai figura di riferimento per tanti leghisti. Quello che è certo è che per il momento si danno vicendevolmente la mano e infatti Salvini ha nominato proprio il generale come vicepresidente del gruppo europei dei “Patrioti”, una carica che non significa niente se non un segnale: Salvini-Vannacci è la diarchia che comanda. Per ora, almeno. Il vicepremier si è ormai spostato in modo spudorato verso il putinismo, il Vangelo politico del fascismo mondiale in attesa che arrivi il Donald Trump di ritorno per rinforzare il vento della reazione. Salvini e Vannacci, più politico il primo più istintivo il secondo, sentono che Giorgia Meloni si è ficcata in un limbo tra reazione e Occidente: l’incertezza sul voto a Ursula von der Leyen è il pertugio che ha fatto dire al capo della Lega che se votasse la presidente della Commissione uscente per Giorgia «sarebbe la fine». Sembra un “lento Papeete”, anche se è ovvio che stavolta la Lega non strapperà. Ma se anche stavolta il Capitano dovesse fare un buco nell’acqua ecco che Roberto Vannacci sarebbe pronto a fare della Lega un vero partito parafascista, trumpiano, probabilmente con una allure molto più marcata e aspra nei confronti di Meloni. E se il “vannaccismo” si trovasse poi a incrociare una fase declinante della premier potremmo trovarci di fronte a uno scenario “francese” con il generale nei panni di Marine Le Pen (o forse del padre Jean-Marie che però era un uomo intelligentissimo). D’altronde l’abbrivio antimeloniano pare inesorabile, il lavorìo del ministro dei Trasporti nonché vicepremier ai fianchi di Meloni è cominciato da settimane. Nemmeno la ciliegina dell’autonomia differenziata offerta da lei ingolosisce Salvini, che nelle conversazioni private ha mostrato più di un dubbio sulla possibilità di vincere il referendum. Dal giorno dopo l’approvazione della legge calderoliana infatti il capo leghista ha cominciato a martellare Giorgia sul suo punto più debole, l’Europa, dove i “suoi” Conservatori sono stati retrocessi alla quarta posizione con settantotto deputati mentre brilla il nuovo gruppo di destra dei “Patrioti” in cui è confluita tutta Identità e democrazia di Salvini e Le Pen. Entrambi stanno facendo campagna acquisti anche dentro i Conservatori e si sono già presi il gruppo di Vox, il cui leader è amico personale della presidente del Consiglio. In tutto questo nessuno del gruppo dirigente si espone. Certo, è strano che non ci sia stato uno che abbia battuto le mani a Salvini, che in fondo ha ottenuto un risultato non da poco portando i leghisti nel terzo eurogruppo. In questa fase fluida c’è molta paura di esporsi. Luca Zaia e Massimiliano Fedriga si fanno i fatti loro lì in Veneto e in Friuli Venezia Giulia, Roma è lontana, anche se non è sfuggito che sull’autonomia differenziata Zaia sia “uscito” pubblicamente molto più di Salvini e dello stesso Calderoli. La lotta interna come al solito divampa in Lombardia, dove si scontrano due pesi massimi, Massimiliano Romeo e Davide Crippa, per la carica importantissima di segretario regionale. Ma il congresso lombardo continua a slittare e di conseguenza anche quello nazionale. E intanto Vannacci cresce di peso politico all’interno di un partito che ha una linea strana, sfascista ma non troppo. E aspetta il momento buono per entrare in campo, vestito di nero.

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Patriota putiniano. Orbán può continuare a trollare l’Europa, ma l’Italia non può permetterselo.

Patriota si, ma di Putin. Che tristezza vedere il presidente di turno dell’Ue, alias Viktor Orbán, fare il piccione viaggiatore tra il presidente russo, Xi Jinping e Donald Trump. Intanto perché l’Europa è una cosa seria ed Orban la sta mettendo alla berlina. Anche la parola “pace” è una cosa seria e sentire un putiniano incallito, nel momento stesso in cui costituisce, con Matteo Salvini, il gruppo al Parlamento europeo dei patrioti putiniani, dire che si sta adoperando per la pace, fa abbastanza ridere. Un “ambasciatore” fazioso, senza alcuna credibilità, a cui nessuno ha dato la delega per trattare. Nei giorni in cui Putin bombarda e rade al suolo l’ospedale di Kiev e costringe i bambini con malattie oncologiche ad evacuare, lui parla di pace con Putin, l’uomo che ha scatenato la guerra e pretende la resa del popolo ucraino, non la pace. Il presidente ungherese è l’equivalente del figlio di papà che gioca a fare la rivoluzione con i soldi dell’impresa di famiglia. Solo che la sua rivoluzione è la regressione verso la cleptocrazia putiniana, un orrendo miscuglio di nazionalismo, xenofobia e oscurantismo. Prima ha intitolato il suo semestre di presidenza dell’Unione europea al principale nemico dell’Europa dopo Vladimir Putin, cioè Donald Trump, con quel grottesco slogan «Make Europe Great Again»; quindi ha avviato la sua personale missione diplomatica, non concordata e nemmeno comunicata ai vertici dell’Unione, andando a molestare il leader ucraino con una sostanziale proposta di resa, per poi correre a riferire da Putin a Mosca e chiudere il giro, già che c’era, con una visitina anche al suo principale alleato Xi Jinping a Pechino. Eppure non sembra che le proteste e le minacce di ritorsione europee andranno oltre le consuete schermaglie che hanno accompagnato finora tutte le malefatte di Viktor Orbán, il presidente ungherese che ha smantellato lo stato di diritto in patria e trasformato gradualmente il suo paese in un regime autocratico, al servizio di tutti i nemici dell’Europa e dell’Occidente, con i soldi dell’Unione europea e la complicità di buona parte di quell’establishment politico di Bruxelles contro il quale si scaglia ogni giorno. Orbán è l’equivalente del figlio di papà che gioca a fare la rivoluzione con i soldi dell’impresa di famiglia. Solo che la sua rivoluzione è la regressione verso la cleptocrazia putiniana, un orrendo miscuglio di nazionalismo, xenofobia e oscurantismo. Pensare che un simile personaggio, che la stampa russa mostra di considerare una specie di ambasciatore di Trump (cioè di Putin), sia anche il promotore del gruppo dei Patrioti nel parlamento di Strasburgo, con il Rassemblement National di Marine Le Pen e la Lega di Matteo Salvini (dei quali sono noti, non da oggi, i buoni rapporti con Mosca), dà la misura del degrado cui è giunta la politica europea, e anche italiana, nel momento più difficile e pericoloso nella storia dell’Unione. E il fatto che l’ultima trincea contro simili manovre sia difesa da Giorgia Meloni, con tutte le sue evidenti riserve, esitazioni e ambiguità (tanto più preoccupanti in vista di un possibile ritorno di Trump alla Casa Bianca) certo non invita all’ottimismo. Neanche per quanto riguarda più strettamente l’Italia, che da un simile posizionamento della sua presidente del Consiglio, almeno finora, non pare proprio avere ottenuto quella centralità che la stampa le aveva generosamente attribuito, e nemmeno quella benevolenza di cui, data anche la situazione dei conti pubblici, avremo sempre maggiore bisogno.

Renzi non si sbottona tra Terzo Polo e Margherita.

“Tengo le mie idee per me, da Azione e Calenda infantilismo ideologico” Pochi giorni fa aveva aperto al dialogo con il Pd di Elly Schlein, oggi Matteo Renzi parla dello scenario francese post elezioni, di Macron ma anche – ancora – del futuro dell’area centrista italiana. Renzi e la scommessa di Macron. Sul voto in Francia, Renzi – dalle pagine de il Foglio – ha sottolineato come l’azzardo del presidente francese abbia funzionato, anche se “Macron non aveva alternativa, checché ne dicano gli analisti nostrani alla Travaglio“. “Macron ha fatto politica pragmatica. Dividersi per antipatia personale come ha fatto Azione è l’esatto opposto: infantilismo ideologico. La frase più bella di questa campagna elettorale l’ha detta Glucksmann, un socialista: Comportiamoci da adulti. Spero che inizino a farlo tutti, di fronte al governo Meloni” ha aggiunto il leader di Italia Viva riportando la discussione nel campo italiano. Renzi, il passato Terzo polo e le colpe di Calenda. Renzi torna su quanto successo al Terzo Polo, ritornando sulla discussione ormai trita e ritrita di chi abbia più colpe per il suo fallimento: “Però dire che hanno sbagliato tutti allo stesso modo è un ragionamento da populisti. È Calenda che ha scientificamente cercato di distruggere quest’area perché immaginava di interpretarla da solo. Io ho preso 210mila voti, lui 90mila. Qualcosa vorrà pur dire”, protesta Renzi. Per l’ex premier (e non solo RENZI ) la colpa di Calenda è “il fortissimo indebolimento di un autonomo centro riformista“. Poi spazio al futuro: “Ora è essenziale tenere aperta la discussione: c’è chi – come Marattin, è pronto a sfidare Calenda nelle primarie, c’è chi crede ancora nelle potenzialità di un terzo polo sotto terzo nome, da individuare con le primarie come ha proposto la Fondazione Einaudi, e c’è chi invece intravede una nuova Margherita”. Renzi diviso tra Margherita e nuovo polo autonomo.Renzi non si sbilancia, soprattutto dopo che gli si chiede se sia pronto ad allearsi con Nicola Fratoianni. “Non ci casco. Sono stanco di essere costantemente accusato di pilotare tutto: proprio per questo certo di tenere il dibattito ampio, tenendo le mie idee per me. Quando arriverà il momento mi esprimerò. Senza elementi personali ostativi da parte mia, sia chiaro” dice il leader di Iv. “Andare col centrosinistra significa un accordo che va dai centristi ad Avs e al M5s: Schlein non mette e non accetta veti. L’ipotesi del polo autonomo ha altrettanto bisogno di eliminarli: la politica si fa coi voti”, conclude Renzi.

I grandi si misurano con i grandi . Orgoglio italiano nel mondo 

Europa e futuro: un bel dibattito oggi durante l’evento Future of Britain, organizzato dal Tony Blair Institute. Sono convinto che per affrontare le grandi sfide del nostro tempo serva la politica e non il populismo. Io ci credo. E: Noi di Italia Viva siamo orgogliosi di avere un grande leader che è apprezzato nel mondo. Grandissimo Matteo Renzi, noi di Italia Viva lo abbiamo sempre saputo che sei un leader democratico riformista di livello internazionale. Orgoglioso che il nostro leader sia riconosciuto per ciò che è: un vero progressista, liberale, democratico, pragmatico, intelligente, competente al punto di poter consigliare i leader degli altri stati. I numeri uno apprezzati anche all’estero. In Italia invece ci teniamo a conte, bersani, fratoianni, bonelli, schlein, meloni, salvini, Il Renzi è il migliore che che si dica la politica gli scorre nelle vene ma non piace a molti perché si sentono inferiori Renzi fai come sempre tieni duro e va avanti . Ascoltare la conferenza di Matteo Renzi, ci riempie il cuore di patrio orgoglio , specialmente se il nostro Senatore lo paragoniamo agli scappati di casa che si fanno chiamare politici e giornalisti nella nostra bella Italia. Ci chiamano tifosi Renziani, é difficile far capire ai mediocri, che anche per fare Politica ci vuole un talento e tanto studio. Senza ombra di dubbio il più preparato politico Italiano ma in Italia si preferiscono politici mediocri che imbarazzano la nostra bella cultura Italiana forza senatore Matteo Renzi! Bisogna rendere compiute le democrazie sollevando i poveri ed i fragili dalle loro miserie non solo economiche.#FutureofBritainTony

Schlein delude Landini e parla con Renzi per il suo governo, quando sarà.

Forse la Segretaria schlein, comincia a capire chi fino ad oggi ha solo fatto danni alla Sinistra Italiana, e chi nel 2016 ha tentato di fare dell’Italia un paese in grado di competere alla pari con il resto dei grandi paesi della UE. Schlein delude Landini e parla con Renzi per il suo governo, quando sarà. Grandi opere nel Pd: Boschi ha incontrato la segretaria dem per intessere nuovi rapporti. Al Nazareno pensano che il governo Meloni possa non arrivare a fine mandato. Raccontano che Maurizio Landini in quest’ultimo periodo sia nervoso. Negli ambienti sindacali dicono, con una certa dose di malizia, che il segretario della Cgil sia in difficoltà perché fino ad alcuni mesi fa, vedendo un Pd in affanno e un Movimento 5 stelle sempre più in declino, era convinto di poter diventare lui vero leader della sinistra. Non che Landini avesse deciso di scendere in campo in politica (anche se qualcuno nella sua organizzazione sindacale lo sospettava) ma era certo di poter giocare un ruolo importante in quel campo. Il movimentismo e l’attivismo di Elly Schlein, però, lo hanno spiazzato. Si pensi solo al recente caso della presentazione in Cassazione dei quesiti referendari promossi dalla Cgil. La segretaria del Partito democratico ne ha fatto un’occasione politica per rilanciare il suo progetto di un’alleanza alternativa al governo Meloni. E Landini invece di essere, come aveva immaginato, il protagonista di quella giornata, si è trasformato in un comprimario. Del resto, Schlein, che, come ormai avrebbero dovuto capire tutti, è assai più esperta di quel che si credeva. Ai suoi lo aveva detto: Non mi farò scavalcare da Landini. E così è stato. Ma c’è un’altra novità che è intervenuta nel campo delle opposizioni. Schlein e Renzi hanno preso a parlarsi. In realtà lo fanno più per interposta persona. E’ stata infatti Maria Elena Boschi, che ha modo di incontrare la segretaria del Pd alla Camera, a pensare che fosse ormai il caso di cessare le ostilità e di trovare la maniera per intessere nuovi rapporti con i dem. Anche di qui nasce la decisione di Italia viva di sostenere insieme al Partito democratico il referendum sull’autonomia differenziata. Carlo Calenda, invece, su cui Schlein era sicura di poter far affidamento, si è sfilato da quella compagnia di giro. La cosa ha stupito Schlein, che nei colloqui più recenti si era andata convincendo che il leader di Azione fosse intenzionato a far parte del campo largo. Comunque, Schlein è sempre più convinta che l’alleanza per l’alternativa sia ormai una strada obbligata per tutti i partiti delle opposizioni ed è convinta che, nonostante i mal di pancia e le proteste, poi i partner del Pd in questa avventura accetteranno il fatto che ai dem spetta il ruolo chiave in questa coalizione.  La segretaria del Partito democratico vuole accelerare questo processo perché al Nazareno, vedendo le ultime mosse di Matteo Salvini, pensano che Giorgia Meloni potrebbe addirittura non arrivare a fine mandato. Ma sia che la legislatura possa interrompersi prematuramente sia che invece arrivi alla sua naturale conclusione, al Nazareno ritengono che le prossime elezioni politiche siano quelle della grande rivincita. Ne sono talmente certi che la segretaria con i collaboratori più fidati si lascia andare a possibili scenari che la vedono a Palazzo Chigi. E immagina già la prossima compagine governativa. I bene informati sostengono che la voglia con una maggioranza di donne (il 50 per cento non è più l’obiettivo), composta da ministre e ministri giovani (l’idea è quella di un’età media di 40 anni, massimo 45) e con un esponente (donna o uomo ancora non si sa) della comunità lgbtq +.

Il Disastro Della Brexit In UK: “Danni A Lungo Termine E Crescita Economica Bloccata”

E’ da otto anni che lo scrivo, mi sono beccato prese in giro da tanti contatti che a mio avviso invece dovrebbero essere presi loro per i fondelli, ma adesso purtroppo oramai quello che da Cassandra avevo predetto si sta avverando nella sua totalità e nel modo peggiore. Piacerebbe ricevere almeno le scuse educate da parte di qualcuno di questi contatti che hanno dimostrato di avere utilizzato assai poco il loro cervellino commentando quella colossale scemenza che è stata la Brexit. Il Disastro Della Brexit In UK: “Danni A Lungo Termine E Crescita Economica Bloccata” Secondo un nuovo studio, la Brexit ha lasciato al Regno Unito “danni a lungo termine” bloccando la crescita economica. I ricercatori dell’Università della California hanno avvertito che il prossimo governo dovrà affrontare “diverse crisi interconnesse” causate dalla Brexit. Lo studio ha individuato “segni di stagnazione ed erosione”, come risultato del deterioramento della qualità della governance. La ricerca ha rilevato che il Regno Unito ha iniziato il millennio con alti livelli di performance governativa. L’analisi della Banca Mondiale mostra che dal 2020 il Regno Unito è rimasto costantemente indietro rispetto alla media dell’UE nella formazione di capitale, una misura chiave degli investimenti. “La mancanza di una crescita significativa dopo la crisi finanziaria ha anche lasciato il Regno Unito con pagamenti di interessi relativamente alti a causa dell’entità dei disavanzi fiscali”, si legge nello studio. I ricercatori hanno concluso che “l’austerità post-202” e la Brexit “stanno logorando la coesione sociale del Paese”. Il Disastro Della Brexit In UK: “Danni A Lungo Termine E Crescita Economica Bloccata”. La furbata anglo-sassone di abbandonare l’ Europa, ri è rivelata un boomerang: aveva due obiettivi; rafforzare gli USA e UK (questione di etnia) e, allo stesso tempo neutralizzare le potenzialità europee a loro vantaggio. (Parlo da Europeo non da anti-atlantico: la realtà è stata questa). Un 2% di differenza voti della brexit, ha determinato il caos in Inghilterra e in Europa. Il Diavolo fa le pentole… Ciao.

Enews 980 DI MATTEO RENZI.

Buongiorno a tutti. Vi scrivo da Londra dove ho cominciato a collaborare alle iniziative del Tony Blair Global Institute. Mai come in questi giorni sono convinto dell’importanza della politica contro il populismo. I problemi del pianeta sono incredibili dalla guerra globale alla solitudine dei cittadini, spesso anziani. Dalle questioni energetiche alla sanità. Mai come in questo momento il mondo ha avuto bisogno della politica e non del populismo. Fare politica significa fare proposte credibili e riformiste. E significa farlo da adulti, come ha detto con una felice espressione il leader socialista Glucksmann. Fare politica da adulti significa non mettere veti sulla base delle antipatie ma far valere i voti. Ecco perché quegli adulti fanno la differenza utilizzando anche la tattica. È successo a noi con qualche mossa del cavallo del passato, è successo ai laburisti che hanno smesso di attaccare Blair e hanno vinto con Starmer, è successo a Macron quando ha bloccato l’avanzata della Le Pen. Chi si preoccupa dei veti e non dei voti, invece, fa un favore agli avversari. È accaduto nel 2022 a Letta che con il suo veto ha mandato a Palazzo Chigi Fratelli d’Italia. È accaduto nel 2024 a Calenda che con il suo veto ha mandato a Bruxelles i sovranisti e gli anti-Nato. Vedendo le cose dall’estero sono sempre più convinto che nei prossimi mesi ci vorrà tanta politica. Politica adulta, si capisce. Giorgia Meloni ha iniziato la propria discesa. Lo vediamo dal fatto che i suoi alleati la stanno abbandonando in Europa perché la sua leadership dei conservatori non è stata in grado di incidere. E purtroppo anche l’Italia non ha ottenuto nessuno dei Top Jobs cui potevamo puntare. Il Governo ha un problema con i conti pubblici. Si stanno rimangiando tutte le cose che avevano promesso, dalle reti Telecom, all’ex Alitalia, alle privatizzazioni delle Poste. Ma soprattutto non trovano i soldi per tagliare le tasse al ceto medio. Se non troviamo il modo di aumentare il potere d’acquisto delle famiglie ci sarà sempre più distacco tra i palazzi e le piazze: questo è il vero dramma del nostro tempo, il salario della classe media. E la scelta di accontentare la Lega con una legge sull’autonomia concettualmente sbagliata rischia di creare una frattura devastante dentro la coalizione. La legge sull’autonomia aumenta le diseguaglianze al sud, soprattutto in campo sanitario, e crea ulteriori problemi burocratici al nord, in particolar modo per le aziende e per chi vuole creare posti di lavoro. Venerdì scorso abbiamo depositato il quesito con le firme in Corte di Cassazione insieme agli altri promotori del referendum. Il primo weekend di mobilitazione voluto dagli organizzatori sarà quello del 19/21 luglio e noi ci saremo. In attesa della fine del tesseramento e delle conseguenti scelte politiche interne che faremo, ho chiesto a tutta Italia Viva di mobilitarsi per organizzare tavolini, banchetti e raccolta firme. Lanceremo ufficialmente la nostra campagna referendaria giovedì 25 luglio alle 11:00 da Napoli, presso il Consiglio Regionale ospiti del nostro gruppo in Regione guidato dal bravo Tommaso Pellegrino. Chi sottovaluta il referendum sull’autonomia fa un clamoroso errore politico. Perché per dirla in modo tennistico, questa è la prima palla break che mette in difficoltà Giorgia Meloni. Se il referendum sull’autonomia fa il quorum, il Governo va a casa. Difficile ma possibile. Se il referendum sull’autonomia non fa il quorum ma finisce con un netto successo dei Sì all’abrogazione, nella coalizione di Governo si apre una resa dei conti non banale. Che dite? Ci date una mano a raccogliere le firme? Matteo@matteorenzi.it Pensierino della sera. Ho letto questo report sui giovani che lasciano l’Italia. Sono rimasto sconvolto perché è una ulteriore dimostrazione di quello che diciamo da tempo. Se non creiamo le condizioni per far rimanere i ragazzi, soprattutto se laureati, in Italia stiamo costruendo il declino del nostro Paese. A cominciare da una proposta seria sul salario di ingresso, il primo stipendio per i laureati. Il vero pericolo per il futuro del Paese non è l’immigrazione, ma l’emigrazione. Dite che esagero? Vi leggo. Un sorriso, Matteo Ps. A proposito di Francia, ricordate quando mi trovai a discutere con Marine Le Pen in una prima serata della tv francese? Qui il link con sottotitoli. Altri tempi… o forse no, vedere per credere.

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA …BASTA CLICCARE SUL TITOLO BLU QUI SOPRA E VI SI ARE UN MONDO DI NOTIZIE REALI E ATTUALI. Qui troverai i post che puoi leggere liberamente e se ti interessano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare correttamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

Gozi: «Che lezione. I sovranisti perdono e il centro ha spazio se non li insegue»

Grande Gozi. In Italia i media sono lottizzati, non si ha una informazione democratica, abbiamo i giornalisti che manipolano le notizie a secondo della linea dei loro editori e dei loro politici di riferimento. Non se ne può più delle loro chiacchiere. E anche grazie a Macron che per responsabilità del proprio paese contro strani fascismi e putinismi altrettanto indecenti, ha messo insieme questa alleanza. è decisamente da ammirare; un vero statista, responsabile. Ottimo l’azzardo di Macron. Aria nuova in Europa. Prima Londra, adesso Parigi. Adesso tocca a Roma. Ma! La vera differenza è che in Francia davanti a scelte importanti la gente, magari con il mal di pancia, fa muro. E vanno a votare. Intervista a Sandro Gozi .Intervista all’eurodeputato di Renew: «vincono gli europeisti. Forza Italia non vada al traino di Meloni. Ai moderati servono nuovi protagonisti» Sandro Gozi, eurodeputato macroniano, cosa è successo in Francia? «Semplicemente i francesi hanno rifiutato l’estrema destra. È una bellissima lezione per l’Europa». Cosa esattamente ha portato al ribaltone rispetto al primo turno? «Il programma del Rassemblement national – la distinzione tra francesi e binazionali, l’incompatibilità con l’Europa, le riforme economiche inattuabili – ha messo paura. E le forze democratiche, grazie a una campagna elettorale efficace, sono state brave a smascherare il bluff». Alla fine ha prevalso l’istinto democratico? «Sì, lo dimostra la significativa partecipazione al voto, mai così alta al secondo turno dalla prima elezione di Mitterrand nel 1981. L’affluenza al 70 per cento rappresenta una mobilitazione straordinaria». Mélenchon ha detto: abbiamo salvato la Repubblica. «Sì, ma lui stesso si è chiamato fuori dalla maggioranza. Anche per Macron non si poteva andare oltre la desistenza». Non bisognerebbe tenere unito il fronte democratico anche in Parlamento? «Ma anche il programma di Mélenchon è irrealistico. Costerebbe trecento miliardi, quanto il Pil portoghese, anche perché vorrebbe abolire la riforma delle pensioni. Ci sono anche enormi differenze culturali e politiche. Durante la campagna elettorale i suoi hanno usato toni antisemiti che per noi sono inaccettabili». Cosa succederà adesso? «Il Parlamento è composto di tre blocchi, due dovranno lavorare insieme perché nessuno ha la maggioranza assoluta. Prevedo una collaborazione che includa il Place publique di Glucksmann e i repubblicani. La Francia esce più parlamentare da questa elezione. Manca l’ultimo tassello, però». Quale? «Come già avviene al Parlamento europeo le forze politiche anti Le Pen dovranno collaborare. C’è ora un Parlamento proporzionale eletto col maggioritario. È una Francia tripolare». Macron ha vinto la sua scommessa. «Sì, e nessun presidente dopo sette anni al potere aveva mai ottenuto questi risultati. Se le proiezioni saranno confermate Ensemble avrà 150 parlamentari. Diciamo che la notizia della morte del macronismo era grandemente esagerata». Cosa possiamo imparare noi italiani? «L’estrema destra non è imbattibile. Però le forze di centro, come Forza Italia, non debbono andare al traino di Giorgia Meloni». Il centro in Italia è debole. «Ma se cambiano protagonisti e atteggiamenti anche il centro ha uno spazio importante». Prima il Regno Unito, ora la Francia. È un segnale? «Nei Paesi del G7 vincono gli europeisti. Un buon viatico per il voto americano».

Parigi e Londra parlano anche a noi riformisti, Meloni in Europa si è cappottata, detronizzata da Orban e Le Pen, abbandonata da Vox

Quale lezione si può trarre dalle battaglie che i riformisti europei stanno vincendo? Lo abbiamo chiesto al capogruppo di Italia Viva al Senato e membro del Copasir, Enrico Borghi, Macron ha vinto la sua scommessa. La Francia resiste all’onda nera. Ma le incognite aperte sono tante… «Intanto salutiamo il successo di Macron, e soprattutto degli ideali universali della République che questa destra reazionaria voleva archiviare. Ora si apre una strada di collaborazione tra popolari, liberali e socialisti. In Francia come alla guida della UE» Un governo Ursula, anche con i gollisti? «I gollisti sono popolari, e nel peculiare sistema francese potrebbero trovare dei punti di caduta. La rottura politica che si è consumata all’interno del mondo gollista ci dice che chi mantiere il proprio profilo, senza sbandate a destra, viene premiato». La Francia ma anche il new labour di Starmer in Uk dimostrano che vincere, per i riformisti, è ancora possibile. «Londra e Parigi dimostrano che quando la sinistra si apre al riformismo, archivia ortodossie antiche e ideologiche e parla al Paese, vince. Con una battuta direi che quando la sinistra scopre che esiste il centro, può vincere e soprattutto governare. Sennò fa testimonianza velleitaria, figlia di un’intima inconsistenza, che è la cifra di chi è in decadenza». Che Europa sarà, quella che ci aspetta? Meloni ha giocato bene le sue carte sulle nomine? «Meloni si è cappottata in un parcheggio. Pensava di essere la leader della destra europea, si è trovata detronizzata da Orban e Le Pen e mollata da Vox. Pensava di essere determinante nel bis di Ursula von Der Leyen, ed ha giocato una imbarazzante tripla tra lei e le altre nomine tra astensione e voto contrario. Ora è costretta ad abbozzare. Ed è più debole lei, e purtroppo con lei l’Italia. E rischiamo di non imporre nell’agenda il grande tema del Mediterraneo, che è esiziale». Vede la possibilità che questa Europa faccia passi avanti seri sulla voce unica in politica estera e per il modello di eurodifesa? «Lo show di Orban di questi giorni dimostra che è impossibile un esercito e una difesa a 27. Penso però sia indispensabile una Europa della difesa a più velocità, e penso che sarà quello che accadrà. E l’Italia con chi starà? Con Budapest e e i nuovi patrioti europei filoputinisti? Il tempo delle ambiguità per la Meloni è finito». Da noi in Italia cosa ha portato al risultato delle Europee per i nostri riformisti? «Quel risultato è figlio della divisione, che in politica non paga mai. Qualcuno ha cercato di unire, qualcun altro ha preferito dividere. Ora spero che questo abbia portato la consapevolezza che la dissipazione è un peccato mortale. Qualcuno lo sa perfettamente, perchè ha lavorato sempre per l’unità, e qualcun altro fa finta di non comprendere. Attenzione, perchè a forza di dissipare, si viene dissipati! Resta un punto: in Francia, nel Regno Unito, in Germania lo spazio del riformismo è vivo: credo esista anche da noi, ma serve un lavoro politico di costruzione per renderlo concreto. Perché il terreno del nuovo bipolarismo in Europa è tra europeisti riformisti da un lato, e sovranisti nazionalisti dall’altro. Va organizzato il primo spazio, che è oggettivamente il nostro». E in prospettiva, cosa vede nel futuro di Italia Viva ? Vede l’opportunità di un accordo stabile con il centrosinistra ? Lei viene dalla scuola del popolarismo, dal cattolicesimo democratico… «Intanto guardiamo con interesse e ascolto a ciò che è accaduto a Trieste, con le Settimane sociali dei cattolici che hanno posto il tema della democrazia e del suo futuro al centro. Sono contenuti, questi come altri, utili a profilare bene la nostra identità di soggetto politico del centro riformista, lavoro che va fatto prima di definire alleanze e accordi, lasciando al passato le formule di ieri e aprendoci ad un percorso di lavoro con energie e intelligenze che si incontrano su questo terreno. Se sai chi sei, sai dove vai. Altrimenti ti perdi alla prima curva». I democratici e riformisti americani sono alle prese con un problema perfino più urgente. Joe Biden. Va camiato cavallo in corsa, e di corsa? «E’ davvero impressionante che la più grande democrazia del mondo abbia ristretto le opzioni di scelta tra Biden e Trump. Ed è altrettanto impressionante che sia la disponibilità di risorse finanziarie a determinare chi sta in campo, o meno. In questo contesto, posso solo dire -spes contra spem- che mi auguro che non ci sia Trump alla Casa Bianca a novembre». A Mosca, intanto, rimandato il brindisi per il flop Le Pen, se la sono presa con i bambini. L’ospedale pediatrico di Kiev è stato distrutto. Scommetto che però non ci saranno manifestazioni indignate, stavolta. «L’attacco all’ospedale pediatrico di Kiev è un crimine contro l’umanità, e forse è il modo con cui Putin partecipa al dibattito sulle elezioni in Francia e Inghilterra. La sua tragica risposta ad un voto che non ha premiato i putiniani dell’appeasement con Mosca. Il doppiopesismo di fronte a questi orrori a cui assistiamo, tanto a destra come a sinistra, è sempre più inaccettabile. E, purtroppo, ha radici antiche e profonde in particolar modo in Italia». A proposito di Mosca, la disinformazione prosegue. La guerra ibrida anche. Noi come sistema-Paese come siamo messi? «Siamo messi che la scorsa settimana sono stati attaccati direttamente il Presidente della Repubblica e il governatore della Banca d’Italia. Mi chiedo cosa debba ancora accadere in questo Paese per svegliare i decisori. Vedo troppi silenzi imbarazzati, talvolta compiaciuti, talaltra distratti. Mentre i dati ci dicono che siamo i più disinformati d’Europa. Noi abbiamo fatto una proposta di legge a tutela della libertà: ne vogliamo discutere o continuiamo a parlare d’altro?» Sicurezza e Cybersecurity sono legati, indissolubilmente. Oggi il rapporto World Economic Forum rende nota la mancanza di 100.000 esperti di sicurezza informatica. Da noi la nuova legge prevede che ci siano in ogni azienda pubblica e privata, che giudizio dà di questa legge? «Ci siamo astenuti, perchè da un lato c’è sproporzione tra ciò che ci si propone e gli strumenti di attuazione e dall’altro siamo sempre dentro il riflesso condizionato del tic panpenalista. Servirebbe un autentico salto di qualità, non burocratico ma strutturale, che ancora non si vede». Oggi Aspen Institute discute a Roma proprio di prospettive e criticità di AI e Cybersec. Lei quale messaggio darebbe? «Il futuro della democrazia e delle nostre società è legato al governo di questi fenomeni. Per questo serve consapevolezza, e capacità di aggiornamento degli strumenti. Sapendo che non possiamo fare come il pugile che sale sul ring con una mano legata dietro alla schiena».

Il segnale francese è che si vince ancora col riformismo. Matteo Renzi

Intervista a Matteo Renzi «Macron? Machiavellico. II riformismo fa ancora la differenza». La Francia s’è svegliata a sinistra. “Ma soprattutto al centro”, dice al Foglio Matteo Renzi. “Soltanto grazie al blocco riformista si può fermare la destra: lo hanno capito a Londra, lo hanno capito a Parigi”. A Roma, invece? “Speriamo di farne tesoro. Il messaggio di queste elezioni è chiaro”. Euforia da rimonta, da colpo di scena terzopolista. “Tutti quelli che facevano i necrologi a Macron oggi si devono ricredere. Se ho parlato con lui? Figuriamoci, con tutto quel che ha da fare. Il punto è che sta al governo da sette anni: mantenere tanto consenso così a lungo non è banale. Ed è un’operazione machiavellica. Nel senso più positivo del termine”. Una di quelle mosse che piacciono a Matteo Renzi. “Macron non aveva alternativa, checché ne dicano gli analisti nostrani alla Travaglio. Avrebbe forse potuto attendere e sciogliere l’assemblea più avanti. Ma in ogni caso il governo sarebbe caduto a settembre. Il vero azzardo era la tempistica, alla fine ha avuto ragione lui: Ensemble non avrà forse la maggioranza di prima, difficile dire come si chiuderà questa partita, ma l’indiscutibile sconfitta è Le Pen”. Scommessa azzeccata. “Alla vigilia dell’esito elettorale si era pronti a dare a Macron del genio o del bollito: diciamo che ora l’ago della bilancia pende chiaramente in una direzione. Dunque chapeau. La questione però è duplice”. Da un lato il machiavellismo, appunto, “cioè l’utilizzo di tattiche parlamentari a vantaggio delle proprie idee politiche. Lo ha fatto Sanchez, lo ha fatto Starmer, lo ha fatto Macron”. Renzi non si autocita. Lo incalziamo noi. “L’assunto è sempre lo stesso: vince chi sa occupare il centro, in base alle regole del gioco di ciascun paese. E questo può voler dire la grande coalizione schierata in Francia, oppure una crisi di governo innescata al momento giusto”. La mossa del cavallo, dal Conte bis a Draghi. “All’epoca avevamo rischiato profondamente, come Emmanuel oggi. È così che si fa politica. L’altro tema, ancora più importante, è la visione più ampia della storia. Perché l’esperienza macroniana può funzionare soltanto in un modello di semipresidenzialismo e doppio turno. Farei a cambio col nostro domattina. Ma a livello internazionale, il centro quando è riformista fa la differenza. Sempre. A prescindere dai sistemi elettorali. Appunti per l’Italia”. Vale anche il contrario, stando al naufragio del nostro centro alle ultime europee. Se l’esperimento francese è puro risultatismo, whatever it takes contro le destre, il teatrino dell’ex Terzo polo cos’è? Egoismo spurio? “Macron ha fatto politica pragmatica. Dividersi per antipatia personale come ha fatto Azione è l’esatto opposto: infantilismo ideologico. La frase più bella di questa campagna elettorale l’ha detta Glucksmann, un socialista: ‘Comportiamoci da adulti’. Spero che inizino a farlo tutti, di fronte al governo Meloni”. Il rimbalzo delle colpe non aiuta. Ha stancato. “Però dire che hanno sbagliato tutti allo stesso modo è un ragionamento da populisti. È Calenda che ha scientificamente cercato di distruggere quest’area perché immaginava di interpretarla da solo. Io ho preso 210mila voti, lui 90mila. Qualcosa vorrà pur dire”. Date a Carlo quel che è di Carlo, ribadisce il leader di Italia viva. “E cioè il fortissimo indebolimento di un autonomo centro riformista. Ora è essenziale tenere aperta la discussione: c’è chi – come Marattin, pronto a sfidare Calenda alle primarie – crede ancora nelle potenzialità di un terzo polo sotto terzo nome, da individuare con le primarie come ha proposto la Fondazione Einaudi e c’è chi invece intravede una nuova Margherita”.

Benvenuti nella caotica e imprevedibile sesta Repubblica francese

Il risultato del ballottaggio consegna ai francesi un’Assemblea Nazionale divisa ma paradossalmente più rilevante, in cui il gioco politico avrà un peso maggiore rispetto al passato. La carta che adesso giocheranno i parafascisti francesi sarà quella del soffiare sul caos in cui Emmanuel Macron avrebbe secondo loro gettato il Paese. Aspettiamoci di tutto, nei prossimi tre anni, compreso il fomentare disagi e disordini che nella ribollente Francia non sono mai sopiti. Sull’onda di questo auspicato disordine, Marine Le Pen nel 2027 darà l’assalto all’Eliseo per la terza volta, finora sempre battuta da un Macron che non potrà però essere della partita avendo già svolto due mandati. La scommessa sul caos francese ha già trovato i suoi cantori in Italia. Il professor Alessandro Campi, sul Messaggero, ha sottolineato che «un cartello elettorale non è un’alleanza politica stabile e duratura» evidenziando le distanze tra i vincitori delle elezioni legislative (sull’Ucraina, sulle pensioni): ma questo lo sa per primo Macron che aveva giustamente distinto tra desistenza e coalizione di governo (distinzione, detto en passant, che Elly Schlein dovrebbe tenere presente). L’obiettivo infatti era negativo, bloccare Le Pen. Fatto questo, ora si gioca. Era tutto previsto.  Il senatore Gaetano Quagliariello, orfano dell’amato Charles De Gaulle, dice la stessa cosa di Campi ma, come tanti altri osservatori, sostiene che il vincitore sia stato Jean-Luc Mélenchon che però ha un terzo dei deputati di Ensemble (Macron). Altri esponenti di destra, tra cui nientemeno che Daniela Santanchè, hanno affermato che Macron «ha rilanciato i comunisti», ma questi esistono al di là della volontà del presidente che comunque non intende allearsi con loro semmai con la parte ragionevole del Nouveau Front Populaire. (Ah, silenzio assoluto da parte di Marco Travaglio che aveva definito il presidente francese «un cretino»).  Capiamoci, è un dato di fatto che la Francia sia entrata in una terra incognita anche per il fatto che si è spuntata la forza della V Repubblica basata su una governabilità abbastanza assicurata. Ma perché non vedere i lati positivi della situazione che vanno anche al di là dell’umiliazione inflitta alla estrema destra? Si apre infatti in Francia una fase nuova, potenzialmente ricca di politica e di democrazia. Quest’ultima  è stata clamorosamente rivitalizzata da Macron, il tecnocrate che sarebbe odiato dal Paese (è il secondo gruppo parlamentare), l’algido pokerista jupitérien lontano dal popolo, un uomo politico descritto ancora ieri da alcuni geni di sinistra e di destra come lo sconfitto. Adesso vedremo come il presidente piloterà questa inedita fase post-V Repubblica nella quale avrà un peso enorme il parlamento, i partiti, il gioco politico: elementi italiani, se si vuole, e infatti non si parla d’altro che di governo tecnico, larghe intese, possibili scissioni a sinistra, tutti storici ingredienti della politica italiana (c’è qualche somiglianza con la situazione italiana della seconda metà degli anni Novanta).  In Francia dunque, proprio a causa della complessità della situazione, torna la Politica, all’insegna dei valori (l’unità delle forze democratiche contro il parafascismo) e da oggi alla ricerca di mediazioni sul piano politico e programmatico. Da quest’ultimo punto di vista, Mélenchon se fosse un vero leader politico dovrebbe disporsi alla mediazione, ma poiché ci pare più un arruffapopolo che uno statista, insisterà sul suo demagogico programma e verrà inevitabilmente mollato da persone più serie, «gli adulti» come li ha definiti il loro leader di fatto Raphäel Glucksmann. Ecco dunque che non cedendo di un millimetro il ruolo del presidente, contemporaneamente si rafforzerà quello del Parlamento: una specie di Sesta Repubblica. Con buona pace dei catastrofisti di destra impegnati a leccarsi le ferite di una sconfitta epocale.

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Sovranismi. Le bombe russe sull’ospedale salutano i putiniani europei.

I russi bombardano l’ospedale pediatrico di Kiev.
I bambini malati di tumore sono costretti a fuggire. Questa drammatica foto certifica l’orrore di un atroce crimine di guerra. E c’è gente che ancora difende Putin, e politici che non vogliono che l’Italia mandi le armi per difendersi da queste bestie E! Nonostante il voto del 9 giugno abbia dimostrato quanto sia sopravvalutato e sovra rappresentato il fronte pseudo-pacifista, l’impressione è che l’opinione pubblica italiana non sia più così sensibile alle sofferenze ucraine, ammesso che lo sia mai stata.
«Ieri, mentre stava festeggiando la sconfitta dei fascisti in Francia, il mondo civile è stato raggiunto dalle immagini di Kyjiv, dove i fascisti russi hanno colpito deliberatamente con un missile Cruise a bassa quota, quindi difficile da intercettare, l’ospedale pediatrico “Ohmadyt” (Ohorona materi i dytyny, La cura della madre e del figlio)», scrive Yaryna Grusha su Linkiesta. «Le foto dei bambini malati di cancro attaccati agli apparecchi medici in fila sotto l’edificio bombardato, le madri che stringono al petto i piccoli cercando di proteggerli, mentre i padri stanno smantellando le macerie alla ricerca dei sopravvissuti hanno profondamente scosso i cittadini europei». Può darsi che quelle immagini abbiano scosso i cittadini europei, ma sui cittadini italiani avrei qualche dubbio. Nonostante il voto del 9 giugno abbia dimostrato quanto sia sopravvalutato e sovrarappresentato il fronte pseudo-pacifista, l’impressione è che l’opinione pubblica italiana non sia più così sensibile alle sofferenze ucraine, ammesso che lo sia mai stata. «Non sappiamo se questo attacco, con una combinazione di quaranta tipi di missili diversi, scagliati da rampe di lancio e aerei contro obiettivi civili di diverse città, sia stato premeditato per celebrare la vittoria della lista di Marine Le Pen alle elezioni politiche in Francia – scrive sulla Stampa Anna Zafesova – o sia stato improvvisato all’ultimo momento come sfogo di rabbia di Mosca per non essere riuscita a far espugnare a un partito che riteneva composto da suoi fedelissimi il parlamento di una nazione cruciale nell’alleanza che sostiene l’Ucraina». O magari come saluto per il vertice Nato che si apre oggi. Di sicuro, prosegue Zafesova, a restare sepolta sotto le macerie è anche la diplomazia, perché «chi cerca la diplomazia di regola mostra il suo volto più conciliante e ragionevole, non bombarda gli ospedali pediatrici in pieno giorno, se non altro per non mettere in difficoltà i propri alleati». Ma è significativo che i media russi non nascondano più di avere mirato a obiettivi civili come l’ospedale, dove sarebbe stata in corso una «riunione militare» (anche se il ministero della Difesa russo ha come sempre incolpato la contraerea ucraina). Ed è pure significativo che tutto questo avvenga mentre Viktor Orbán se ne svolazza leggero dalla Russia alla Cina con la sua presunta iniziativa diplomatica, non concordata con nessuno dei leader europei che pure pretende di rappresentare, e nel frattempo promuove a Strasburgo il gruppo dei Patrioti, cui hanno già assicurato l’adesione la Lega di Matteo Salvini e il partito di Le Pen. Giorgia Meloni per il momento si limita a incassare e fare buon viso al cattivo gioco degli alleati (italiani ed europei), ma è evidente che all’indomani di una vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti non ci metterebbe molto a tornare alle sue posizioni originarie sulla Russia di Putin. E non è detto che il ritorno di Trump sia una condizione necessaria.

Il dilemma di Obama.

Salvando l’America salva l’amico. La parola del giorno è coraggio!!!!! Penso che Biden in passato abbia aiutato tantissimo Obama. Per questo il dilemma è ancora più arduo. Tuttavia i democratici devono far arretrare l’attuale presidente, è persona testarda, caparbia e determinata (non sarebbe arrivato lì se non lo fosse), ed anche intelligente. Capirà. Spero … Povera America che non riesce ad esprimere candidati giovani e democratici. Con Trump sarà un’altra Russia! Gli amici, oltre che i famigliari, sono le uniche persone da cui ti puoi aspettare sincerità e affetto. Obama come amico dovrebbe essere sincero con Biden e come ex Presidente fare il bene degli americani.

“𝐃𝐢𝐜𝐚 𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐢 𝐦𝐚𝐥 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞. 𝐍𝐨𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞𝐦𝐨 𝐞 𝐯𝐨𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐞”.

Due grandi che cambieranno la storia politica e il suo corso Oggi più che mai forza Renzi e auguri di buon lavoro al grande Presidente Macron I cavalli di razza non deludono mai .Eppure i pescivendoli i lucida scarpe, l’arrotino gli urlatori arrivano alla pancia ed il voto scriteriato è il loro frutto. Poveri noi, ma non molliamo, avanti a tutta con Renzi “𝐃𝐢𝐜𝐚 𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐢 𝐦𝐚𝐥 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞. 𝐍𝐨𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞𝐦𝐨 𝐞 𝐯𝐨𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐞”. Prima ti danno per spacciato, poi ti dicono che la tua mossa è sbagliata, poi ti dicono che con la tua scelta farai vincere le destre, poi vanno in TV e sui social dicendo che non conti nulla e che le tue strategie politiche faranno ridere mezzo mondo. Poi succede che le destre non vincono, che le destre non vanno al governo grazie alla tua mossa, che i tuoi posti in parlamento diventano rilevanti e quelli che fino a pochi giorni fa ti davano per finito devono tornare col capo basso e ammettere che erano loro a sbagliarsi. Sí, amici miei in poche righe abbiamo raccontato sia la caduta del Conte 1 e del Conte 2 e sia le elezioni francesi. 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚. 𝐀𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 𝟐𝟎𝟏𝟗: Matteo Salvini dal Papeete annuncia di volere i pieni poteri e di voler andare ad elezioni anticipate. Renzi evita le elezioni anticipate (che sarebbero state vinte dalla destra) mandando a casa Salvini. 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚. 𝐅𝐞𝐛𝐛𝐫𝐚𝐢𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟏: Conte è totalmente incapace di gestire la pandemia, bisogna evitare che la destra elegga il nuovo presidente della Repubblica. Renzi manda a casa Conte e punta tutto sull’arrivo di Draghi. La presidenza della Repubblica è salva con la rielezione di Sergio Mattarella. 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚. 𝐋𝐮𝐠𝐥𝐢𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟒: La destra trionfa alle Europee e Macron decide di andare ad elezioni anticipate. Grazie a questa mossa la destra viene totalmente sconfitta e non ha nessuna maggioranza assoluta. Ecco, c’è un filo rosso che attraversa le Alpi e che collega, oggi più che mai, Italia e Francia. Perché è nei momenti difficili che si distinguono i politici dagli influencer. È nei momenti difficili che si distinguono quelli che fanno “la mossa del cavallo” e quelli che invece sono bravi solo a criticare e a chiacchierare. 𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚: •𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐑𝐞𝐧𝐳𝐢 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐦𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐏𝐃𝐑 𝐬𝐨𝐯𝐫𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐚, 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐦𝐦𝐨 𝐚𝐯𝐮𝐭𝐨 𝐌𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫 𝐏𝐚𝐩𝐞𝐞𝐭𝐞 𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐞𝐫 𝐧𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟏𝟗, 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐦𝐦𝐨 𝐚𝐯𝐮𝐭𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐡𝐢; •𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐌𝐚𝐜𝐫𝐨𝐧 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐦𝐦𝐨 𝐥𝐚 𝐋𝐞 𝐏𝐞𝐧 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐢𝐧 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚. Oggi in Francia la palla è al “centro”. 𝐄 𝐪𝐮𝐞𝐥 “𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨” 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐬𝐚𝐫𝐚̀ 𝐫𝐢𝐥𝐞𝐯𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐦𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚̀ 𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞. Quel ”centro riformista” in queste elezioni ha ottenuto un ottimo risultato non solo perchè la distanza numerica dalla sinistra è minima ma perchè è riuscito ad essere un grande punto di attrazione per chi non si riconosce nei due estremi. 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐢𝐧𝐝𝐢? Puntare sul centro riformista andando a dialogare con quella parte di sinistra rimasta che non si riconosce nella sua parte estremista/populista e che si distacca da Melenchon. Come detto prima c’è una larga fetta della popolazione che ha deciso di non scegliere né l’estrema destra e né l’estrema sinistra perché quando parliamo di Melenchon e di Le Pen non parliamo di due personaggi di csx e cdx ma parliamo proprio di 2 estremisti. 𝐄 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨𝐥𝐢𝐧𝐞𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥 ”𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐫𝐢𝐟𝐨𝐫𝐦𝐢𝐬𝐭𝐚” 𝐜𝐡𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐯𝐢𝐯𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐚𝐢. Son sicuro quindi che Macron sarà in grado di trovare la soluzione migliore anche perchè questa partita è stata vinta da lui. 𝐔𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐞̀ 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐚: 𝐚 𝐝𝐮𝐞 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐥𝐞𝐚𝐝𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐑𝐞𝐧𝐳𝐢 𝐞 𝐌𝐚𝐜𝐫𝐨𝐧 𝐜’𝐞̀ 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐚 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐞 𝐢𝐦𝐦𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐜𝐨𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨, 𝐥𝐚 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐞𝐫𝐦𝐢𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐥𝐚 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐥𝐞𝐚𝐝𝐞𝐫𝐬𝐡𝐢𝐩 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚.

ALLONS ENFANT E: Basta perdere tempo con Calenda. Figuriamoci con Costa e Marattin.

Il Centro democratico e la sinistra socialdemocratica hanno prevalso in Francia e in Gran Bretagna. Succederà anche in Italia. Ma: “Serve un chiarimento immediato”, questa fu la motivazione di Macron nell’indire le elezioni anticipate in Francia. E il chiarimento c’è stato con una risposta forte che ha detto no alla destra sovranista, antieuropea e filorussa di Le Pen e del suo burattino Bardella. Quello che colpisce è il rapporto di Macron coi francesi. Contestato per anni da una vandea bipopulista, difronte al voto europeo di una parte dell’elettorato, giudicato umorale e irresponsabile, si è comportato come un padre severo che non cede alle pretese irragionevoli di un figlio scapestrato e chiede a tutta la famiglia di condividere una scelta più responsabile e consapevole. Si dirà che il sistema elettorale a doppio turno ha aiutato la scelta di Macron. Osservazione banale, cosa altro sarebbe stato possibile fare che non fosse consentito dal sistema elettorale in vigore? Restare fermi? Dare credito ai sondaggi farlocchi? Quel sistema ha avuto il suo peso, ma molto di più l’ha avuto il sussulto democratico indotto nei francesi dalla politica che, innescata dal coraggio di Macron, ha superato divisioni storiche profondissime per difendere innanzitutto il sistema democratico. C’è da constatare che quando la destra perde o si definisce vittima di manovre di palazzo, se in un sistema parlamentare si crea una maggioranza che legittimamente la lascia all’opposizione, o denuncia la vittoria dell’avversario come un furto (Trump docet) perpetrato dalla maggioranza dei voti popolari. Immaturi per la democrazia. Oggi i giornali di destra si uniscono, con le stesse parole, alle critiche del russo Lavrov al doppio turno come sistema manipolatorio della democrazia. Da che pulpito. In realtà il doppio turno non solo raddoppia il valore del voto popolare, ma rende partecipi gli elettori degli accordi tra i partiti che così vengono esplicitati prima del voto definitivo e dei quali si chiede l’approvazione. Tutto il contrario delle manovre di palazzo. E ora che ne sarà della Francia e dell’Europa, dove l’Italia resta il solo membro fondatore dell’UE con un governo di destra? Per capire cosa accadrà in Francia occorre guardare dentro il risultato dei tre blocchi che si divideranno i seggi all’Assemblea Nazionale. Nel primo, il Nuovo Fronte Popolare, la maggior parte dei seggi è andata alla somma di socialisti, sinistra moderata di Glucksmann, ambientalisti, non al gruppo di Melenchon. Tutte forze della sinistra democratica che avevano apertamente dichiarato che la loro unione sarebbe durata solo fino al 7 luglio per battere la destra, ma poi ognuno avrebbe ripreso la sua strada che, nella maggioranza dei casi, è contraria da anni alla politica estremista, euroscettica, filorussa e antisemita di Melenchon. Nell’Ensemble di Macron il suo partito, Reinaissance, ha retto bene il confronto elettorale. Non è il primo partito, ma è impossibile ogni maggioranza democratica che ne prescinda. I Repubblicani, i gollisti che non si sono alleati con Le Pen, hanno mantenuto una loro pattuglia di deputati indisponibili a qualunque maggioranza che comprenda gli estremisti di destra o di sinistra. Ora, come aveva previsto se fosse andata come sperava, la palla torna nelle mani di Macron. Che non ha più la maggioranza assoluta, ma che ha la possibilità di plasmare, nei prossimi tre anni di presidenza, un nuovo corso politico francese con un governo che veda assieme liberaldemocratici e sinistra socialista e democratica. La lezione di Macron è che ci vogliano visione politica, fiducia in se stessi e molto coraggio. Soprattutto bisogna saper perdere, senza per questo decidere frettolosamente di annegare in un bicchiere d’acqua. Ultima notazione di chi, come me, si impiccia dei problemi in casa d’altri. La mancanza di una sponda di destra francese isolerà ancora di più l’Italia di Meloni nell’UE. A meno che la sconfitta di Le Pen non suggerisca a Meloni di abbandonare il suo, ormai malconcio, sogno di riunire la destra europea sotto la sua leadership. Non sarà disperata Meloni per avere perso una amica rivale, ma ora c’è Orban che incalza e la insidia perfino in casa dove Salvini non perde ogni occasione per differenziarsi da lei. Meloni ha due possibilità. O profittare della sconfitta francese per ridare l’assalto alla leadership della destra europea, oppure fare la sua mossa del cavallo e proporsi come leader di un nuovo partito conservatore democratico di ispirazione europeista e atlantista. La terza, quella di governare l’Italia nel modo migliore è esclusa per mancanza di requisiti politici. La crisi della destra, che non ha sfondato in Europa, e quella dei conservatori inglesi, aprono un campo di riflessione notevole per lei. Riuscirà a vederlo? Non sono solo affari suoi. Una cosa è certa, nelle ultime quattro settimane l’Europa è cambiata e non in peggio. Ora possiamo tornare ad occuparci di unire i riformisti liberaldemocratici italiani. Con una sola raccomandazione, non occupiamoci più di Calenda, l’hanno inventato apposta per farci perdere tempo e testa.

ORA TOCCA AL AMERICA: La pressione dei Democratici. Nel giro di una settimana potrebbe arrivare la decisione sul ritiro di Biden

CHI DEI DUE? Secondo Axios l’annuncio potrebbe arrivare già questo venerdì. Ma entro una settimana al massimo dovrebbe essere presa una decisione sul futuro della ricandidatura di Joe Biden alla Casa Bianca, quale che sia. Giusto il tempo per evitare l’imbarazzo di un cambio di leadership nel mezzo del vertice Nato, quando i capi dell’Alleanza Atlantica saranno a Washington per celebrare il settantacinquesimo anniversario della sua fondazione e aprire alla costruzione di un «ponte» per far entrare l’Ucraina. A dieci giorni dal disastroso dibattito con Trump, a Washington si è tenuta una riunione tra i leader del Partito democratico, riunita dal capogruppo dem alla Camera Hakeem Jeffries. Almeno quattro dei partecipanti hanno dichiarato che il presidente Joe Biden dovrebbe ritirarsi dalla corsa alla Casa Bianca a causa delle sue condizioni di salute. I quattro sono il leader nella Commissione Giustizia Jerry Nadler, il membro della Commissione Difesa Adam Smith, Mark Takano della California, membro del Comitato per gli affari dei veterani e Joseph D. Morelle di New York, leader del Comitato amministrativo. Un funzionario anonimo della Casa Bianca ha detto al New York Times che anche lui e diversi colleghi iniziano a dubitare. E il senatore Mark Warner, intanto, sta organizzando la riunione con un gruppo di democratici al Senato per discutere del futuro di Biden. Non è servita l’intervista registrata con la Abc. Molti democratici credono che non ci sia nulla che Biden possa fare per invertire la rotta, o il suo invecchiamento, scrive Axios. Anche i donatori per la campagna elettorale si stanno dileguando. Un articolo sul Washington Post di domenica dice che «per ogni dieci persone che pensano che dovrebbe ritirarsi, solo una pensa che dovrebbe restare». Axios spiega che in tanti «garantiscono pubblicamente per Biden, per volere della Casa Bianca e della campagna, ma poi dicono in privato che non c’è alcuna strada da percorrere». Ieri Biden era in Pennsylvania, uno degli Stati chiave in vista delle elezioni di novembre. «Il partito è con me, batteremo Trump», ha detto il presidente. Ma i sondaggi degli ultimi giorni cominciano a fare paura, con Biden sempre più indietro. Durante una telefonata tenuta sabato scorso con i co-presidenti della sua campagna nazionale, Biden ha promesso di dedicare più tempo a parlare direttamente con gli elettori. Oggi iniziano ad arrivare i leader della Nato per il vertice a Washington e giovedì pomeriggio il capo della Casa Bianca terrà la sua conferenza stampa. Cosa succederà dopo, è ancora tutto da vedere. In molti sterebbero pensando alla portavoce Nancy Pelosi, che avrebbe la statura necessaria per dire a Biden che è finita. Se Biden resta in carica, dovrebbe intraprendere una battaglia pubblica alla convention democratica di agosto. Il 19 e il 22 agosto, a Chicago, il Partito democratico ratificherà la nomina del presidente uscente degli Stati Uniti come sfidante di Donald Trump alle elezioni del 5 novembre. Ma potrà essere sostituito solo in caso di un ritiro volontario.

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Non è l’ora della destra. Emmanuel Macron ha salvato la Francia e l’Europa.

Nel secondo turno delle elezioni francesi, più che vincitori ci sono gli sconfitti: hanno perso la destra illiberale e Marine Le Pen. Ora l’uomo da tenere d’occhio non è Mélenchon, ma Glucksmann. È su di lui che il presidente francese deve contare, Dopo questo storico ed emozionante stop alla destra estrema in Francia e la fantastica vittoria laburista in Gran Bretagna, il sovranismo europeo ha perso la partita. I nazionalisti hanno tentato il colpaccio: respinti non senza fatica alle europee, stra-battuti nel Paese di Voltaire. Più che vincitori, ci sono gli sconfitti: ha perso lei, la destra illiberale. La sberla rimediata da Marine Le Pen, l’ennesima, non era attesa in queste proporzioni: era prima, ora è terza. Superata dal Nouveau Front Populaire e da quei macroniani che venivano dati per spacciati. Ma Emmanuel Macron non è il Terzo polo italiano. È uno statista che ha salvato il suo Paese da un’involuzione pericolosa per la Francia e per l’Europa. Emmanuel Macron, checché ne dicano i pazzerelli che non capiscono un’acca di politica, ha salvato il suo Paese e rinvigorito la democrazia francese con una mossa disperata che si è rivelata vincente: appellarsi a les citoyens per bloccare i lepenisti sulla soglia di Matignon. Ha messo da un canto idiosincrasie e dissensi politici per fare barrage assieme a un personaggio poco edificante come Jean Luc Mélenchon e a un Front Populaire che comunque al suo interno è variegato e contiene spinte nuove e positive incarnate da Raphaël Glucksmann. «Dovremo comportarci da adulti», ha detto. Il popolo ha parlato. Adesso tocca alla politica. «Adulti» significa cercare un accordo tra Glucksmann e Macron. Infatti il presidente francese è al centro della scena: altro che finito. E la sinistra è chiamata a un chiarimento: vuole fare le manifestazioni di protesta o dare una mano per risolvere i problemi della Francia? La pretesa di Mélenchon di fare un governo del Nfp con un programma super massimalista è propaganda: non ha i numeri. Se non vuole fare lui l’accordo con Macron, il Fronte popolare si spaccherà. L’uomo da tenere d’occhio è Glucksmann, è su di lui che il presidente francese deve contare. Vedremo. Sul voto in Gran Bretagna è stato detto tutto. Anche molte sciocchezze, nel tentativo patetico di sminuire la vittoria di Keir Starmer. Anche qui, il popolo ha parlato. E ha sbattuto fuori conservatori premiando il partito avversario, i laburisti, che si sono fatti trovare pronti anche grazie a un leader nuovo molto concreto. Ora tocca a lui e imbocca al lupo. Per un’assurda coincidenza della storia, si va allungando sugli Stati Uniti e sul mondo l’ombra greve e eversiva di Donald Trump ed è come se l’Europa lo sentisse e si volesse mettere al riparo: di qui l’urgenza di battere i trumpiani europei, nell’Europa occidentale dove lo si può fare con la democrazia e la politica. Infine aggiungeremmo la tendenza in Italia a una potenziale riorganizzazione del centrosinistra. Anche in questo caso aveva sbagliato chi due anni fa dopo le elezioni politiche concluse che l’Italia era di destra e che Giorgia Meloni avrebbe governato vent’anni. Non è affatto detto. La Gran Bretagna e soprattutto la Francia insegnano che non è l’ora della destra.

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Desistenza europea: La grande avanzata sovranista è rinviata anche questa volta

Con le elezioni in Francia e dopo la conferma della maggioranza popolari-socialisti-liberali alle elezioni europee di giugno, è già la seconda volta in cui l’annunciato trionfo sovranista dev’essere rinviato a data da destinarsi. Senza contare la disfatta dei conservatori in Gran Bretagna. Tutte pessime notizie per Giorgia Meloni, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette. Può darsi che abbia ragione Marine Le Pen quando assicura ai militanti che la loro vittoria «è solo rimandata». Certo è rimandata di un bel po’, perché alle presidenziali mancano tre anni e intanto il suo Rassemblement National, vincitore indiscusso al primo turno con il 33 per cento, esce dal ballottaggio addirittura terzo, dietro il Nuovo fronte popolare e persino dopo gli odiati macroniani, che una settimana fa si erano fermati rispettivamente al 28 e al 21 per cento. La differenza tra l’esito delle due votazioni, a così breve distanza, è il frutto delle desistenze incrociate tra sinistra e centristi, che sono cosa ben diversa da un accordo di coalizione. Quello, semmai, andrà trovato in parlamento, e non è affatto scontato. Non per nulla il primo a intervenire ieri sera per commentare i risultati è stato Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, il partito più forte, e più radicale, nella composita coalizione frontista. E il suo, in pratica, è stato un comizio contro Emmanuel Macron. Quanto al presidente della Repubblica, dopo essere stato criticato da mezzo mondo per la sua scelta di sciogliere il parlamento e indire elezioni anticipate a così breve scadenza, dopo la vittoria dell’estrema destra alle elezioni europee, raccoglie ora molti complimenti per la riuscita della manovra. A suo tempo, però, si disse che l’obiettivo era «logorare» il Rassemblement National, costringerlo a misurarsi subito con la responsabilità di governo (in una difficile coabitazione con Macron) chiudendogli la prospettiva di una campagna elettorale per le presidenziali del 2027 lunga tre anni, da fare tutta comodamente all’opposizione. Il successo oltre le previsioni della prima parte della manovra minaccia dunque di comprometterne l’esito, con il rischio che alla fine siano centristi e sinistra ad arrivare logorati al 2027. Ma intanto siamo ancora nel 2024, e dopo la conferma della maggioranza popolari-socialisti-liberali alle elezioni europee di giugno, sia pure ammaccata, è già la seconda volta in cui l’annunciato trionfo sovranista dev’essere rinviato a data da destinarsi, senza contare la meno sorprendente ma non meno significativa disfatta dei conservatori in Gran Bretagna due giorni fa. Tutte pessime notizie per Giorgia Meloni, che proprio con l’ex premier britannico Rishi Sunak aveva costruito un rapporto assai amichevole (prendendone a modello l’odioso piano di deportazione dei migranti in Ruanda, già dichiarato «morto e sepolto» dal successore), e adesso si vede abbandonare persino dagli spagnoli di Vox, che hanno lasciato il suo gruppo al parlamento europeo per unirsi a quello promosso da Viktor Orbán, verso cui sembrano diretti anche Matteo Salvini e gli altri sovranisti di Identità e democrazia, a cominciare da Le Pen, con il probabile risultato di portare i nuovi Patrioti di Orbán a quota 82 seggi, terzo gruppo a Strasburgo, declassando a quarto i Conservatori e Riformisti di Meloni.

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Il tentativo di giocare su due tavoli sembra dunque destinato a concludersi con una doppia sconfitta, tanto per la Meloni europeista, atlantista e pragmatica raccontata dalla stampa italiana, quanto per quella vera.

Fronte anti-Le Pen. La sinistra vince a sorpresa le elezioni in Francia, ma nessuno ha la maggioranza

Nel secondo turno delle elezioni francesi, il Nuovo fronte popolare si è affermato come prima coalizione con 182 seggi, seguito da Ensemble del presidente Emmanuel Macron con 168 seggi e dall’estrema destra del Rassemblement National di Marine Le Pen con 143 seggi. Il primo ministro Attal si è dimesso. Da oggi per Macron si aprono le difficili trattative per la nascita di un governo, Nel secondo turno delle elezioni legislative francesi, la sinistra del Nuovo fronte popolare (Nfp) si è affermata come prima coalizione, seguito dal blocco centrista Ensemble del presidente Emmanuel Macron e dall’estrema destra del Rassemblement National di Marine Le Pen. Nfp ha ottenuto 182 seggi, Ensemble 168 e il Rassemblement national, che era stato il più votato al primo turno del 30 giugno, si è fermato a 143 seggi. «Un’assemblea nazionale senza maggioranza», titola Le Monde. Per ottenere la maggioranza assoluta necessaria a formare un governo servivano 289 seggi su 577. Sono stati quindi smentiti i sondaggi che davano un’affermazione netta del blocco di destra. L’affluenza è stata del 66,6%, mai così alta dal 1997. Da oggi per il presidente Emmanuel Macron si aprono le difficili trattative per la nascita di un governo. Il primo effetto delle elezioni è stato l’annuncio di dimissioni da parte del primo ministro Gabriel Attal. Ieri sera il primo a commentare i risultati è stato Jean-Luc Mélenchon, il leader di La France Insoumise, il partito che dentro Nfp ha ottenuto il maggior numero di seggi. Mélenchon, ha invitato Macron a nominare un nuovo primo ministro del Fronte Popolare, celebrando la vittoria della sinistra, spiegando che d’ora in poi «la volontà popolare dovrà essere rispettata» e che il presidente Macron dovrà «inchinarsi ai risultati». Il Nuovo Fronte Popolare si era formato dopo il buon risultato del partito di estrema destra Rassemblement National alle elezioni europee del 9 giugno, quando il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron aveva annunciato immediatamente lo scioglimento dell’Assemblea nazionale e convocato elezioni anticipate. Un’altra grande sorpresa è la relativa resistenza del campo macronista, che avrà 168 deputati, certamente lontano dai 250 eletti della precedente legislatura, ma ben al di sopra di quanto annunciato da numerosi sondaggi. E se il Rassemblement National è lungi dall’ottenere la maggioranza, sta facendo progressi, con 143 deputati, rispetto agli 89 del giugno 2022. In serata, l’Eliseo ha fatto sapere che il presidente Macron attenderà la composizione della nuova Assemblea nazionale per «prendere le decisioni necessarie», cioè per decidere che primo ministro nominare al posto di Attal. Nfp oggi dovrebbe riunirsi in assemblea plenaria per proporre a Emmanuel Macron un capo di governo che non sia «né François Hollande (l’ex presidente socialista che è stato eletto deputato a queste legislative, ndr), né Jean-Luc Mélenchon». Hollande ha già dichiarato domenica sera di non volere questo incarico.

L’asse anglo-francese. Il più grande spettacolo dopo il No a Le Pen è la democrazia liberale.

I francesi non sanno più come dire che non vogliono i fascisti al governo, ma ora gli «adulti» eletti all’Assemblea Nazionale dovranno fermare anche il populista di sinistra Mélenchon. I risultati di Parigi e di Londra dovrebbero convincere l’intero occidente a farsi coraggio, a smettere di autoflaggellarsi e a sperare che anche gli americani spazzino via la destra nazionalista. In quanti altri modi i francesi devono ripetere che non vogliono i fascisti al governo? Il fragoroso No della Francia a Marine Le Pen e ai suoi gerarchi ricorda certamente i vecchi ballottaggi persi dalla famiglia Le Pen, ma soprattutto le amministrative di qualche anno fa quando il partito della destra nazionalista era quasi ovunque in testa e sembrava già destinato a cambiare il destino della République, ma non ha vinto da nessuna parte, perdendo venti regioni a zero.  In Francia c’è ancora il senso dello Stato, si può scherzare, si può anche giocare col fuoco, ma al momento decisivo i fascisti non passano (e nemmeno i comunisti). Parigi per sua fortuna non è Roma che cade sempre ai piedi del primo scalmanato che passa, il quale si prende la ola di applausi di una classe dirigente che si informa su Dagospia e si sfama alla greppia dello Stato. Le Pen, dunque, è arrivata terza, una débâcle senza precedenti; Macron secondo, il suo azzardo è stato premiato; la variegata alleanza di sinistra è arrivata prima, ma con il populista radicale Jean-Luc Mélenchon pare senza la maggioranza di eletti nel Fronte popolare che ha guidato in questa tornata elettorale, visto che secondo le proiezioni di ieri sera i socialisti avrebbero conquistato più o meno lo stesso numero dei seggi e anche i verdi avrebbero ottenuto un bel po’ di deputati. Difficile ora fare un governo, ed è probabile uno scenario bloccato con gli affari correnti ancora per un po’ guidati dal premier macroniano Gabriel Attal, ieri dimissionario, quindi una situazione ideale per l’Eliseo. Ma è ancora possibile che «gli adulti» dell’Assemblea Nazionale (come li ha definiti il nuovo volto della area socialista Raphaël Glucksmann) trovino un accordo per lasciare le estreme a piedi ancora una volta e formare un governo. In ogni caso, ora il compito dei democratici, dopo aver fermato la destra estrema, è quello di fermare il populismo anche antisemita della France Insoumise di Mélenchon («a ogni costo», ha scritto Bernard-Henry Lévy), provando a separarlo dalla ragionevolezza dei socialdemocratici. Vedremo se Macron ci riuscirà.   Intanto in soli tre giorni abbiamo assistito al Grande Spettacolo della Democrazia Liberale, con la vittoria dei seri ed equilibrati laburisti di Keir Starmer in Gran Bretagna, e con il no ai fascisti in Francia (lo spettacolo è stato decisamente migliore a Londra, dove l’uscita di scena del premier conservatore Rishi Sunak è stata un capolavoro di eleganza e di fair play; a Parigi, invece, il delfino lepenista Jordan Bardella ha parlato, come un Lavrov o un Trump qualunque, di ribaltamento della volontà popolare: cher monsieur Bardella, è stata proprio la volontà popolare, espressa dai suoi connazionali con una partecipazione storica al ballottaggio di ieri, a decretare che gli elettori anche questa volta preferiscono chiunque, anche un comodino, a voi).  A Parigi, a Londra, in mezza Europa, e ovviamente anche a Washington e a Kyjiv si festeggia. A Mosca si registra un’altra sconfitta, vai a sapere se al Cremlino esiste un ufficio per chiedere la restituzione dei rubli investiti male.  In Italia abbiamo poco da festeggiare, perché come disse tempo fa Giuliano Da Empoli siamo «la Silicon Valley del populismo», la start up di qualsiasi scemenza politica del pianeta, prima la proviamo noi e poi la esportiamo nel mondo.  Il mondo poi non si beve sempre tutto, oppure trova gli anticorpi in fretta. La tre giorni anglo-francese adesso deve imbaldanzire e inorgoglire l’Occidente, incoraggiare e ridare speranza ai liberali (con una prece per le miserie dell’ex Terzo Polo italiano), perché forse non è detto che sia tutto perduto.  Forse il mondo libero deve imparare a essere meno pessimista: la storia non sarà finita, ma non è nemmeno arrivato il momento di dichiarare la fine alla democrazia liberale. La lezione che arriva dalla Gran Bretagna e dalla Francia è quella di lagnarsi di meno e di smettere di autoflaggellarsi, perché è vero che l’elettore razionale non esiste più da tempo, ma non è detto che sia stato necessariamente sostituito dall’elettore masochista. Coraggio, quindi. È ancora lunga. Dopo gli inglesi e i francesi, il 5 novembre tocca agli americani. 

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Lettera al direttore Velardi, silenziare Renzi non è la soluzione: una nuova rotta si traccia solo con il dialogo, senza veti.

Caro direttore, confesso di essere sorpreso dai toni usati nei confronti di Matteo Renzi nel tuo editoriale di ieri, perché rischiano di offuscare il ruolo che la testata che dirigi si stava conquistando come spazio pubblico di discussione per i riformisti liberaldemocratici italiani e per una loro idonea rappresentanza politica in Italia. Con tutta franchezza – se è vero che in generale le dimissioni dalla guida politica di un partito non si annunciano per un domani indefinito, ma ci si dimette e basta – è altrettanto vero che Renzi deve fare i conti con alcuni problemi oggettivi. Primo tra questi, il non disperdere le già esigue e sconfitte forze che a lui fanno riferimento. Problema complesso soprattutto se lo si affianca all’altro annuncio, quello di tenere un congresso straordinario di Italia Viva, ad oggi senza una effettiva deliberazione di merito degli organismi nazionali di quel partito. Problemi veri. Ma rinchiuderli nell’angolo prospettico dello studio dello psicoterapeuta, che pesa gli ego, non mi sembra che aiuti molto la discussione sui destini di quest’area politica in Italia. Anzi, la declassa a psicologismo. Renzi nella sua intervista ha indicato due possibili soluzioni davanti a Italia Viva e al suo futuro congresso: o si va verso la rifondazione di una Margherita, gamba riformista in un’alleanza di centrosinistra, o si va al rilancio dell’ipotesi di costituzione di un Terzo Polo. E, in un raro momento di personale equilibrio, non anticipa la sua personale soluzione. Oltre quelle indicate da Renzi, possono esserci anche ulteriori ipotesi? Certo, possono esserci altre strade da percorrere, come quella di una Italia Viva o Margherita che si collochi nel centrodestra. Ma occorrerebbero sostenitori di questa ipotesi in grado di animare un trasparente dibattito. Allo stato attuale invece non vedo altri soggetti politici e singole personalità, oltre Italia Viva, in grado di argomentare a favore di nessuna delle ipotesi in campo. Pertanto, in questo frangente, pretendere di silenziare Renzi non mi sembra la soluzione. Così come bisogna con forza pretendere che la politica assolva al suo ruolo senza che abdichi a favore dello psicoterapeuta. Sia che si tratti di Renzi, o di Putin, o di Biden o di Macron. RISPONDE ,Claudio Velardi ; Caro BEZZIFER, ti rispondo con schiettezza, conoscendoti da sempre come militante politico appassionato, a differenza dei troll e dei profili fake che la “bestiolina” di turno sta scatenando in rete:
1) è stato Renzi a dire di voler passare la mano, indicendo per l’autunno un congresso straordinario di Italia Viva. Finora il percorso non è stato neppure avviato, al netto di continue e defatiganti riunioni (raccontate da militanti e dirigenti che vi partecipano) che non cavano un ragno dal buco. Così l’annuncio rimane lettera morta. Io gli ho solo consigliato di essere conseguente con i suoi propositi, per consentire una bella e libera discussione congressuale. 2) Nella sua intervista alla Stampa dell’altro ieri, Renzi ha parlato del destino del suo partito come se si debba scegliere al ristorante una carbonara o una pasta al sugo. Terzo polo centrista o Margherita 2.0? Da soli o in un’alleanza organica finanche con la Schlein? Non è dato sapere, la Sibilla Cumana non emette il suo responso. Un atteggiamento che innanzitutto i militanti di Italia Viva dovrebbero trovare offensivo. A meno che non siano totalmente immersi in un culto della personalità che nel secolo XXI non ha ragion d’essere, neanche nei confronti di un leader politico come Renzi che pure ha stoffa da vendere.

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA …BASTA CLICCARE SUL TITOLO BLU QUI SOPRA E VI SI ARE UN MONDO DI NOTIZIE REALI E ATTUALI. Qui troverai i post che puoi leggere liberamente e se ti interessano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare correttamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

Italiani che avete votato per i Grillini: SIETE STATI PRESI PER IL LATO B  DA UN PERSONAGGIO SULLA CUI  ATTENDIBILITA’ AVRESTE DOVUTO DUBITARE.

Italiani che avete votato per i Grillini: SIETE STATI PRESI PER IL LATO B  DA UN PERSONAGGIO SULLA CUI  ATTENDIBILITA’ AVRESTE DOVUTO DUBITARE. M5S, Grillo affonda Conte: “Non può risolvere i problemi, non ha la visione politica”. L’ex premier: “Ha scelto di fare il padre padrone” Il fondatore dei 5 Stelle rompe con il leader in pectore e scrive sul blog: “Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco”. SERVE ANCHE DIRE CHE: Grillo non ha la più pallida idea di soluzione dei problemi che affliggono il Paese ed il bluff del suo ex movimento, morto e sepolto a cura degli attuali grillini in Parlamento, è sotto gli occhi di tutti. Per ora stanno a galla ed annaspano disperatamente facendo da, purtroppo, stampella al PD. Infatti volevo scrivere “grandi statisti” ma poi le mani si sono mosse magicamente da sole sulla tastiera e mi è uscito “due di picche”. Nel 2018, all’indomani delle votazioni per le politiche , i fans del movimento si scatenarono nello sbeffeggiare il PD e i sui elettori , pronosticandone l’ormai certa e definitiva estinzione. La faccenda , allora , riguardava anche il sottoscritto , ora “fortunatamente” non più visto che ho tolto il disturbo come elettore PD a seguito della sciagurata alleanza con il suddetto movimento o partito che dir si voglia. La domanda sorge però spontanea : ” Ora , chi scomparirà per primo fra PD e M5s !? ” Le scommesse sono aperte. Ma i fan della setta M5S DICONO ! E solo rabbia rabbia. Poca rabbia e molto calcolo…la rabbia semmai è degli adepti…..Non dimentichiamoci che con la morte di Casaleggio è mancata a Grillo la stampella culturale….rimane la comica…poi. Credo che da sempre ci sia di fondo tantissima rabbia e frustrazione nelle azioni di grillo. e purtroppo non è una persona intelligente, ne ha delle persone intelligente accanto, non arriva a canalizzare questo sentimento e distrugge tutte le cose alla sua portata di mano. Spesso mi ritrovo a benedire la morte, perchè un giorno o l’altro ci toglie di mezzo tanta gente nefasta. poi il problema è che nascono e crescono delle altre, ahha

MARATTIN HA GIA ACCANTONATO RENZI: E ORA Lancia la sfida a Calenda.

Marattin lancia la sfida a Calenda: “Con te non si sa mai… Mettiti in gioco, invece di autoproclamarti leader dell’area libdem” Continuano le riflessioni all’interno dell’area liberaldemocratica italiana. Non ci sono solo i confronti con i riformisti britannici o francesi a far discutere l’area centrista del Bel Paese. Oggi a un’intervista di Carlo Calenda sul futuro di Azione e di un possibile nuovo Terzo Polo, ha risposto il deputato di Italia Viva Luigi Marattin. Calenda: Azione perno centrale. In un’intervista al Quotidiano nazionale, Calenda ha parlato delle elezioni in Francia ma anche dei risvolti in Italia, comprese le apparenti mosse di Italia Viva. Dopo che sia Matteo Renzi sia Maria Elena Boschi hanno aperto alla possibilità di un dialogo con il Pd, parlando di una possibile Margherita 2.0, il leader di Azione è chiaro: “Renzi ha iniziato la legislatura votando La Russa, poi ha cercato l’accordo con FI, ora col Pd. Non farà nessuna Margherita e si farà garantire tre seggi”. Poi l’ex ministro si è soffermato sulla possibilità della creazione di un nuovo partito unico libdem e sull’iniziativa di Marattin e di Enrico Costa, i quali hanno chiesto un passo indietro ai leader di Iv e Azione. “Neanche commento”, la reazione lapidaria di Calenda, “Anche perché è già superata dall’ingresso di Italia Viva nel Fronte popolare che lascia solo azione a presidiare l’area centrale”. Marattin lancia la sfida a Calenda. Non è servito molto tempo a Marattin per rispondere a Calenda: “Se davvero la tua scelta di ‘terzietà‘ rispetto ai due poli è definitiva (perdonami sai, ma con te non si sa mai…), mettiti in gioco: accetta la sfida di creare subito uno spazio politico comune (al quale far partecipare gli aderenti ad Azione, quelli ad Italia Viva, gli amici LibDem e le tante forze di area) e scegliamo la leadership con primarie aperte, chiamando al voto tutta la comunità politica che è interessata ad un progetto del genere”. Questa è la “proposta concreta” di Marattin, che si è detto “molto colpito” dall’opinione del leader di Azione, “che nella sua newsletter – usando i soliti toni offensivi verso la comunità di Italia Viva e bollando come ‘perdita di tempo’ la raccolta firme lanciata da me e Enrico – propone che il futuro partito liberal-democratico sia già Azione. Anche stamattina, nella sua intervista al Quotidiano Nazionale, Calenda rincara la dose: dice che ‘Italia Viva è già entrata nel Fronte Popolare, e quindi c’è solo Azione a presidiare l’area centrale‘”. Per Marattin, desideroso di ricominciare l’avventura del Terzo Polo, è tutto falso: “È una rappresentazione caricaturale, perché quello che IV farà non lo deciderà né lui né nessun altra persona singola: lo deciderà, stavolta, la comunità di Italia Viva”. “E fossi in lui mi ‘preoccuperei’ più di tutte le persone di Azione che hanno firmato l’appello mio e di Costa, piuttosto che auto-proclamarsi leader di un’area” ha concluso il deputato di Italia Viva. PS: E’ convenuto a Marattin e Costa alzare tutto questo polverone senza prima sondare le intenzioni di IV e Azione? Credo che il buon Marattin si sia reso conto chi veramente sia Carlo Calenda e il suo egocentrismo e che cosa ne pensa del manifesto Marattin – Costa nato per rilanciare il Terzo Polo . Calenda intende il futuro politico di Azione con lui unico leader . Marattin ha lanciato a Calenda la sfida di contendersi , insieme ad altri candidati con regolari elezioni , la guida del nuovo Terzo Polo (Azione, IV , Libdem) , ma la risposta del leader di Azione è stata lapidaria :” neanche commento!” OK: Non sono subdoli chiacchiericci , sono purtroppo i fatti che il quadro politico ci mostra. Non siamo a fare le baruffe di pollaio, ma riportiamo in questo caso senza commentare le dichiarazioni di Calenda in risposta all’offerta di Marattin. Puoi anche ignorarla, ma Calenda sta lì e non molla. Quindi io mi trovo ancora a chiedere con chi cavolo lo volete fare sto terzo polo I.V e Azione non c’è? Mi convinco sempre di più che tutta questa confusione sia creata ad arte, per affossare la creazione del Terzo Polo, e mettere in difficoltà, ancora una volta, Matteo Renzi. Voglio sperare che quella meschina nullità fraudolenta del Calenda non sia il Messia di una banda di discepoli idioti.. disposti a tutto per seguirlo. Voglio solo sperare che costoro siano alquanto lucidi, onesti moderati progressisti.. capaci di vedere e di ragionare in proprio!..Comunque con l’infantile, meschino, egocentrico velenoso arruffone di Calenda non voglio aver mai più a che fare! MARATTIN FORSE ORA SI STA SVEGLIANDO E SI ACCORGE CHE CIO CHE DICEVA ERA SOLO UN SOGNO: E CHE: Il Marchese del Grillo, detto Carletto de’ Parioli, continua ad insultare la comunità di Italia Viva.  Ma NON basta, si è autoproclamato unico erede del Terzo Polo. Ma a questo ARROGANTE e BORIOSO ducetto c’è qualcuno del suo partito che gli risponde? Dove sono finiti i Gelmini e Carfagna e i voltagabbana Bonetti e Rosati ? Oppure costoro sono fedeli esecutori del DUCE Carletto de’ Parioli?  In un partito DEMOCRATICO si discute e si vota e votano e decidono gli iscritti.

E NEL MOMENTO DI RESISTERE DOVREMMO INVECE DISCUTERE DI COSTA E MARATTIN?

MARATTIN PERCHE SEI COSI ONDIVACO! RILEGGI CIò CHE HAI SCRITTO NELLA FOTO QUI ACCANTO! POI RILEGGITI LA TUA NUOVA news letter! POI DATTI UNA RISPOSTA SINCERA. La nuova news letter di Luigi Marattin DICE! Abbiamo lanciato un appello che in soli tre giorni ha raccolto più di 5.000 adesioni, e tra esse molti dirigenti di Italia Viva e Azione. E abbiamo ripreso il giro d’Italia per costruire dal basso le condizioni necessarie per costruire un partito in grado di rappresentare tutti coloro che non si riconoscono in questa destra e in questa sinistra: qui la nostra tappa a Cuneo, che ha visto la incredibile partecipazione di più di 200 persone. MARATTIN: Grossa delusione !!! Fare questo prima di un congresso ti mette fuori da Italia Viva e ti squalifica per il tuo passato!!!! Io di sicuro non ti seguirò. Marattin vogliamo far funzionare il cervello si o no!!!?? Un conto è esprimere una propria opinione un conto è promuovere una petizione chiedendo di fare una cosa diversa da Italia Viva!!! Ci sarà qualche differenza o no? fare una proposta e’ un conto promuovere una raccolta di firme per creare un altro soggetto politico e’ un’ altra cosa!!! Riuscite a capire la differenza???? Marattin! queste sono decisioni che vanno assunte previo confronto e discussione in sede congressuale non svegliandosi la mattina in modo autonomo e solitario!!! Come avresti risposto se anche altri dirigenti di Italia Viva avessero fatto come te Marattin o a loro dovrebbe essere vietato quello che e’ permesso a te Marattin????? Marattin può scrivere news letter, petizioni, post su facebook, lettere o telegrammi, ma il punto rimane, il terzo polo con nuovo nome non esiste, se non nella testa di Marattin. Calenda e i suoi hanno già risposto in mille modi diversi con un no, e credo dei no tutti comprensibilissimi, compreso il silenzio, cioè non dando peso per niente alle parole di Marattin. Oggi l’articolo che viene pubblicato sul Riformista (chissà che incarichi ha avuto questo “nuovo” Riformista che parla solo contro Renzi, sembra quasi il Fatto Quotidiano) parla della sfida lanciata da Marattin a Calenda, ma si dovrebbe chiarire di quale sfida si tratta, perché in pratica Marattin parla da solo. Azione e Calenda non vogliono venire con noi, mi pare chiarissimo senza bisogno di spiegarlo, e nessuno di loro, Calenda per primo, chiede a Calenda di dimettersi, come bisogna spiegarlo?? Io non vi capisco. Comunque dopo che ho letto l’intervista a Calenda pubblicata sul Riformista, io non voglio sentire più parlare di Calenda, quelle risposte che ci sono nell’ intervista, se per sbaglio qualcuno le avesse lette, sono come al solito offensive, utili a cercare di isolare e distruggere Matteo Renzi, c’è solo questo. E per me sono la prova evidentissima che Calenda va mandato affanc… all’istante, e non dobbiamo più parlarne, che Marattin lo abbia capito, oppure no.

Brexit, i giornali di destra nel panico. Johnson: “Con Starmer torneremo vassalli Ue”

Secondo il “Mail on Sunday”, con il Labour “è iniziata la retromarcia dell’uscita dall’Europa”. Il Telegraph scrive di negoziati imminenti e rapporti più stretti con Bruxelles.  “Brexit, con Keir Starmer è iniziata la ritirata”. L’apertura del Mail on Sunday di oggi è eloquente. Il nuovo primo ministro si è insediato a Downing Street solamente tre giorni fa. Ma il tabloid e un altro giornale di destra come il Sunday Telegraph agitano già lo spettro della retromarcia sulla Brexit. Ogni Paese ha il suo teatrino.E il popolano abbocca sempre, con meno diritti, meno servizi e più povero ma con la consolazione di potersi sfogare col finto colpevole che gli propinano. La stampa usata per manipolare l’opinione pubblica… Creano paura, divisioni, rancori… non informa, certa stampa, ma manipola e aizza. Anche in Italia. Il nuovo primo ministro si è insediato a Downing Street solamente tre giorni fa. Ma il tabloid e un altro giornale di destra come il Sunday Telegraph agitano già lo spettro della retromarcia sulla Brexit…”Rammentiamo che i giornali di destra sono quelli con le figure da colorare per essere compresi dai propri lettori..destronzi tenete presente che: In un mondo globalizzato chi pensa di essere autonomo si sbaglia di grosso. I prossimi competitors che avremo saranno paesi come l’India, il Brasile. E chi pensa che la UE non serva non ha molto chiaro che come Italia e l’INGHILTERRA abbiamo tutta la convenienza a rimanerci e o tornarci ,e sperare che la stessa UE cresca come mercato. Anche se voi sostenete ! ” Con Starmer torneremo ad essere vassalli Ue” Visti gli enormi risultati ottenuti dalla Brexit, proprio un peccato!! I tabloid inglesi, tutti sostanzialmente di destra, hanno fatto un ottimo lavoro sulle menti poco elastiche dell’elettorato meno colto e meno abbiente del Regno Unito. Poi qualche elettore ha cominciato a mettere assieme 2+2 e allora c’è chi ha deciso di dare fiducia a quel pagliaccio di Farage e chi invece, magari controvoglia, ha dato fiducia ai Labour. Visti I deludenti risultati della Brexit, sarebbe auspicabile un riavvicinamento della UK alla EU. Ormai anche molti brexiteers disillusi pensano che questa sia la migliore opzione.

CARO MARETTIN: Sinceramente non vedo tutta questa smania e questa fretta di aderire ad un progetto che almeno sulla carta non è affatto chiaro sugli obiettivi sui protagonisti e sulla riorganizzazione del partito.

Mi pare che la soluzione migliore sia quella del congresso dove sapremo gli orientamenti del segretario e dove si potranno dibattere schemi protagonisti alleanze e riorganizzazione del partito. Stimo Marattin come ottimo economista ed esperto finanziario, ma organizzare un partito partendo da zero perché ora siamo al punto zero, e’ tutta un’altra cosa. Ci vuole visione politica competenza, doti umane e MANAGERIALI per non incorrere in un’ennesima debacle. Il futuro di IV deve essere deciso dagli iscritti e simpatizzanti dopo accesa discussione su quale identità politica vogliamo assumere, chi dovrà guidarci nei prossimi 10 anni e quali alleanze programmatrice vogliamo realizzare. Quel che è certo e’ il fatto che uno come Calenda non lo vorrei neppure in foto. Troppo stupido arrogante ed inetto per fare politica. DETTO ciò! Mi ha colpito l’ ingenuità di Luigi Marattin che è rimasto male dalla risposta di Calenda. Ma davvero pensava che chiedendo a Calenda di non essere più leader di Azione Lui si sarebbe fatto da parte ? Il giorno dopo le europee con una intervista , senza tante cerimonie , ha chiesto lo stesso a Matteo Renzi ? Chiedere di farsi da parte a Matteo , portatore di ben 207.000 preferenze, ma veramente?

COSA DICE MARATTIN. E’ partito un bel dibattito nell’area liberal-democratica della politica italiana, ed è molto bello vedere tante persone che si appassionano e discutono liberamente. La mia speranza è che lo si possa fare serenamente e in modo costruttivo, perché è in momenti come questi che le comunità crescono. Enrico Costa ed io abbiamo deciso di proporre con maggiore determinazione l’iniziativa politica volta a ricostruire le condizioni per la creazione di un unico, stabile e forte partito liberal-democratico e riformatore, riprendendo il cammino dove si era interrotto nell’aprile 2023 con la fine del Terzo Polo. Abbiamo lanciato un appello che in soli tre giorni ha raccolto più di 5.000 adesioni, e tra esse molti dirigenti di Italia Viva e Azione. E abbiamo ripreso il giro d’Italia per costruire dal basso le condizioni necessarie per costruire un partito in grado di rappresentare tutti coloro che non si riconoscono in questa destra e in questa sinistra: qui la nostra tappa a Cuneo, che ha visto la incredibile partecipazione di più di 200 persone. Qui invece trovate una mia intervista al Quotidiano Nazionale e la mia partecipazione a a Metropolis-Repubblica. In Italia Viva è nato un dibattito tra chi è convinto di questa linea politica e di chi invece preferisce costruire una sorta di “Margherita 2.0”, vale a dire una formazione che si colloca senza riserve all’interno dell’attuale “campo larghissimo” di centrosinistra. La discussione è – e ancor più sarà – interessante, proprio perché non parla di persone ma di linee politiche alternative. Quella che sposo io è molto chiara: dobbiamo costruire un’opzione autenticamente autonoma dai due poli. Tra tre anni, alle prossime elezioni politiche, valuteremo come sarà il nuovo quadro, che assetto istituzionale avremo, quale legge elettorale ecc. Ma prima di tutto viene la politica: costituire un soggetto forte che abbia una precisa visione di società, che non coincide con quella portata avanti da questa destra e da questa sinistra. Del resto, come scrivo in questo tweet non si capisce perché un partito liberal-democratico autonomo dai due poli esista (e prenda il 20% e il 12%) in Francia e in Gran Bretagna, dove le leggi elettorali sono maggioritarie, e non debba esistere in Italia dove la legge elettorale è per due terzi proporzionale! L’opzione “ Margherita 2.0 ” davvero non mi convince. Non credo che la soluzione sia riproporre formule politiche di un quarto di secolo fa; e poi faccio davvero molta fatica a capire che cosa possiamo avere in comune con chi vuole la patrimoniale, predica l’occupazione delle case, vuole abolire il Jobs Act, ha perenni ambiguità su atlantismo e supporto all’Ucraina, ed è a perenne rimorchio del M5S su mille temi (dalla giustizia ai conti pubblici). Ma la mia opinione conta relativamente. O meglio, conta come quella di qualunque altro iscritto. La cosa importante  è che la scelta tra queste due linee alternative sarà presa in modo democratico dalla comunità politica di Italia Viva, e non certo imposta dall’alto ad un certo punto. Il dibattito fiorisce e, come dicevo, è un bene. Mi ha molto colpito l’opinione di Carlo Calenda, che nella sua newsletter – usando i soliti toni offensivi verso la comunità di Italia Viva e bollando come “perdita di tempo” la raccolta firme lanciata da me e Enrico – propone che il futuro partito liberal-democratico sia già Azione. Anche stamattina, nella sua intervista al Quotidiano Nazionale, Calenda rincara la dose: dice che “Italia Viva è già entrata nel Fronte Popolare, e quindi c’è solo Azione a presidiare l’area centrale”.   È una rappresentazione caricaturale, perché quello che IV farà non lo deciderà né lui né nessun altra persona singola: lo deciderà, stavolta, la comunità di Italia Viva. E fossi in lui mi “preoccuperei” più di tutte le persone di Azione che hanno firmato l’appello mio e di Costa, piuttosto che auto-proclamarsi leader di un’area. Comunque ho una proposta concreta per Carlo: se davvero la tua scelta di “terzieta’” rispetto ai due poli è definitiva (perdonami sai, ma con te non si sa mai…), mettiti in gioco: accetta la sfida di creare subito uno spazio politico comune  (al quale far partecipare gli aderenti ad Azione, quelli ad Italia Viva, gli amici LibDem e le tante forze di area) e scegliamo la leadership con primarie aperte, chiamando al voto tutta la comunità politica che è interessata ad un progetto del genere. Se deciderai di candidarti, gli elettori che parteciperanno a quella occasione decideranno tra i vari candidati che saranno in corsa, ciascuno con la sua idea di come operativamente realizzare il percorso costituente. Così a decidere “chi ci sta” o “chi non ci sta” non sarai tu, ma direttamente gli interessati.  Questo non impedirà a tanti di noi di continuare a lavorare sul progetto (che come abbiamo detto, è molto più importante delle persone), ma almeno verificheremo se gli auto-proclamati regni indiscussi sullo spazio politico centrale sono tali  oppure no. Che dici, ci stai? Nel frattempo prosegue l’attività parlamentare. Qui potete vedere la mia dichiarazione di voto sul Decreto Legge “Coesione” in cui parlo di temi come i fondi europei, la perequazione infrastrutturale al Sud, gli incentivi alle fusioni dei comuni, la Zes unica del Sud e tanti altri. Qui invece il mio intervento in aula sulla proposta di legge di Elly Schlein sulla sanità: un concentrato di populismo che, ai miei occhi, è esattamente speculare a quello della destra sovranista: sono solo 4 minuti, vi chiedo di guardarlo e di riflettere bene. Infine, sono stato a Sky Agenda per una chiacchierata sul Mes e i principali temi europei. Grazie dell’attenzione e grazie a tutti coloro che in varie forme stanno partecipando al dibattito sul futuro della nostra comunità. A presto

La linea Macron vince. Le Pen solo terza. Ma quale governo può nascere in Francia?

Marine Le Pen è stata sconfitta, ma questo non toglie la Francia dai carboni ardenti. Il risultato del secondo turno delle elezioni legislative in Francia – almeno secondo le proiezioni, che però oltralpe sono considerati molto affidabili – segna una netta vittoria del Nuovo Fronte Popolare delle sinistre di Mèlenchon, che avrà la maggioranza relativa e già rivendica il diritto di governare. I Francesi chiamati a salvare la Repubblica dal fascismo, in massa sono andati e hanno cacciato la Le Pen. In Italia, noi saremmo capaci di fare altrettanto? Mah! Ho i miei dubbi. Non abbiamo lo stesso spirito democratico. Più botte ci danno e più ne siamo compiaciuti. In Francia un grande successo del Front Populaire della sinistra, davanti a Macron e alla destra della Le Pen, solo terza. Provo a portare qualche riflessione sparsa: in questa settimana tutti i mezzi di comunicazione italiani avevano celebrato il trionfo della destra, quasi sempre analizzando male i risultati e ignorando totalmente ciò che, invece, poteva essere prevedibile dopo i ballottaggi. Dubito che le loro previsioni siano dettate solo dalla scarsa conoscenza del sistema elettorale francese e propendo per una certa malafede, ma non so quale delle due ipotesi sia la peggiore; il grande risultato del Front Populaire non giunge dal nulla, ma dopo anni di lavoro capillare su ogni territorio, dopo aver avanzato proposte concrete ed aver messo veramente i lavoratori, gli emarginati e le classi sociali più deboli al centro di ogni agenda; in Francia la gente vota più che in Italia perché per indole e tradizione è più propensa da sempre a prendere posizione e a partecipare alla vita pubblica, ma anche perché si è trovata a scegliere tra proposte realmente alternative; l’astensionismo invece dilaga dove la popolazione è disillusa o quando non riesce a percepire concrete differenze tra i partiti o tra i candidati; in Francia i partiti sono pronti a coalizzarsi e sono disposti anche a fare un passo indietro pur di non lasciare spazi ai nuovi fascismi, mentre da noi (un esempio la setta M5S) ogni volta passa da una parte all’altra a seconda della convenienza del momento; ultimo aspetto, ma forse il più importante: come sempre in Italia in tanti saranno pronti a salire sul carro del vincitore. Anche in Francia il centro riformista si dimostra vivo e decisivo: la mossa di Macron si è rivelata vincente per impedire agli estremisti di Bardella e Le Pen di ottenere la maggioranza assoluta. E pensare che c’è chi lo dava per morto. La Francia è una grande e compiuta democrazia

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA …BASTA CLICCARE SUL TITOLO BLU QUI SOPRA E VI SI ARE UN MONDO DI NOTIZIE REALI E ATTUALI. Qui troverai i post che puoi leggere liberamente e se ti interessano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare correttamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

La Francia reagirà?

I razzisti, gli omofobi e i nazionalisti sono il carico di Marine Le Pen. La Francia reagirà? Gli elettori sperano in una protezione che dia sicurezza, che privilegi il francese di razza, una Europa delle nazioni, Francia in testa, sotto il mantello steso a tappeto e infiorettato dovunque dalla propaganda della destra estrema e dei suoi alleati. Mancano solo poche ore al secondo turno delle legislative in Francia e l’atmosfera si è fatta febbrile fra i partiti che competono e nella realtà sociale, quella di tutti i giorni, fra speranze, paure e un montare della violenza senza precedenti alle soglie di una consultazione elettorale. È di qualche giorno fa l’aggressione per strada da parte di estremisti di destra di Prisca Thevenot, portavoce dell’attuale governo, e di suoi collaboratori, due dei quali finiti in ospedale con la mascella rotta. Un clima pesante che si cerca di arginare da parte del primo ministro Attal, invitando alla calma e a comportamenti civili. Ma tant’è! Il RN di Marine Le Pen conferma la sua doppia natura dopo avere affermato subito dopo la “dissolution” pronunciata da Macron, di essere pronto a governare scegliendo liste con nomi rispettabili presi anche dalla società civile. In effetti non è così. Marine le Pen è riuscita a “dediaboliser” il partito con una lunga, abile operazione “di maquillage”, ripudiando gli aspetti più estremi del padre Jean Marie: apertura ad alleanze, radicamento sul territorio, attenzione alle competenze, attenzione ad alcune tematiche femminili, insomma una strategia in vista di un arrivo al potere che attirasse voti della destra tradizionale e di parte del suo elettorato. Tutto questo non è tanto una intuizione della leader quanto una ripresa a piene mani di un megretismo prima combattuto e aborrito. Infatti Bruno Mégret, braccio destro di Le Pen padre, sul finire degli anni’90, si ribella alle scelte del partito (allora Front National, quindi al capo indiscusso) proponendo appunto una strategia che guardasse al potere e a come arrivarci proprio attraverso tre punti: radicamento nel territorio, politica delle alleanze e attenzione alle competenze, tutte cose che cozzavano contro il modello di partito duro e puro propugnato dal fondatore. Lo scontro fu aspro e si concluse con l’espulsione di Mègret che fondò un altro partito, ostacolato da Jean Marie Le Pen e quindi di breve vita. Allora Marine, ancora apprendista al seguito del padre, fu spietata contro questo scissionista che osava sfidare il capo. Negli anni però, arrivata alla testa del partito, riconsidera diversamente quella strategia e mantiene stretti legami con alcuni dei megretisti fra i quali spicca Jean Yves Gallou fra i più in vista di quel gruppo, abile tessitore di rinnovamento. Del resto in politica non è raro il costume di prendere dal proprio nemico di prima ciò che serve ed intestarselo per andare avanti. Così da una parte Marine Le Pen trasforma il partito in alcuni tratti: ne cambia il nome, diventa repubblicana e laica ed antisemita passando veloce un colpo di spugna su un passato ingombrante e nelle ultime settimane dettaglia un “plan Matignon”, pronta a governare; dall’altra, però, mantiene saldi alcuni temi di forte identità del RN non solo con proposte che rafforzano la preferenza nazionale, ma con una lista messa su da Bardella in cui gli elementi razzisti, omofobi e fortemente nazionalisti sono in numero cospicuo con buona pace delle competenze e del volto rassicurante che è appunto una utile facciata. Il partito inoltre resta fortemente centralizzato come da tradizione, non sufficientemente radicato nel territorio e molte federazioni di fatto restano libere di scegliere e fare a loro modo o tenute a testa bassa. Ma tutto questo l’elettore, il cittadino medio non lo vede, tutto concentrato a sperare in una protezione che dia sicurezza, che privilegi il francese di razza, che dia più alto potere d’acquisto, una Europa delle nazioni, Francia in testa, sotto il mantello steso a tappeto e infiorettato dovunque dalla propaganda della destra estrema e dei suoi alleati. La speranza fino a domenica 7 luglio è che essa, questa destra insidiosa e inquietante, non raggiuga la maggioranza assoluta.

Alternativa di governo. L’opposizione inizia forse a fare sul serio (evviva!)

Da Avs a Italia Viva, con il Pd come polo d’attrazione, tutti ora sembrano almeno disponibili al dialogo. Resta fuori solo Azione. Resta da capire come superare le enormi differenze sui diversi temi, che peraltro ci sono anche all’interno del partito di Schlein. A sinistra stanno succedendo varie cose: il trionfo dei laburisti, l’unità del centrosinistra larghissimo in Francia – vedremo domani sera se sarà riuscito, come ci permettiamo qui di prevedere, a bloccare l’estrema destra –, ancora prima c’era stata la tenuta degli europeisti a Bruxelles, e da noi la vittoria del centrosinistra alle amministrative. La destra è forte ma i suoi avversari per reazione danno segni di ripresa. In Italia si discute di come organizzare l’opposizione al governo Meloni, che non sta attraversando una fase smagliante. Lo schema che sta prendendo corpo sembra poter mettere tutti d’accordo, da Elly Schlein a Matteo Renzi passando per Giuseppe Conte (che però è un uomo politico intrinsecamente inaffidabile, che cambia posizione a seconda delle proprie convenienze). Ieri la segretaria del Partito democratico, alla direzione, ha parlato di «alternativa di governo» (molto meglio di “campo largo”): un passo avanti. Ha affermato: «Non mettiamo veti». Un modo elegante per archiviare la stagione lettiana, quella del «Renzi ci fa perdere voti», un segnale di pace ai terzisti. Ne scaturisce uno schema semplice: l’architrave è il Partito democratico di Schlein, che a oggi è la sfidante naturale di Giorgia Meloni (non serve nessun “federatore”), un Partito democratico più “americano” e spostato a sinistra sia sui temi sociali sia su quello dei diritti civili. Il suo punto debole è la mancanza di un serio programma economico: archiviato il tema della leadership del partito, questo è lo spazio per dare un senso all’anima riformista del Partito democratico, se solo cominciasse a occuparsi di politica oltre che di poltrone, e l’arrivo di Paolo Gentiloni a Roma in questo senso può molto aiutare. Un altro pezzo del riformismo, più piccolo, dovrebbe ritrovarsi in un nuovo partito, quello che nascerebbe sulle ceneri del Terzo polo e che Renzi ha chiamato “Margherita 2.0”, non guidato da lui né da Carlo Calenda ma da un esponente diverso, forse – è un’idea che circola – da un/a attuale dirigente dem o da una personalità vicina al Partito democratico come segno di un ancoraggio al centrosinistra. Tramonterebbe così definitivamente il progetto di una forza che non sta né di qua né di là. I riformisti starebbero dunque nel Partito democrtaico e nel nuovo partito, al contrario dello “schema Bettini” che prevede un Partito democratico di sinistra e una nuova Margherita moderata. Tutto questo, a quanto ci risulta, va bene sia Elly Schlein che a Renzi, mentre dice un secco no, alla maniera, Calenda: «Schlein ha spiegato che è più facile lavorare con Renzi che con noi. Ha perfettamente ragione: noi chiediamo un programma di Governo credibile, Renzi tre posti sicuri alle prossime elezioni». Niente da fare: se Renzi fa una cosa, Calenda fa quella opposta. Più facile un accordo tra i comunisti francesi e Emmanuel Macron che tra i capi dell’ex Terzo Polo… Se poi nessuno riuscisse a costruire questa “Margherita 2.0”, il Partito democratico – spiega il riformista Enrico Morando – non dovrebbe delegare ad altri il compito di rappresentare l’istanza riformista ma «ambire ad assumerla in prima persona, tornando a essere effettivamente quello che ha promesso di diventare con il suo atto di nascita: un partito di centrosinistra». Per quanto riguarda Conte, si è detto della sua volubilità. Ma la crisi del Movimento 5 stelle, la concorrenza “da sinistra” di Alessandro Di Battista, la scelta (disperata) di andare nel gruppo europeo Left con Ilaria Salis, lo spinge ad accodarsi al Partito democratico come unico modo per assicurarsi la sopravvivenza. Avs del duo Fratoianni e Bonelli infine vive un ottimo momento, copre le istanze più di sinistra e Schlein si fida del loro senso di responsabilità anche nella prospettiva di governo. Questa è la cornice dell’alternativa a Giorgia Meloni che va da Alleanza verdi e sinistra a Matteo Renzi. Resta enorme il problema dei contenuti. Schlein propone di partire dai “temi” sui quali convergere, il che sarà anche di buon senso, ma per esempio sulla politica estera restano tutte le differenze, in particolare sull’Ucraina, e l’abisso culturale e ideale che sulle questioni internazionali separa la sinistra più radicale dai riformisti. Non a caso, alla direzione del Partito democratico, Lorenzo Guerini ha chiarito che il Front Populaire non è un modello. Ma già è qualcosa se cade il veto su Renzi e il no di quest’ultimo a cooperare con il centrosinistra.

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M5S CERCA CASA.

Il M5s prova a entrare nel gruppo della sinistra radicale, che però detta le sue condizioni. Al Parlamento europeo il Movimento di Conte ha fatto domanda per aderire a The Left. La leader Aubry: “Le nostre porte sono aperte, ma abbiamo diverse domande sulla loro strategia e i loro valori di base” M5S cerca casa all’Europarlamento: vicino l’accordo per un nuovo gruppo con rosso bruni tedeschi e sinistra antisistema. Come si dice in questi casi, le trattative fervono, ma in casa 5 Stelle c’è un cauto ottimismo: la formazione di un nuovo gruppo parlamentare europeo è alla portata di mano. Una nuova formazione che si autodefinisce “pacifista e ambientalista”, e già si sta ragionando attorno alla denominazione da dargli, con la parola pace in cima alla lista delle preferenze. Il paradosso del M5S è semplice: per essere una vera forza politica antisistema non puoi stare in Parlamento, perché il Parlamento è il sistema. Una casa dopo un lungo viaggio: hanno viaggiato tanto! Il tutto in tre parole! ma facendo tanto male! e concludendo un ca..o. Viaggiato e, come tutti i turisti, lasciato “resti impuri” del loro passaggio Chissà ora se il Movimento Cinque Stelle vive il suo ingresso ufficiale nella sinistra europea come una conquista o come una resa. Certo è un approdo molto significativo per un movimento che si annunciò al mondo non solo come “né di destra né di sinistra”, ma come sostitutivo di entrambe. Il M5S cerca casa in Europarlamento? Si faccia aiutare dalla Salis! Vedrà che un alloggio lo procura. FOSSE PER ME OLTRE NON DERLE CASA! Io li lascerei fuori anche dal campo largo. Questi sono letali. Ti contagiano. Chi dice di non essere né di destra né di sinistra al 99,99% è di destra, magari non quella col braccio teso, ma è di destra e ti sta solo raggirando. POI: Io invece non mi chiedo come si troveranno nella nuova casa bensì per quanto tempo, gli attuali inquilini, sopporteranno i loro voltafaccia, retromarce e distinguo a fini di visibilità. Devono sapere che non sono cattivi, è che sono nati così, retaggi smaniosi, nel migliore dei casi, di adolescenze irrisolte. Ne ho incontrato uno, recentemente, uno che li aveva votati, un no vax, un ex compagno della sezione con cui andavamo in giro a fare volantinaggio. Un caro ricordo ma, appunto, un ricordo di 50 anni fa, ma sopravvissuto a sé steso. Nel loro lungo e tortuoso viaggio verso questo approdo hanno fatto solo danni all’Italia. Mi auguro che rinsaviscano a contatto con gente un po’ più seria. Utopia? E’ una replica del “L’uomo Qualunque” di Giannini, nel dopoguerra. Dura un po’ di più e sta imparando che agitare i pugni chiusi serve per poco: bisogna aprirli ed offrire qualcosa! Il più grande errore di Bersani &co, corteggiare dei sbandati senz’arte né parte e osteggiare in tuti i modi un grande democratico-riformista come Renzi….il resto lo hanno fatto i media perlopiù asserviti ad editori di destra. “La democrazia parlamentare era solo un vecchio arnese, e al suo posto si sarebbe instaurata una democrazia diretta fondata sui clic” Un clic o un’alzata di mano, non c’è differenza; studiare un po’ di storia, prima di candidarsi a “rappresentare il popolo” non sarebbe male. Il vero mistero è come facciano ad avere ancora il 10%…cioè, non è poco… significa che una persona su 10 che incontrate per strada li vota. Anche se non ne conosco nemmeno una che lo dica esplicitamente.. forse un pelo di vergogna?  Di questi scappati di casa passati dalle fantasie del duo futurista comico-guru alla qualità’ dell’azzeccagarbugli si può fare a meno: noi qui dopo cinque anni di giunta non ne possiamo proprio più. E poi noi non diamo dello scemo a destra ed a manca, noi valutiamo e poi…sono radical chic non ricorda ? PS: Non credo che sarà molto facile, per i grillini, accasarsi con un leader come Conte, senza alcuna cultura politica e ossessionato dalla voglia di tornare a governare. Anche i sostenitori non sono da meno, convinti che Conte sia il massimo, e perciò spero che questi siano sempre di meno. Se dovessimo commentare le prodezze dei governi Conte, sarebbe ben misero il risultato: dai decreti sicurezza al 110.Salverei, in parte il reddito, ma molto, molto corretto perché sia un provvedimento che davvero aiuti chi non ce la fa. Ah ah ah, buona domenica !

UNA CONVIVENZA, CHE È QUASI UNA CONDANNA QUELLA FRA MELONI E SALVINI.

Una bella fatica a sopportare Salvini…ma sempre migliore a quella di renzi che dovrebbe sopportare Calenda.MELONI ci ha raccontato TANTE BUGIE… Ma LEGASALVINI è assolutamente “Impresentabile” POLITICAMENTE ed “Inaffidabile” perfino come “usciere”…Ma il peggiore confrontando la convivenza che devono o dovrebbero subire Giorgia o Renzi! IL PEGGIORE E SEMPRE CALENDA. PERCHE SALVINI SPARA CAZZATE. CALENDA SPARA MERDA. UNA CONVIVENZA, CHE È QUASI UNA CONDANNA QUELLA FRA MELONI E SALVINI: .. ” La coalizione è compatta”, è una favola necessaria per tenere in piedi il centrodestra e il Governo. Lui pensa sempre di averla annientata, ma lei resiste. Era cambiato tutto dai loro screzi al Papeete….ma adesso lui, la guarda e vede tutto il suo fallimento. È quasi un’ invidia puerile quella del Ministro vs il PdC. A volte si ha il ritratto di un Salvini spinto quasi da un desiderio Kamikaze, inconscio e opprimente. Gioca a perdere pur di rovinare la festa ad un’ avversaria, che ormai, ha travalicato i confini della politica che si fanno quasi psicoanalitici. Sembra che Salvini, quando parla di lei, abbia i peli in bocca e non riesca a toglierseli. Ce l’ ha infilata nelle scarpe, con il suo successo, e gli ha reso la vita, sballottata e difficile: la donna minuta che lui aveva tentato di fare sparire dalla politica da sempre. Credeva che la storia fosse archiviata, e invece lei, si appropria dei suoi voti, dei suoi applausi, del suo progetto politico. Come è potuto accadere?? Sembra che lui si diverta ogni volta a renderle la vita difficile. Piccoli sgarbi, frustrazioni, dispetti. Pur di fare del male a lei, finisce per farlo a sè stesso. Il nemico peggiore di Meloni, si, è Salvini che va messo davanti alle sue insanabili contraddizioni. I dioscuri della destra, sono loro. A peggiorare ancora più, il loro rapporto, scontri sul MES e le inchieste da Minenna a Santanchè. Giorgia provoca Salvini. La tensione è alta e sembra che Giorgia abbia minacciato di andare di al voto. Lui, ribadisce il suo NO al MES, lo ritiene inutile per il Paese. Il loro scontro, non aiuta certo lei a vendere un’ immagine unita e forte della maggioranza. Anche il Consiglio dei Ministri, fu rinviato per una ripicca su quel NO al MES. Lei è stata sentita sbottare sul ritorno al voto, forte del consenso popolare e con la possibilità di conquistare gli eletti di Forza Italia.. Questo, potrebbe portare poi ad una rottura definitiva con la Lega .E così…le stelle stanno a guardare! Ma….la poltrona…. può molto! Arrivederci a domani amici! Noi, non molliamo! Abbiamo Matteo Renzi nel cuore ed un bellissimo sogno… da realizzare.E intanto… “IOSTOCONRENZISEMPREECOMUNQUESENZASEESENZAMA ” Sic et simpliciter”……

La lezione di Starmer a riformisti, libdem e moderati: si torna a vincere. Renzi può raccogliere l’invito.

Il New Labour di Keir Starmer, riedizione di quello di Tony Blair, torna a vincere in UK. E a vincere bene. La notizia, di per sé attesa e largamente prevista, si staglia su un contesto in cui riformisti, liberaldemocratici e moderati stanno arretrando e quasi scomparendo in tutta Europa, come dimostrano gli esiti elettorali in Italia e in Francia. Questo voto dimostra che Yes, we can. Si può fare. Si può e dunque si deve fare: si può tornare a vincere, cambiando le vecchie logiche della sinistra e ringiovanendo le idee e le dinamiche della vecchia politica. Si può essere sfidanti, invertendo la tendenza autoconservativa di quei vecchi progressisti che somigliano tanto ai nuovi conservatori, in quella sfumatura di rossobruno che rende indistinguibili le ali estreme, gli opposti radicalismi. Riabbracciare l’Europa, investire nel lavoro che cambia, innovare, semplificare, detassare: il programma con cui ha vinto Starmer è un autentico manifesto riformista.Ce l’hanno fatta i laburisti, possono farcela i democratici americani. Questo risultato sconfessa la prospettiva vittimista di qualche commentatore, tra i nostri centristi, che vede nero e indica nello zeitgeist brutto e cattivo un invincibile nemico. Sbaglia. Ce l’hanno fatta i laburisti, nel Regno Unito. E potrebbero riservare sorprese, cambiando cavallo in corsa, anche i democratici americani: pochi giorni fa, alla vigilia del dibattito di Atlanta, i dem a stelle e strisce erano dati in vantaggio nei sondaggi. Anche perché mentre Trump parla di hamburgher e fucili, i dem parlano del nucleare di quarta e quinta generazione, di difesa dello spazio con le costellazioni satellitari, di moltiplicare le opportunità di lavoro con l’AI, a partire dalla ricerca farmacologica e sanitaria. In Italia tutt’altra dimensione. E mentre il mondo tenta il tutto per tutto, nella scommessa su un futuro a guida riformista, da noi in Italia il dibattito marcisce in tutt’altra dimensione. Ombelicale. Piccola. Umiliante. Come nei teatrini delle marionette, dove Pulcinella e il Diavoletto si prendono continuamente a vicendevoli bastonate, Renzi e Calenda si rimpallano la responsabilità di non aver superato il 4%. Si ragiona sulla mancata candidatura di Renzi anche nel Nord Est. «Avrebbe aiutato». E dell’opportunità di questo o quel capolista, in Azione. Disamine da gastroenterologi. Renziani, renzomani, renzisti. Chi dedica, come questo blog, la sua attenzione ai temi della politica, deve distinguere e distinguersi. Analizzare i fenomeni della politica, i leader e la loro fan base. Partendo dal rispetto per i renziani: quelli che seguono Renzi sin da quando era il giovane rottamatore del Pd e lo stimano, pur riservando qualche perplessità, esplicitata per lo più lontani dai social. E però li distinguiamo dai renzomani, che sono dipendenti, a livello di addiction psicofisica, da Renzi. Il renzomane si nutre del Capo, intellettualmente: lo ascolta, lo legge e se lo riguarda ogni giorno. Lo commenta in rete. Si mette in fila per un selfie. «Fatevi vedere da uno bravo», non manca di ironizzare con loro lo stesso Renzi alla Leopolda. Qualcuno di noi ne conta anche nella cerchia famigliare: vanno accompagnati nel processo di elaborazione nel passaggio a un’altra fase. La passione per la politica si sposa con la fiducia in un leader capace, brillante, assertivo: ma non può esaurirsi nella sua esegesi. E qui emerge una terza categoria. Quella dei renzisti: coloro che apprezzano l’intelligenza politica del leader di Iv, la sua unicità, le sue peculiarità. E però ne vedono chiaramente i limiti e le criticità. Ci sono centinaia di addetti ai lavori della politica e tantissimi giornalisti, tra loro, e noi per primi. Sono quelli che con Renzi hanno più contatto e maggiore prossimità con le dinamiche della politica. E forse anche per questo hanno la speranza che Renzi possa contribuire, da vero leader ma con un ruolo diverso, a reinventare, reingegnerizzare un grande progetto per i riformisti italiani, capace di tornare a volare alto come i laburisti inglesi hanno dimostrato di poter fare.

Il riformismo che vince – La lezione di Starmer: il trionfo arriva con la cultura riformista

Anche a Londra, come a Parigi, le elezioni sono arrivate improvvisamente, prima del previsto. Ci si aspettava che il rinnovo della Camera del Comuni sarebbe avvenuto in autunno e invece Rishi Sunak ha convocato le “snap elections” il 4 di luglio. Anche a Downing Street, insomma, l’idea è stata quella di provare la “variante di Sanchez”: anticipare le elezioni per provare a rimontare una situazione elettoralmente disperata. A urne aperte, tutti gli osservatori concordano che non sia stata una buona idea: nell’attesa del primi sondaggi, nelle redazioni di tutti i giornali britannici gli osservatori concordano che l’unico nodo da sciogliere sia la dimensione della vittoria che questa mattina porterà Keir Starmer a Buckingham Palace perché re Carlo III gli chieda di formare il suo nuovo governo. Finirà cosi, in modo quanto inglorioso lo si sarà saputo da qualche ora, un dominio conservatore lungo 14 anni segnati da 5 primi ministri, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, una pandemia e svariati scandali collegati. Con i Tory fuori dalle stanze del potere e seriamente minacciati di essere svuotati da destra e geneticamente modificati in un modo che ricorda da vicino il destino che negli Stati Uniti ha devastato il Partito Repubblicano, trasformando quello che fu il nobile Grand Old Party in un’accolita di cospirazionisti, millenaristi ed eversori del sistema. I conservatori non rischiano di perdere solo il governo, insomma, ma di smarrire per sempre quel ruolo di architrave del sistema che da sempre rivestono da quelle parti: il partito dell’establishment, il partito delle classi dirigenti, il partito della stabilità e della responsabilità ha perso la sua credibilità. L’azzardo di Cameron, le incertezze di May, l’irresponsabilità di Johnson, lo sfacelo di Truss e l’evanescenza di Sunak rischiano di costare alla destra conservatrice britannica non solo in termini di una tornata elettorale ma di una permanente marginalizzazione a tutto vantaggio dell’estrema destra di Nigel Farage. Allo stesso tempo, anche la vittoria di Starmer sembra avere tutte le caratteristiche di qualcosa in più di un semplice cambio di governo. I laburisti, sotto la sua leadership, hanno puntato tutto sul conquistare non soltanto il potere ma un ruolo di architrave della stabilità e della sicurezza del paese, rafforzata anche dal successo che tutte le previsioni assegnano al Labour in Scozia e che rinforzerà di conseguenza l’unità nazionale e il senso non solo politico ma istituzionale dell’esito elettorale. Starmer arriva al potere non sull’onda dell’entusiasmo pop che circondava Tony Blair e la sua “Cool Britannia”, ma con un messaggio di responsabilità e di pragmatismo. L’ex Procuratore della Corona ha dalla sua il lavoro fatto nel suo partito, sottratto al radicalismo di Jeremy Corbin – un uomo popolarissimo tra i suoi sostenitori ma assolutamente incapace di espandere il proprio consenso fuori da quel perimetro, come dimostrò l’esito disastroso delle elezioni del 2019 – e riportato a un riformismo che ha restituito al laburisti la fiducia del paese. In queste elezioni addirittura il Sun, il tabloid più diffuso e popolare del Regno, ha espressamente dato indicazione di voto per la sinistra: una cosa che non si vedeva appunto dall’epoca di Blair. Starmer ha ripulito l’immagine del Labour dal sospetti di antisemitismo che avevano macchiato la reputazione di un’intera comunità, ha riaffermato la plena adesione al valori occidentali e il sostegno incondizionato all’Ucraina; ha indicato una soluzione per la crisi israelo-palestinese che preveda sia il cessate il fuoco che il rilascio degli ostaggi e il riconoscimento della Palestina come parte integrante di un processo che preveda che Israele sia protetto e al sicuro; un rapporto più stretto e più efficiente del Regno Unito con l’Unione europea, e una politica economica che non preveda tagli di tasse senza coperture (citofonare Truss) e che sostenga i ceti più deboli mettendo al tempo stesso in primo piano la competitività delle imprese (con le quail ha recuperato un rapporto di fiducia che non esisteva durante la gestione precedente). Insomma, un solido programma riformista che ha restituito alla sinistra una cultura – e adesso anche una pratica – di governo cui aveva completamente rinunciato sotto la leadership ideologizzata e movimentista di Jeremy Corbyn. È un metodo infallibile: quello che accomuna tutte le sinistre che, a ogni latitudine, siano arrivate al governo e messe in condizione di cambiare in meglio la vita del propri cittadini. Concretezza, pragmatismo, quella che Max Weber chiamava “etica della responsabilità”. Keep up the good work, Mr Prime Minister.

Boschi: «Il modello sono i laburisti, è finito il tempo dei veti. La Margherita? Una sfida»

La deputata di IV: «È stata Azione a rompere sul terzo polo. Con Elly si può aprire un dialogo» Onorevole Maria Elena Boschi, qual è il senso della mattinata alla Cassazione? «La maggioranza ha approvato una legge sull’autonomia che fa male ai cittadini del sud perché aumenta le diseguaglianze e fa male alle aziende del nord perché aumenta la burocrazia. E mi faccia aggiungere da deputata di Roma, eletta e residente in questa città: è una legge che umilia la Capitale che avrebbe bisogno di poteri speciali e continua a non averne. Siamo andati in Cassazione per raccogliere le firme per un referendum abrogativo delle strambe idee leghiste: se riusciremo nell’impresa, nella primavera del 2025 si voterà anche per questo referendum. E quorum o non quorum ho la sensazione che per il governo Meloni sarà un problema. Il primo vero rischio dall’inizio della legislatura». Cosa c’entrate voi con Landini, Fratoianni, Bonelli? «Il fatto che ci fossero persone così diverse dovrebbe interrogare il Governo. Solo le riforme di Salvini e Meloni potevano riuscire a mettere allo stesso tavolo noi e la Cgil. Noi stiamo insieme su una proposta puntuale di merito: vogliamo abrogare questa legge». Nel centrosinistra c’è spazio per i riformisti? «Assolutamente sì. Senza riformisti il centrosinistra non vince, come dimostra la recentissima campagna elettorale britannica. Finché i laburisti hanno criticato Blair hanno perso. Quando hanno riscoperto Blair hanno vinto. Non è un caso». Terzo polo o Margherita? «Il terzo polo era una grande idea ma è fallita per la responsabilità personale e politica di Carlo Calenda. Calenda ha rotto il terzo polo nell’aprile del 2023 con un comunicato stampa e ha impedito di raggiungere il quorum dividendo i riformisti nel 2024. Non accetto la tesi di chi dice: hanno sbagliato tutti. Eh no, solo Calenda ha messo i veti, nessun altro. Renzi si è occupato dei voti, prendendone più del doppio di Calenda nelle stesse circoscrizioni, di voti e non di veti. Se vogliamo di nuovo un terzo polo, serve un terzo nome. Renzi ha detto va bene, Calenda continua a dire no». E per la Margherita, chi sarebbe il nome giusto: Gentiloni? «Ho lavorato con Paolo in due governi e lo stimo ma molto dipende se in questo eventuale progetto confluisce un pezzo dei riformisti del Pd o no. A me piace l’idea della Margherita come lanciata da Rutelli, Parisi e dagli altri: un luogo di cultura politica riformista. Per me è stato il primo partito che ho votato, dunque ci sono affezionata. Vediamo se sarà possibile ricostruirlo con uno sguardo proiettato sul futuro. Sarebbe una sfida suggestiva». Se guardate all’estero, il vostro riferimento è più il Front Repubblicain francese oppure il Labour party di Starmer? I laburisti tutta la vita. Io vengo da una cultura politica per cui sto con de Gasperi e non con il fronte popolare. I laburisti invece hanno vinto quando hanno smesso di demonizzare Blair e sono tornati al riformismo». Schlein dice: vediamoci più spesso. Da dove partire? «Da un punto di metodo che a onore del vero Schlein ha sempre sostenuto: non si possono mettere veti. Nel 2022 sono stata testimone personalmente del voltafaccia di Enrico Letta che volle tener fuori Italia Viva solo per un risentimento personale. Ma così facendo spalancò le porte a Meloni. Se non ci sono veti allora si discute, di tutto. Se Elly fa sul serio, come credo, si può andare a vedere le carte». Ma si può stare insieme solo contro qualcuno? «No. Per questo abbiamo lanciato una piattaforma libdem cercando di lottare contro questo bipolarismo forzato. Ma se non si raggiunge il quorum alle europee con il proporzionale, a maggior ragione rischiamo di non farcela con il maggioritario alle politiche. La prima caratteristica del riformista è un sano pragmatismo». Come pensate di conciliare le vostre su lavoro (Jobs Act) e politica estera (vedi Ucraina) con Cgil-Avs-Schlein? «Sul Jobs Act noi voteremo contro il referendum di Landini con la stessa convinzione con cui votiamo contro le riforme istituzionali di Salvini. Per noi il Jobs Act ha aiutato l’Italia. Però la vera questione è come scrivere le nuove regole sul lavoro. Ero in aula per mettere la fiducia sul Jobs Act e rivendico quella scelta. Ma la discussione oggi non è l’articolo 18. La discussione oggi è come gestire il lavoro al tempo dell’intelligenza artificiale, come garantire salari più alti, come evitare di perdere i neolaureati che non hanno un salario di ingresso paragonabile a quello di altri Paesi. Di questo vorrei parlare, non del passato. E sulla politica estera purtroppo le divisioni sono profonde e trasversali, sia a sinistra che a destra». Ultima cosa: come commenta le parole di Salis che rivendica le occupazioni abusive? «Sono contraria. Ma io ho il vantaggio della coerenza. Sono contro le occupazioni abusive sia quando le fa Potere al Popolo nelle periferie di Roma sia quando le fa Casapound. Noi siamo per la legalità sempre. Colpisce che chi attacca Potere al Popolo giustifichi Casapound e viceversa».

ORBAN FA IL DOPPIOGIOCO. non ride mai e chi non ride mai sa il cuore di marmo. Attenzione.

L’idillio di Orbán a Mosca fa litigare l’Europa. E Putin non cede su nulla. Il Cremlino incassa la visita del presidente del Consiglio della Ue e non fa concessioni sull’Ucraina. Da Bruxelles critiche al viaggio “senza mandato”: in forse la tradizionale visita di cortesia a Budapest. Lo chiamano il “piccolo Putin” e, quando se lo trova davanti al Cremlino, Viktor Orbán non fa nulla per nascondere la sua fascinazione per il “grande”. È chiaro non solo dai calorosi sorrisi e dalla ferma stretta di mano. POI: Leggo dei commenti che mi fanno sorridere ed è il motivo per il quale eleggiamo certe persone per governare. Putin ha aspettato che Orban diventasse Presidente di turno del G7 per lanciare questa provocazione all’europa. Orban preso dall’ingordigia, ne più e ne meno come è successo alla Meloni con i tappeti rossi, ha accettato l’invito di Putin ed ecco che ha raggiunto il suo scopo. Tafferugli nell’UE e concesso nulla. La Meloni ha girato il mondo sentendosi importante… risultato niente di niente. Addirittura presa aa schiaffi da VOX. Certo è che Giorgia (come purtroppo capita a molte donne con spiacevoli se non drammatiche conseguenze) gli amici se li scieglie bene…eh ! Poi che! Orban non mi piace, ma una visita del Presidente dell’Europa a Kiev e a Mosca (nell’ordine) è una cosa positiva. Tanto le vere trattative di pace (anche in Palestina) si fanno sempre in segreto e nessuno di noi le conosce. POI: Che Orban cerca un mecenate che gli sponsorizzi “la pensione”: fara’ sue le parole che gia’ enuncio’ qualcuno , definendo simili figuri come “un dittatore necessario”. COME: I destri populisti europei, che festeggiano il giorno dell’onore della Wermacht di Adolf e poi si emozionano in positivo davanti a Putin. La coerenza è li, nell’ammirazione verso tutte le dittature autarchiche e violente, di qualsiasi epoca storica e colore politico, basta che si perpetui l’assolutismo. Abituati alla violenza dei totalitarismi preferiscono continuare, con tratti masochistici, a perpetuare quel sistema. Ma vogliono anche stare in Europa. Mi chiedo perché, visto che la democrazia non fa parte del loro DNA. La risposta è semplice. Queste menti semplici pensano che in caso di dittatura autarchica loro saranno immuni dalle regole che invece saranno severissime per “gli altri”! Mi vengono in mente i cittadini milanesi che vivevano all’interno dell’area C (ovvero il centro storico) e votarono in massa per la sua istituzione salvo poi piagnucolare ed arrabbiarsi quando scoprirono che anche loro erano obbligati a pagare l’ingresso! PS:Mi sembra logico che Putin abbia fatto per nacchie. Perché Putin dovrebbe volere la pace, quando tutto il suo entourage, il suo amico Cirillo, i filosofi e gli ideologi come Dugin invocano la guerra contro l’Occidente? Tutta la propaganda putiniana, e quindi il potere putiniano, si regge su questo “patriottismo” che implica la guerra contro l’occidente dipinto come impero del male, della corruzione dei costumi, della libertà sfrenata, ecc. Putin non può sospendere la crociata contro l’Occidente nella misura in cui è su questa crociata che ha fondato il suo consenso. COMUNQUE: Il tentativo di mandare un fascista per trattare con un altro individuo della sua stessa specie, ricorda l’impegno che fu chiesto a Mussolini di mediare con Hitler per fermarne le brame. Anche in quel caso però il tentativo non andò a buon fine. OK è STATO: E’ un incontro nostalgico tra ex dirigenti comunisti. Orban a 15 anni era già segretario della sezione giovanile (molto giovanile) del partito comunista e Putin faceva il suo tirocinio nel KGB.

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA …BASTA CLICCARE SUL TITOLO BLU QUI SOPRA E VI SI ARE UN MONDO DI NOTIZIE REALI E ATTUALI. Qui troverai i post che puoi leggere liberamente e se ti interessano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare correttamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

Confermo: il progetto di Marattin e Costa, a lungo andare, si dimostrerà irrealizzabile e illusorio.

Caro Matteo non seguirò Marattin perché non mi è chiaro niente di quel che dice e di quel che vuole fare ? Costa sta con Calenda. perché Marattin non vuole aspettare aspettare il Congresso? Se manca il motore ( Renzi )di tutta questa narrazione non credo che il progetto partirà….bisogna togliere di mezzo l’inf…. me…. Bene, volete mettere insieme gli elettori di Italia Viva e di Azione; ma siete sicuri che tutti coloro che attualmente occupano cariche istituzionali a tutti i livelli vogliano stare insieme senza i loro leader Renzi e Calenda? La vedo difficile!  Mi dispiace tanto ma stavolta non ci sto io con chi ci ha infangato per due anni di fila non aderisco ,state tranquilli senza Renzi non andrete da nessuna parte ,,mi rivolgo a Marattin perché non lo hai fatto quando sono usciti La Bonetti e Rosato a che gioco stai giocando ??? MI CHIEDETE IL PERCHE? PERCHE Calenda è stato disonesto ed ha sparlato contro Renzi. Chi lo ha seguito ed è stato zitto è stato al gioco ed è fatto della stessa pasta, per cui a questo punto ognuno per la sua strada…E, I Calendiani non possono essere uniti ai Renziani, perché loro pur avendo assistito alle numerose, insistenti, ridicole e disgustose dichiarazioni di Calenda, soprattutto ai suoi insulsi “Veti”, il tutto, giustamente, sempre ignorato e mai replicato da Matteo Renzi …. ciò, nonostante, hanno avuto il coraggio di confermare la loro fiducia all’autore di una politica di così evidente statura nana. Quale futuro può esserci con loro? Che senso ha fare unione con coloro che hanno sopportato questa mancanza di professionalità da parte del Carlo e non hanno apprezzato, invece, il corretto comportamento di Matteo? Confermo: il progetto di Marattin e Costa, a lungo andare, si dimostrerà irrealizzabile e illusorio. Se manca il motore di tutta questa narrazione non credo che il progetto partirà….bisogna togliere di mezzo l’inf…. me…. Calenda è stato disonesto ed ha sparlato contro Renzi. Chi lo ha seguito ed è stato zitto è stato al gioco ed è fatto della stessa pasta, per cui a questo punto ognuno per la sua strada…

Renzi: “Italia Viva al bivio: il terzo polo con primarie o Margherita 2.0 senza veti”.

Ecco come si fa’ la Politica…. Parlare chiaro…. Senza giri di parole…. Sempre Grande Matteo… Unico…. Lui riesce ha guardare oltre…. Intervista a Matteo Renzi : Senatore Renzi, partiamo dalla Francia. Secondo lei Emmanuel Macron ha commesso un azzardo con le elezioni anticipate? Avevate un’alternativa dopo il risultato delle Europee? «Non molti. Il governo Attal avrebbe potuto continuare fino a settembre, poi sarebbe caduto sulla legge di bilancio. L’errore commesso da Macron è stato forzare i tempi: avrebbe potuto sciogliere l’Assemblea Nazionale dopo le Olimpiadi, costruendo piuttosto un rapporto con Raphael Glucksman e i socialisti. Ma ormai è inutile parlarne. Quella di Macron è una scommessa: se funziona diranno che è un genio, se non funziona diranno che è finito. Il destino degli azzardi politici è sempre quello. Tutto il mondo è paese». Pensa che Jordan Bardella sarà il premier? Lei è preoccupato? «Ha il cinquanta per cento di possibilità: molto dipenderà da un pugno di voti in tanti collegi. Più che per gli italiani sarà un problema per i francesi, tenuto conto dell’agenda di quel partito. Al Consiglio europeo continuerà a sedere Macron: la politica estera resterà saldamente nelle sue mani, lo dice la Costituzione. Bardella premier non sarebbe un problema come potrebbe essere Le Pen presidente. La vera partita per il futuro dell’Europa si gioca nel 2027 per l’Eliseo come per Palazzo Chigi». Mario Monti dice che i sistemi presidenziali mostrano la corda. Cosa ne pensi? «Mi sembra un’analisi superficiale. Il problema a mio avviso non è l’uomo solo al comando, ma la crisi della democrazia in tutto il mondo. È di questo che dovremmo discutere». Ursula von der Leyen sarà presidente della Commissione? Sappiamo che lei non l’avrebbe confermato, ma le chiedo: a questo punto – citare sempre Monti – è nell’interesse italiano votarla? «L’Italia ha un unico interesse: che l’Europa funzioni. E purtroppo Ursula non garantirà questo, per ora. Giorgia Meloni ci racconterà che grazie alle sue doti diplomatiche otterrà una vicepresidente per Raffaele Fitto. E dunque voterà per Ursula e la venderà come un trionfo. Ma le vicepresidenze le abbiamo sempre avvertite, non è un merito di questo governo. Meloni è un’influencer che pensa solo a comunicare. Poi si ignorano i dati Istat e si vede che la pressione fiscale è aumentata dello 0,8% rispetto allo scorso anno. Ma di questo non parla nessuno, chissà perché». Non pensi che sia stato un errore escludere Giorgia Meloni dai tavoli delle trattative? O ha sbagliato lei a pretendere di diventare il leader dell’Ecr? «Si è fatto fuori da solo. Ha preso i voti per contarli in Europa e abbiamo visto che a Bruxelles non conta nulla. O meglio: conta solo la procedura di infrazione. Da italiano mi dispiace ma il responsabile dell’isolamento è solo lei». Elly Schlein ha lanciato il fronte popolare in Italia contro tutti i desideri. Italia Viva ne farà parte? «In Italia chiamarlo Fronte Popolare non mi pare il massimo. Peraltro non usare questa espressione con uno come me, uno che è degasperiano fino al midollo: i conti con il Fronte Popolare li abbiamo fatti nel 1948. Però, al di là delle battute, credo che Schlein stia seguendo un percorso intelligente dal suo punto di vista. Schlein sul vostro giornale ha detto: non metto veti, non accetto veti. E questo fa fare al Pd un grande passo avanti. Perché nel 2022 l’accordo tra Partito Democratico e Italia Viva non si è reso necessario per una precisa scelta di risentimento personale di Enrico Letta». E dunque? Che farà Italia Viva? «Se non ci sono dubbi, Italia Viva deve decidere che cosa fare in grande. Siamo a un bivio: facciamo una Margherita 2.0 alleata con il centrosinistra? Per dirle di nuovo con De Gasperi: un centro che guarda a sinistra, perché tutti sanno — Elly per prima — che senza questo centro la sinistra non vince. Oppure proviamo a ricostruire il Terzo Polo? Questa è la scelta che Italia Viva dovrà fare adesso». Luigi Marattin ed Enrico Costa propongono la nascita di un nuovo soggetto liberaldemocratico che unisca Azione e Italia Viva. Che ne pensi? «È  una delle due possibilità: o col centrosinistra o ancora da soli. Scelta tosta, ma una scelta da fare. Il Terzo Polo è stata un’ottima idea, distrutta impercettibilmente da Calenda. Marattin, Costa e tanti altri vorrebbero farlo ripartire e io ho già detto che se si deve rinascere il terzo polo, serve un terzo nome rispetto a me o a Calenda. I dirigenti della Fondazione Einaudi hanno proposto le primarie perché la nascita di questa scommessa avverrà nei seggi elettorali e non su Twitter: una strada possibile». Lei ha già fatto un passo indietro verso l’Europa, mettendosi in fondo alle liste. Ciò che farà anche per agevolare la nascita del nuovo soggetto? «Io esco dalle Europee avendo preso molti voti personali. Non sono bastati perché la lista è andata avanti male, vista la radicalizzazione, ma ci ho messo la faccia e ho preso molte preferenze in più di chi ha messo i veti. Oggi sto facendo mille cose, dall’Italia all’estero. La nuova collaborazione con Tony Blair mi riempie di entusiasmo. Non ho dunque un problema personale: aiuterò a scegliere in modo libero e democratico tra l’ipotesi di un nuovo terzo polo e quella di una nuova Margherita. Italia Viva proprio in questi mesi raccoglierà le firme per il referendum contro l’autonomia differenziata. Che io definisco burocrazia indifferenziata. Ma non voteremo al referendum contro il Jobs Act». Matteo Renzi avrebbe fatto parte del fronte popolare contro Le Pen? «Avrei fatto parte del fronte centrista, avrei fatto le desistenze contro la Le Pen e portato il mio contributo da riformista. In Gran Bretagna il Labour vince solo ora che Starmer riscopre l’eredità blairiana: un motivo ci sarà, non crederci? Senza il centro non si vince». 

RENZI.SIAMO INTERESSATI ALL’APERTURA DI SCHLEIN: VOTERO IL FEREFERENDUM SULLE AURONOMIE

Renzi ha detto: o si torna a fare la costola centrista del Pd (ex Margherita) o si costruisce un nuovo terzo polo con terzo nome a guidarlo (cioè nè lui nè Calenda). Personalmente sono per la seconda opzione, ma ovviamente a decidere dovrebbe essere un congresso che legittimi una delle due operazioni. Non ha detto di abbandonare IV, ma di lasciare ad altri la costruzione di questo nuovo soggetto politico. Cosa esattamente di questo ragionamento non vi è chiaro? Ho letto l’intervista di Matteo Renzi. Alcune considerazioni:
1) qualche giorno fa ho rinnovato la tessera ad Italia Viva; 2) questa mattina ho sottoscritto la petizione di Luigi Marattin; 3) nell’intervista si chiede di scegliere tra una Margherita 2.0 o la riproposizione del Terzo Polo; 4) Renzi non indica una strada ma dovrebbe farlo. IV nacque per proporre un’alternativa al bipolarismo ed il Terzo Polo andava esattamente in questa direzione. Pensare di ricostruire qualcosa di simile a ciò che stato la Margherita significherebbe tornare all’esperienza dell’Unione e cioè a quelle coalizioni che stavano insieme non per un’idea di governo del Paese ma per impedire agli avversari di vincere; 5) dicendosi tuttavia interessato all’apertura di Schlein, Renzi posiziona IV nell’area alternativa a Lega e Fratelli d’Italia. Questo è un punto centrale della nostra discussione e sul quale è necessario fare chiarezza. Nessuna alleanza dovrebbe essere possibile con i partiti di Salvini e Meloni; 6) nello stesso giorno in cui chiedevamo fiducia alle persone per il progetto Stati Uniti d’Europa, in molte realtà locali eravamo alleati alle amministrative con la Destra. Con quale credibilità? 7) dobbiamo ricostruire un progetto politico che prima di rispondere alla domanda “con chi?” definisca bene il “per che cosa”, ma un punto deve essere chiaro fin da subito e cioè che nessuna alleanza è possibile con la destra anche a livello locale. Su questo non può esserci alcuna ambiguità. Mi fermo qui, ma avremo modo di tornare sull’argomento. ANCHE SE: Renzi dice di più: alle ultime politiche, se non ci fosse stato il veto di Letta, IV avrebbe fatto parte della coalizione di centro sinistra, e quindi non ci sarebbe stato nessun terzo polo. Implicitamente con questo Renzi lascia intendere che lui propende per una margherita 2.0 e la conferma viene quando afferma di apprezzare la linea di Schlein del “non metto veti e non voglio veti”. Linea che porterebbe a una coalizione che va da IV a M5S. Chiude l’intervista affermando che la sinistra per vincere ha bisogno del centro. La scelta del campo mi sembra abbastanza chiara rispetto a Marattin e Costa che parlano di equidistanza dai due poli.

Meloni e la tentazione del reset: andare al voto, poi svoltare sul presidenzialismo.

Meloni e la tentazione del reset: andare al voto, poi svoltare sul presidenzialismo. La leader preoccupata per il crescente dissenso sul premierato ora teme l’esito del referendum. L’exit strategy è un ritorno all’altra riforma. Chiedendo prima il consenso degli elettori. La scintilla potrebbe diventare proprio il premieratoGiorgia Meloni inizia a dubitare di tutto: strategia, percorso, orizzonte finale della riforma. Sia chiaro: non è pentita, semmai preoccupata di mancare l’obiettivo. Teme di compattare i suoi avversari. Il premierato è giusto, il presidenzialismo? dai, abbiamo una costituzione vecchia, diciamo che da i numeri…ma per stare al governo bisogna reggere, non può farcela, pensava che la UE l’ amasse per tre sorrisi da Macron ,all’ Ursula a Orban….donnetta. Povero fegato dei camerati. Dopo 2 anni di governo Meloni ancora annaspano. Ringrazio di cuore a tutti quelli che hanno votato la GIORGIA . Il presidenzialismo sarebbe la ciliegina sulla torta di disastri che stanno combinando. Disastri enormi per i cittadini, non per familiari, amichetti e poteri forti ai quali fanno da zerbini e che stanno facendo affari d’oro con loro. I pieni poteri e da sempre il coito precoce di tutti i politici, Invece di pensare al bene di tutti i cittadini, siamo sprofondati negli ultimi posti di tutti i settori, dalla povertà fino ai disastri idrogeologici. Le riforme alla Costituzione si fanno tutte insieme, non a colpi di maggioranza parlamentare (che non è la maggioranza del paese, ricordiamolo). Io consiglierei di svoltare verso il manicomio. Cara GIORGIA. Il potere fa ammattire chi ce l’ha. E di tristissimi precedenti nella storia italiana, in tal senso, ne abbiamo purtroppo a decine dai tempi dell’impero romano e fino ai giorni nostri. Ma al paese chi ci pensa? A me avete tutti stufato. Si va male in qualsiasi settore, siamo ultimi in Europa su tutto compresi i diritti delle minoranze per finire con lo schifo della giustizia, sanità, etc etc etc e questa pensa ad andare al voto? Andiamoci vai. Questo governo dovrebbe andare in esilio, altro che patrioti questi sono solo dei furbi infami che stanno distruggendo il nostro paese. Tanto prima o poi verrà fuori che fino ad adesso non hanno fatto assolutamente niente, nonostante avessero PRIMA la soluzione a tutti I problemi e anzi stiamo peggio di prima. Hai voglia a cercare di rimanere in perenne campagna elettorale, ma con un governo che ha questa maggioranza, può fare ciò che vuole e 5 anni di legislatura, alla fine se non ha fatto qualcosa di buono la gente gli presenterà il conto. Le chiacchiere alla fine non fanno farina. Vuole il premierato. e poi? Non basta avere la maggioranza schiacciante per fare le leggi? A che gli serve. Certo, chissenefrega di risolvere i problemi italiani ( se mai ne avesse intenzione e capacità, cosa di cui dubito molto)… l’importante è IL POTERE!! A dir poco imbarazzante ,giocando con le vite della gente che non ha lavoro , non può sopravvivere e questa genia ci vuole confondere con il premierato e altre cazzate . Bene , ti do una notizia : non ci riuscirai pagliaccia.PREMIERATO = LE SI RIVOLGERÀ CONTRO COME UN FULMINE A CIEL SERENO…FOLGORATA COME UN TIZZONE NERO….IL POTERE FA’ BRUTTI SCHERZI….

Giachetti: «Lettera al direttore. Responsabilità, colpe, passi indietro: processo al Terzo polo che fu. E la sentenza è senza appello»

Rimani il più leale e il migliore di tutti. Io a Renzi non farei fare nessun passo indietro. A te dieci in avanti. Ad alcuni, meglio che mi taccia. Sia tu che Renzi meritate molto di più. Fuori i corvi e dentro le aquile. O viceversa. Sei davvero un mito Bobo@giac, la verità e senza timori reverenziali .Ti distingue sempre. Grazie, ce ne fossero che hanno tanta sincerità nel dire ciò che pensano, i scribacchini sono pagati per mentire, a seconda di ciò che gli viene ordinato, sono solo servi dei padroni. Per noi che non abbiamo padroni, la disgregazione del 3 polo, è solo di un invidioso cc. stop. Chiaro come sempre…. Posso capire la delusione di Velardi e Testa, ricordo sempre i rallegramenti, quando nacque il Terzo polo, mettere sullo stesso piano Renzi e Calenda…. No dispiace, sommo rispetto x i loro pensieri, Renzi ha fatto di tutto, prima , ha fatto guidare Calenda, poi ha partecipato agli Stati Uniti d’Europa…. Calenda in TV, sui media, in campagna elettorale, sparlava solamente di Renzi…. No nn sono uguali…. Spiacente, questa volta nn sono d’accordo…. _____________________________ La. Lettera di Roberto Giachetti . Al direttore – Con la medesima amicizia che Claudio Velardi e Chicco Testa dichiarano nei confronti di Renzi e Calenda, che so essere sincera, vorrei rivolgermi a loro per manifestare tutta la mia delusione per un’analisi così palesemente ingiusta e non degna della loro qualità umana. Come è ovvio, si possono avere tutte le riserve e manifestare qualunque critica nei confronti di Renzi, il quale peraltro si presta spesso, a causa della sua “nettezza e decisione” nelle scelte a fornire elementi di critica non solo agli avversari, ma anche ai suoi amici. Come è ovvio si può muovere qualunque critica rispetto all’azione politica di Renzi nel corso di un decennio. Tutto assolutamente lecito e rispettabile. Quello che ho trovato tecnicamente non onesto sul piano intellettuale è la scrittura di una lettera fondata su una premessa che gli stessi autori sanno perfettamente essere falsa e che ha come unica ragione quella di far apparire e apprezzare il ragionamento come credibile in quanto equidistante. Tanto appare chiaro quello che dico che gli autori stessi affermano testualmente, dopo aver fatto tutta la lunga premessa di accuse, “non ci interessa analizzare chi porta le responsabilità maggiori”. Non interessa? Ma come fa a non interessarvi! Avreste scritto questa lettera se la Lista Stati Uniti d’Europa avesse preso per esempio il 7 per cento? Avreste chiesto passi indietro se questo progetto politico avesse avuto un successo elettorale? Ovviamente no. E allora come fate a non essere interessati ad analizzare di chi è, in questa occasione, la responsabilità di questa durissima sconfitta. E che credibilità ha il vostro appello se pilatescamente evitate di farla questa analisi? È lecito chiedere passi indietro a Renzi e Calenda, altroché! Magari, sempre per con onestà intellettuale, si poteva segnalare che proprio Renzi qualche ora prima aveva detto esattamente la stessa cosa. Ma farlo facendo una premessa tecnicamente non vera (e ciascuno può facilmente verificare che non è vera andando a leggere gli atti e le decine e decine di dichiarazioni che testimoniano che il responsabile di quanto accaduto è uno solo: Carlo Calenda, che ha perennemente e irresponsabilmente nel modo più miope immaginabile rifiutato di accogliere l’appello di Emma Bonino) è per me davvero deludente perché conosco il valore di Claudio e Chicco e sono abituato a riflessioni decisamente più valide coraggiose e credibili. Altro che non ci interessa analizzare. Avete invece il dovere di analizzare. Poi, una volta che avete analizzato, e detto la verità, io sottoscrivo con voi l’appello al passo indietro. Ma prima la verità, deinde philosophari. Un Roberto Giachetti, oltre che a leggere è da riascoltare, su Radio Leopolda. Grande chiarezza sul direttore Velardi che ha gettato la maschera, che si è aggiunto alla schiera di chi vorrebbe Matteo Renzi sparito dalla faccia della terra (anche dalla luna, avverte Giachetti). Caro Velardi, articolo volgare, superficiale, capzioso. Diciamo che Il Riformista ha visto direttori più liberi e intelligenti. Anche Bobo Giachetti spesso ha idee diverse da Matteo su tanti argomenti, ma mai pugnalato alle spalle! E da sempre! Il rispetto di Matteo viene prima di ogni cosa x noi di IV! Grande Bobo, il NS riferimento mattutino! Però quanti traditori e irriconoscenti . Sto ascoltando La sveglia di Bobo – Rassegna stmpa del 04.07.2024  https://api.spreaker.com/v2/episodes/60596776/play. Congresso. Terzo polo con terzo nome e primarie di coalizione Margherita 2.0. Nessuno vuole le dimissioni di Renzi. Semplicemente queste 3 cose le ha dette Renzi non altri.

Un Roberto Giachetti, da riascoltare, su Radio Leopolda.

Un Roberto Giachetti, da riascoltare, su Radio Leopolda. Grande chiarezza sul direttore Velardi che ha gettato la maschera, che si è aggiunto alla schiera di chi vorrebbe Matteo Renzi sparito dalla faccia della terra (anche dalla luna, avverte Giachetti). Caro Velardi, articolo volgare, superficiale, capzioso. Diciamo che Il Riformista ha visto direttori più liberi e intelligenti. Anche Bobo Giachetti spesso ha idee diverse da Matteo su tanti argomenti, ma mai pugnalato alle spalle! E da sempre! Il rispetto di Matteo viene prima di ogni cosa x noi di IV! Grande Bobo, il NS riferimento mattutino! Però quanti traditori e irriconoscenti . Sto ascoltando La sveglia di Bobo – Rassegna stmpa del 04.07.2024  https://api.spreaker.com/v2/episodes/60596776/play. Congresso. Terzo polo con terzo nome e primarie di coalizione Margherita 2.0. Nessuno vuole le dimissioni di Renzi. Semplicemente queste 3 cose le ha dette Renzi non altri

Left ammette gli eurodeputati M5S, ma con riserva. Ora un periodo di prova di sei mesi.

I 5 stelle nacquero come partito antisistema: ne’ con la Destra ne’ con la Sinistra. Vederli oggi come un piccolo raggruppamento di estrema sinistra fa veramente pena. Avete perso 4 milioni di voti alle europee. Ormai l’estinzione è vicina ameno che ci mettiate con ASV. Dovevano rigirare il parlamento come un calzino. Prima governo con lega. Poi col pd. Poi la grande ammucchiata. Adesso con tutta la sx arruffona e inconcludente. In Europa con l’estrema sx. GRANDE COERENZA. M5S ammesso “con riserva” nell’eurogruppo di estrema sinistra: periodo di prova di sei mesi. Ma ora Conte teme la fronda interna contraria all’accordo. Via libera dal bureau dopo il colloquio con i neodeputati grillini. Scontato il voto contrario al bis di von der Leyen. Ci sono voluti cinque anni, ma è (quasi) fatta: dopo l’avventura mai decollata con la destra euroscettica di Nigel Farage nel periodo 2014-2019, il M5S ritrova casa in Europa in The Left, la sinistra radicale e ambientalista che così passa da 39 a 47 deputati. Ieri ci sono stati i colloqui di ammissione, per così dire: da una parte il capo delegazione Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps appena eletto con il M5S e l’uscente Laura Ferrara, dall’altra i componenti storici del gruppo: dai comunisti belgi ai francesi di France Insoumise, dagli spagnoli di Podemos ai greci di Syriza. Oltre ovviamente agli italiani di Sinistra Italiana, rientrati a Bruxelles e Strasburgo con Alleanza verdi sinistra. Via libera quindi, ma con clausola di riserva, cioè sei mesi di prova come osservatori, per confermare che al di là delle buone intenzioni la linea politica — pacifista, ambientalista, per la giustizia sociale con la proposta di forti politiche redistributive, femminista e fautrice di pieni diritti per i migranti — venga confermata in pieno. E poi, a questo giro il M5S voterà no come The Left per la riconferma di Ursula von der Leyen. L’ammissione con riserva era stata già applicata in passato per altre forze come il Bloco portoghese, formazione marxista-leninista. Nei prossimi giorni potrebbero aggregarsi altri eurodeputati di forze di sinistra, facendo tagliare il traguardo di 50 iscritti per i rossoverdi. «Siamo il gruppo che rappresenta l’antifascismo, lotta per i diritti dei lavoratori, persegue un’azione ambiziosa sul clima e si oppone all’austerità. Riaffermiamo questo impegno e siamo lieti di farlo con un gruppo ancora più ampio. Siamo la principale opposizione alla coalizione von Der Leyen che vuole da baluardo contro l’estrema destra e le sue idee razziste e sessiste», è stato il benvenuto di Manon Aubry. Per Si e Avs la mossa di accoglienza ha anche un significato politico tutto italiano. «Se dentro il Movimento adesso qualcuno fare casino, riportando indietro le lancette populiste, ora deve farlo a partire da una linea di demarcazione chiara. Contro la sinistra e il campo progressista. Il quadro si è semplificato, così», è il ragionamento che si fa nel partito guidato da Nicola Fratoianni. Il quale più o meno esprime un concetto simile: «Riteniamo utile che il M5S stia dentro un ambito politico comune, perché questo agevola il confronto politico e rende più forti le nostre battaglie, in Italia e in Europa. C’è da costruire con determinazione una coalizione di forze che restituisca all’Italia dignità e speranza, contro una brutta destra. E l’ingresso del M5S in The Left — aggiunge il segretario di Si — può avere anche questo significato per noi». Ora, con questa mossa Giuseppe Conte risolve un problema di lunga data, anzi forse fondativo per il Movimento. Cioè dare una collocazione politica internazionale chiara ad un soggetto politico nato secondo il motto “né di destra né di sinistra”: l’alleanza con Farage – erano i tempi di Gianroberto Casaleggio – non funzionò anche perché poi all’atto pratico il M5S votava quasi sempre come i verdi il Gue, cioè il vecchio nome di The Left. C’è però allo stesso tempo un timore in via di Campo Marzio: cioè che uno schieramento così netto alieni i consensi trasversali avuti dal Movimento in Italia. Che insomma schiacci troppo a sinistra i 5 Stelle, dove però lo spazio oggi è ben presidiato proprio da Avs e dal Pd di Elly Schlein. E che tutto ciò diventi motivo di discussione e polemica interna.

Renzi, voto inglese dimostra che senza riformisti sinistra perde

Se la sinistra vuole vincere deve sfondare al centro, non solo nel Regno Unito Matteo Renzi “La grande soddisfazione è di chi come me è cresciuto con il mito di Tony Blair poi per 14 anni lo hanno disconosciuto e cosa è successo? Ha vinto la destra mandando in pensione le idee di Blair. Oggi con un leader riformista la sinistra ha vinti si torna all’esperienza del new labour rivisitato è una lezione di per la sinistra di tutto il mondo”. Lo afferma il leader di Iv Matteo Renzi a filo diretto su Raio Uno parlando del voto inglese. Quanto al futuro del suo partito, Renzi aggiunge: “Noi abbiamo tentato di fare un’operazione terzopolista saltata per l’ostilità ad personam di Calenda. Alle europee abbiamo fatto il 3.8%, la verità è che ci sono due alternative: per chi crede di scardinare ancora il bipolarismo c’è Terzo polo, per chi non ci crede c’è l’ipotesi di rifare la Margherita. La scelta, come sempre accade per noi, sarà fatta in modo democratico da tutta Italia Viva ma le elezioni inglesi dimostrano che se non c’è il centro non si vince, anche Schlein lo ha capito senza riformisti la sinistra perde”.

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA …BASTA CLICCARE SUL TITOLO BLU QUI SOPRA E VI SI ARE UN MONDO DI NOTIZIE REALI E ATTUALI. Qui troverai i post che puoi leggere liberamente e se ti interessano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare correttamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

Elezioni Francia, primo sondaggio dopo desistenze: sfuma maggioranza per l’ultradestra.

Il primo sondaggio Harris, dopo le desistenze in funzione anti-estrema destra, vede il Rassemblement National lontano dalla maggioranza assoluta. Il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella dovrebbe ottenere al ballottaggio di domenica fra 190 e 220 seggi, contro i 289 necessari. “La classe politica dà di sé stessa un’immagine sempre più grottesca”, attacca su X Le Pen. È una settimana di fibrillazioni quella che separa i due turni di voto delle elezioni francesi. Dopo il primo turno del 30 giugno – dove si è imposto il Rassemblement National – le urne riapriranno il 7 luglio. Il primo sondaggio Harris, dopo le desistenze in funzione anti-estrema destra (l’accordo riesumato al fotofinish da macroniani, gauche e destra moderata), vede il RN lontano dalla maggioranza assoluta. Il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella dovrebbe ottenere al ballottaggio di domenica fra 190 e 220 seggi, contro i 289 necessari. Le Pen attacca: “Grottesco” Intanto Marine Le Pen attacca il Fronte Repubblicano che vuole impedire al suo partito di conquistare il potere: “Édouard Philippe invita a votare comunista. Jean-Luc Mélenchon sta con Gérald Darmanin… Sono grotteschi”, scrive in un messaggio su X. Sempre secondo il sondaggio, il Nuovo Fronte Popolare della gauche otterrebbe fra 159 e 183 seggi. Mentre Ensemble, l’arco dei partiti macronisti, conquisterebbe 110-135 deputati, una sconfitta comunque pesante, con una diminuzione di quasi la metà dei seggi. Ai Républicains andrebbero fra i 30 e i 50 scranni, un buon risultato considerata la scissione di Eric Ciotti, passato ad appoggiare il RN. Scenari complicati. Il rush finale sarà comunque imprevedibile: una volta superato lo scoglio delle desistenze – sono stati ben 218 i candidati di diverso colore politico che hanno accettato di ritirarsi dalle triangolari in funzione anti-Le Pen – resta il rompicapo di una coalizione anti-Rn pressoché introvabile. “Non governeremo con La France Insoumise, una desistenza non significa una coalizione”, ha avvertito durante l’ultimo consiglio dei ministri di questo governo Macron, tornando a tracciare la sua linea rossa rispetto ad un esecutivo con il partito di Mélenchon, l’ala più radicale del Nouveau Front Populaire, considerata dai macroniani pericolosa almeno quanto il RN. Sulla stessa linea il premier Gabriel Attal – responsabile della campagna della maggioranza uscente -, sempre più orientato verso una soluzione da trovare “in Parlamento”: “Né la France Insoumise, né il Nuovo Fronte Popolare né i nostri candidati – ha detto il primo ministro – sono in grado di formare una maggioranza assoluta. Al termine del ballottaggio, o ci sarà un governo di estrema destra o il potere passerà al Parlamento. Io mi batto per questo secondo scenario”

Le elezioni inglesi offrono un quadro molto chiaro. Quando la sinistra scommette sui riformisti, vince.

Le elezioni inglesi offrono un quadro molto chiaro. Quando la sinistra scommette sui riformisti, vince: è successo con Blair e con Starmer. Quando la sinistra isola i riformisti, perde: è successo con Ed Miliband e Corbyn. Se la sinistra vuole vincere deve sfondare al centro, non solo nel Regno Unito. Basterebbe vedere il caso dei diritti civili. Chi ha ottenuto dei veri passi in avanti tangibili in Italia? I riformisti o gli estremisti? E ne approfitto dicendo al direttore del Riformista che stimo molto ,non c’è politica senza Renzi ,questo lo dovrebbero capire i giornalisti che le danno sempre contro ,se Renzi fosse andato in Europa, l’avrebbe trasformata dando una mano al governo per contare di più. LEGGI COME LA PERSA Tony Blair DI RENZI: «lieto di dare il benvenuto a Renzi all’Institute come consigliere strategico. Matteo sarà una preziosa aggiunta al nostro team di leader che forniscono consulenza e approfondimenti strategici di alto livello, aiutando i leader politici di tutto il mondo a realizzare cambiamenti per i loro Paesi». OK L’ITALIA NON ENTRA IN QUESTI PAESI. MA NOI RENZIANI E RIFORMISTI! Avevamo promesso a @tutti quelli che hanno creduto in Matteo Renzi di trovare modi di fare contare la vostra visione di mondo. Ecco uno dei passi strategici. Lo merita tutta, ha la competenza giusta che viene apprezzata a livello internazionale non per i “capetti” di formazione nel nostro Paese. Complimenti! Questa è la prova provata che solo in Italia Renzi è boicottato, calunniato, infangato mentre ,negli ambienti che contano ,gli viene riconosciuto il suo valore. E! Non riesco a concepire il fatto che una personalità di questa statura, non trovi il giusto apprezzamento nel suo paese D’altronde l’Italia è quel luogo dove abbiamo cacciato CRAXI a monetine per eleggere, udite udite il suo anfitrione, Berlusconi, qui tutto è possibile ! ! ! RENZI unico ITALIANO POLITICO ,apprezzato nel mondo ,italiani vergognatevi e fatevi delle domande il perché nel mondo lo adorano, in Italia una parte lo odiano senza motivo ,riflettete il perché siamo così rincoglioniti sarebbe anche ora!! Chissà come mai , questi consigli non vengono mai richiesti a Giuseppe Conte , Elly Schlein , Matteo Salvini o alla Meloni. Mi sembra molto strano…MA QUANDO SI è RINCOGLIONITI SI è DETTO TUTTO.

CHI BLEFFA: Meloni minaccia elezioni anticipate solo per spaventare Salvini.

O Grande reset. L’ipotesi di chiedere a Mattarella lo scioglimento delle Camere è ancora lontana, ma la premier vuole mandare un segnale all’alleato di governo: lei non intende farsi rosolare, quindi il leader leghista deve rigare dritto. Il “grande reset” è una strategia o una minaccia? Secondo alcuni ben informati, una Giorgia Meloni sempre molto nervosa (e che sottovaluta il rischio che questo suo nervosismo si comunichi a un Paese già perennemente scocciato di suo) starebbe addirittura pensando a elezioni anticipate per ricevere un mandato ancora più netto. A parte il fatto che la presidente del Consiglio dispone in Parlamento di una maggioranza molto forte, e quindi non si capisce in base a cosa potrebbe chiedere al Capo dello Stato di sciogliere le Camere, è evidente che si tratta di una minaccia ai suoi alleati. In particolare a uno: Matteo Salvini. In questo periodo tra la Lega e Fratelli d’Italia i motivi di polemica sono molti. Sullo sfondo si staglia una complicatissima partita delle nomine, come al solito fonte di mille tensioni, per esempio sulla Rai, dove Salvini vorrebbe partecipare al grande banchetto finora appannaggio dei soli meloniani. In Parlamento la Lega era stata appena accontentata sulla autonomia differenziata, ma si è messa a fare le bizze sui balneari e sulla maternità surrogata. Non parliamo poi dell’ultimo sgambetto di Salvini che vuole stringere un patto di legislatura con Viktor Orbán e con i nuovi “patrioti” della destra continentale mettendo Meloni in difficoltà in Europa. Il punto vero è che la premier si attendeva alle Europee un crollo leghista che non c’è stato, trattandosi di un risultato modesto ma sufficiente a Salvini per rialzare la testa e costruire una strategia di logoramento di “Giorgia”. La quale, attraverso i suoi uomini, ha fatto trapelare l’arma estrema, le elezioni anticipate, facendo in sostanza capire al capo leghista che è meglio che si dia una regolata altrimenti, visto che lei non intende farsi rosolare, alle urne è lui che ha tutto da perdere. Poi, nei suoi calcoli egolatrici, Meloni pensa che essendo ancora più forte dopo nuove elezioni non avrebbe problemi a fare passare il premierato al referendum. Ma queste ultime sono ipotesi, o meglio: desideri. Siamo piuttosto alle schermaglie e agli avvertimenti in pieno stile Prima Repubblica, nella quale cosa alla fine non ci sarebbe niente di male, ma la questione vera che viene fuori è questa insoddisfazione della premier per come vanno le cose. In Europa è stata isolata, il discorso di Sergio Mattarella sui limiti che ogni maggioranza deve osservare certo le è andato di traverso e forse anticipa una stagione di tensione esplicita tra Palazzo Chigi e Quirinale, persino un certo fastidio per l’imprevista ripresa della sinistra (con nuove elezioni taglierebbe la strada a Elly Schlein e al processo unitario in corso), tutto questo segna anche per lei l’inizio di una nuova fase sotto un segno non positivo. Se in questo quadro dovesse anche iniziare un certo lavorìo di Salvini, un Papeete a rilascio lento, la situazione potrebbe scappare di mano. Di qui la minaccia: state buoni o alle elezioni vi distruggo. Ma forse chi si deve calmare è soprattutto lei.

Lezione (di) inglese. La vittoria di Starmer e il lungo crepuscolo dell’antieuropeismo

La Gran Bretagna è in controtendenza rispetto all’Europa, ma la sorte del populismo globale nato con la Brexit si deciderà a novembre negli Stati Uniti. Il partito laburista guidato da Keir Starmer ha stravinto le elezioni in Gran Bretagna: secondo le ultime stime della Bbc, la sinistra dovrebbe ottenere 405 seggi, contro i 154 del partito conservatore, o quel che ne resta. Nel giugno del 2016 la vittoria del Leave nel referendum sulla Brexit fu il primo segnale dell’avanzata di un nuovo populismo globale che a novembre avrebbe conquistato la Casa Bianca con Donald Trump e a dicembre avrebbe contribuito alla sconfitta del Partito democratico di Matteo Renzi nel referendum costituzionale, ma avrebbe anche alimentato la deriva dell’indipendentismo catalano sfociata nel referendum farsa del 2017. Il trionfo laburista di oggi, ovviamente, non cancella nessuno di questi problemi, tuttora aperti in ciascuno dei paesi citati: negli Stati Uniti, su cui torna a incombere la minaccia di una nuova presidenza Trump, nella Spagna ancora alle prese con le conseguenze politiche e giudiziarie della rivolta catalana, nell’Italia governata da una destra populista che fino al 2016 non era nemmeno immaginabile. Non certo perché Silvio Berlusconi non fosse un populista, intendiamoci, ma perché il suo era un populismo di carattere completamente diverso. Tanto per cominciare, al di là di qualche isolato tentativo di Giulio Tremonti, oggi giustamente ricollocatosi in Fratelli d’Italia, il centrodestra berlusconiano non è mai stato antieuropeista e tanto meno no euro (perlomeno, non in questo secolo), a differenza di Lega e Fratelli d’Italia, e anche del Movimento 5 stelle, ovviamente. Quello era infatti l’obiettivo principale della Brexit e del nuovo populismo che lì fece le sue prime prove: far saltare l’Unione europea. E anche questa è una partita in fondo ancora aperta, con la guerra in Ucraina alle porte del continente e con Viktor Orbán, presidente di turno dell’Unione, che oggi dovrebbe presentarsi a Mosca da Vladimir Putin, primo sostenitore e finanziatore di tutti i movimenti populisti summenzionati, tra lo sconcerto e le proteste dei vertici europei. Al punto in cui siamo, possiamo solo augurarci che la disfatta dei conservatori in Gran Bretagna, dove tutto è cominciato, segni l’inizio di una inversione di tendenza globale. Ma questo ce lo diranno solo i risultati del secondo turno delle elezioni francesi, il 7 luglio, e soprattutto delle presidenziali americane di novembre. Nel frattempo, per portarci avanti, forse non ci farebbe male provare a trarre qualche lezione dalla lunga traversata della sinistra britannica, e soprattutto dall’esito disastroso dei suoi precedenti tentativi di appeasement con il populismo della Brexit. 

Piccoli passi. Con Starmer, il Regno Unito ritrova un’agenda riformista e un leader pragmatico.

Nei primi cento giorni di governo, il prossimo premier britannico certificherà una svolta storica per il Paese. Niente politica spettacolo, nessuna proposta populista: crescita economica, riduzione del crimine, sanità ed energia green sono i temi che guideranno il nuovo corso di Londra. Il Partito laburista di sir Keir Starmer ha finalmente raggiunto quella vittoria già certificata nelle ultime settimane da tutti i sondaggi, tornando al potere dopo quattordici anni di assenza. Da oggi comincia una nuova era per il Regno Unito, sotto la guida di un leader pragmatico e competente, che ha riportato il Labour prima nel territorio riformista e poi al potere: quella di Starmer non è «politica spettacolo», ha detto una fonte laburista al Guardian in questi giorni, ma «si tratta di una politica progettata per ottenere risultati migliori». I primi cento giorni ora saranno fondamentali per certificare questa svolta storica. Alla vigilia del voto, il leader del Partito liberaldemocratico, sir Ed Davey, ha detto che elezioni come questa capitano «una volta ogni cento anni», specificando che la geografia politica britannica potrebbe cambiare «per molto tempo». Questa tornata elettorale potrebbe essere paragonata per importanza alla vittoria di Margaret Thatcher nel 1979 e, in modo ancora più calzante, a quella del New Labour di Tony Blair nel 1997: due elezioni che hanno portato a cambiamenti epocali per il Regno Unito. Il 4 luglio gli elettori britannici hanno deciso che è giunto il momento per i conservatori di farsi da parte e che una nuova fase politica deve aprirsi, per salvare un Paese in grave difficoltà. In questi anni l’economia ha faticato a crescere e adesso la sanità e gli altri servizi pubblici sono sotto pressione; la crisi abitativa, unita al problema del costo della vita, sta mettendo in difficoltà giovani e famiglie; il sistema di asilo è a dir poco frammentato, inficiato da proposte clickbait come il piano per la deportazione dei migranti in Ruanda. Il lascito dei Tories comprende anche le disavventure di Liz Truss, che da prima ministra nel 2022 ha provocato in modo negligente una crisi sui mercati finanziari, mentre la Brexit, il progetto più importante di questa era conservatrice, si è rivelata un atto di puro autolesionismo. Le sfide quindi saranno tante per Starmer e il suo governo: in questi mesi il nuovo Labour ha delineato molte proposte per affrontare le emergenze a cui il Paese ha chiesto una risposta, conferendo al partito un solido mandato. La parola chiave della sua campagna è stata «Change» e un inizio forte, ricco di cambiamenti, potrebbe essere la chiave per cementare la leadership di Starmer: un passo alla volta, anche piccolo, per cambiare il Paese nei primi cento giorni. Per gli elettori, le aree su cui intervenire sono ben definite. Secondo un sondaggio di YouGov, pubblicato pochi giorni prima del voto, le priorità per chi ha votato Labour sono il miglioramento del sistema sanitario nazionale, l’Nhs, e la lotta all’inflazione. Come ha scritto il Financial Times, «quello che le persone realmente intendono quando Starmer parla di “cambiamento” è che i servizi pubblici del Regno Unito, in particolare l’Nhs, migliorino e ricomincino a funzionare correttamente». Al centro dei piani di Starmer ci sarà la creazione di tavoli interdipartimentali per guidare il progresso sulle principali “missioni” laburiste: crescita economica, crimine e giustizia, sanità ed energia green. Ciascun tavolo dialogherà con il settore privato e potrebbe includere esperti esterni oltre a politici. La donna a capo del gabinetto di Starmer, Sue Gray, supervisionerà l’implementazione direttamente da Downing Street. Ci sono varie politiche su cui il Partito laburista ha detto che agirà immediatamente, a partire dalle prime ore del nuovo corso politico: una è il piano Ruanda sull’immigrazione promosso dal primo ministro uscente Rishi Sunak, che dovrebbe essere rimpiazzato già nei primissimi giorni da un «comando per la sicurezza delle frontiere». Sir Keir ha anche dichiarato che riformerà da subito il sistema di pianificazione urbanistica, preparando il terreno per aumentare la costruzione di nuove unità abitative e per lo sviluppo delle infrastrutture in tutta la Gran Bretagna. Starmer e la responsabile economica laburista Rachel Reeves hanno rilasciato un’intervista congiunta al Times di Londra riguardo i loro piani per la costruzione di abitazioni, affermando che ci si aspettano almeno tre annunci al riguardo nei primi quindici giorni del nuovo governo. Il segretario ombra per la Salute, Wes Streeting, ha invece promesso di intervenire subito sulla sanità e sugli scioperi del personale, per ridurre le liste d’attesa come promesso. Infine, Ed Miliband, il segretario ombra per l’Energia, si è impegnato a revocare il divieto di nuovi parchi eolici onshore nelle prime settimane del nuovo governo laburista. Per sfruttare al massimo i primi cento giorni di governo, è probabile che il Labour avvii la sua agenda legislativa prima della pausa estiva: questo include un «nuovo patto per i lavoratori», che è stato promosso dalla fondamentale vice di Starmer, Angela Rayner. Questo provvedimento punta a intervenire sui «contratti a zero ore», secondo cui il datore di lavoro non è obbligato a fornire alcun numero minimo di ore lavorative al dipendente, ma anche sulle pratiche di licenziamento e ricontrattazione, oltre a promuovere un allentamento delle «restrizioni sull’attività sindacale». Nel frattempo ci sono anche gli impegni internazionali da conciliare, per riportare il Regno Unito al centro della diplomazia globale: con ogni probabilità martedì 9 luglio Starmer parteciperà al summit per il settantacinquesimo anniversario della Nato a Washington, insieme al presidente degli Stati Uniti Joe Biden e agli altri capi di Stato e di governo. Il 18 luglio, in veste di primo ministro, riceverà i principali leader dell’Ue, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, per il summit della Comunità politica europea nell’Oxfordshire. Il resto di luglio vedrà il Labour continuare con la sua agenda prima che il Parlamento chiuda per una pausa estiva più breve del solito, come riportato dal Sunday Times: di solito è prevista da metà luglio fino a inizio settembre, ma il Labour probabilmente la accorcerà in modo che i deputati siano assenti solo ad agosto. Nella settimana prima della pausa, il partito di sir Keir dovrebbe proseguire con l’introduzione di nuove leggi, che potrebbero includere Great British Energy, l’azienda green di proprietà statale che secondo il Labour contribuirà a rendere il Paese «una superpotenza dell’energia pulita», finanziata con una tassa straordinaria sulle compagnie petrolifere e del gas. L’agenda parlamentare del Labour riprenderà a settembre dopo la pausa, anche se il mese sarà dominato dalle convention dei partiti, con quella laburista in programma a Liverpool dal 22 al 25 settembre. A ottobre, invece, Rachel Reeves, che diventerà la prima donna a guidare il ministero dell’Economia britannico, presenterà la sua manovra di bilancio. Il Labour si è impegnato a non «aumentare le tasse per i lavoratori», escludendo aumenti dell’imposta sul reddito, della National insurance e dell’Iva. Secondo i dati, in ogni caso, il prossimo governo dovrebbe beneficiare del calo dell’inflazione e dei prezzi dei carburanti. L’idea di Starmer è proprio questa: piccoli passi, ben calibrati, per realizzare piano piano il cambiamento che i cittadini si aspettano. Da direttore del Pubblico ministero, una delle principali cariche che Starmer ha ricoperto durante la sua carriera legale, la riforma di cui va più orgoglioso è la sostituzione dei file cartacei con quelli digitali. Una svolta che non è arrivata in prima pagina, ma che ha accelerato il processo di giustizia penale. «Penso che pratichi la politica esattamente come ha praticato la legge», ha detto al Financial Times Lord Ken Macdonald, predecessore di Starmer come direttore del Pubblico ministero. «Non ci sono fuochi d’artificio, ma ha vinto la gran parte dei suoi casi perché ha completamente padroneggiato la materia». L’obiettivo di Starmer è semplicemente fare ciò che funziona: presi singolarmente, alcuni provvedimenti potrebbero sembrare non particolarmente ambiziosi, forse anche un po’ noiosi, ma potrebbero produrre un cambiamento sostanziale.

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L’abisso americano. L’ipocrisia sull’età di Biden e le risate sul golpista Trump.

Va bene preoccuparsi del presidente anziano che ogni tanto perde il filo, ma forse è più pericoloso l’altro anziano, quello che non ha mai fatto un discorso lineare, noto per essere bugiardo, stupratore, truffatore e istigatore dell’assalto violento al Congresso per sovvertire il risultato elettorale. Forse bisogna prima toccare il fondo, raggiungere l’abisso oltre il quale non c’è più spazio per ulteriori disastri politici, economici e morali. Probabilmente serve arrivare a quel punto morto per rendersi conto che le fregnacce di cui ci siamo riempiti la testa non sono una cura dell’insoddisfazione personale, ma la causa del rancore e del risentimento che poi alimentano il populismo, il caos antisistema e il disastro esistenziale. Criticare la globalizzazione e il grande trasferimento di ricchezza dall’ovest all’est è legittimo, ma se la ricetta difensiva è il sovranismo alla Lollobrigida, il nazionalismo mentecatto, e l’autoritarismo russo, la corsa verso il precipizio è inesorabile e irreversibile. Gli inglesi lo sanno, se ne sono accorti, lo hanno vissuto sulla propria pelle, e ieri hanno affidato al Labour rinnovato seriamente da Keir Starmer una maggioranza di dimensioni storiche che è figlia diretta dell’abisso raggiunto otto anni fa con la Brexit e con le sirene populiste suonate principalmente da una destra di apprendisti stregoni, ma anche da una sinistra anticapitalista (e pure antisemita). Gli americani invece no. Eppure anche loro hanno toccato l’abisso, quattro mesi dopo la Brexit, con l’elezione di Donald Trump, il cui mandato si è concluso con l’assalto al parlamento di Washington del 6 gennaio 2021, e con svariati tentativi di falsificare i risultati elettorali per non riconoscere la vittoria di Joe Biden. Ma evidentemente il fallito di colpo di Stato non è bastato: una larga fetta di americani crede alle fandonie del Make America Great Again ed è pronta a affidare di nuovo il Paese, e il mondo, a un criminale e bugiardo patentato. L’abisso americano è ancora più giù, fino allo smantellamento della democrazia nata con la dichiarazione di indipendenza del 1776, duecentoquarantotto anni fa compiuti ieri. Una parte della responsabilità è anche della stampa liberal che già la prima volta, nel 2016, si intestardì su questioni minori, come le e-mail di servizio che lo staff di Hillary Clinton aveva scambiato attraverso un server privato, anziché aprire gli occhi sull’ingerenza russa per aiutare Trump e per corrompere il processo democratico americano, per non parlare delle altre malefatte del candidato repubblicano. Sta succedendo di nuovo, a proposito dei segni evidenti di senilità di Joe Biden con un profluvio di articoli, trasmissioni tv, editoriali per invitarlo a dimettersi. Tutto giusto e legittimo, ovviamente, ma dove sono le prime pagine dei giornali e il prime time televisivo per invitare Trump a dimettersi per aver cercato di rubare con la violenza (con cinque persone uccise) un’elezione perduta con cinque milioni di voti di scarto? Dove sono le prime pagine e il prime time per invitare Trump a dimettersi per essere stato aiutato elettoralmente dall’intelligence russa? Dove sono le prime pagine e il prime time per per invitare Trump a dimettersi per essere stato condannato a risarcire una donna che ha stuprato? Dove sono le prime pagine e il prime time per per invitare Trump a dimettersi per aver falsificato i bilanci dell’azienda, profittato finanziariamente delle sue attività presidenziali e usato i soldi raccolti per la campagna elettorale per pagare e silenziare una pornostar? Dove sono le prime pagine e il prime time per invitare Trump a dimettersi per aver detto che da eletto si trasformerà «per un giorno in dittatore» e poi perseguiterà i suoi avversari politici? Dove sono le prime pagine e il prime time per invitare Trump a dimettersi per aver annunciato la fine della Nato a maggior gloria di Putin ma anche, a proposito di ragionamenti incoerenti, di voler bombardare Mosca? La risposta della stampa democratica è sempre la stessa, ha scritto David Frum, si tratta di notizie vecchie, di storie complicate, di cose noiose e già scritte: meglio occuparsi delle capacità cognitive dell’ottantaduenne Joe Biden. Che risate, invece, per le performance da tronista picchiatello di Trump. Le défaillance del presidente sono gravi, e vanno raccontate, ma siamo sicuri che gli articoli, le trasmissioni tv e gli editoriali sgomenti e preoccupati siano da dedicare a un candidato anziano che ogni tanto perde il filo del discorso e non ha più la battuta pronta invece che a un candidato altrettanto anziano che non ha mai fatto un discorso lineare nella sua vita politica, che invitava a bere un disinfettante per sconfiggere il covid, uno bugiardo, truffatore, stupratore, aiutato dal Kgb, istigatore di un fallito colpo di stato e ora pronto a fare il dittatore almeno per un giorno? Va bene preoccuparsi di consegnare il Paese al vecchio Joe, che peraltro fin qui l’ha governato benissimo come quasi nessuno mai, ma non dovrebbe preoccupare un ciccinin di più che gli Stati Uniti d’America possano essere guidati da un presidente anti americano?

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Elezioni nel Regno Unito, i risultati. Trionfo laburista

Elezioni nel Regno Unito: storico trionfo laburista, con Starmer la sinistra riconquista la Gran Bretagna. Nelle elezioni britanniche del 5 luglio 2024, il Partito Laburista ha ottenuto una vittoria schiacciante, segnando la fine di 14 anni di governo conservatore. Ecco alcuni punti salienti: Keir Starmer, leader del Partito Laburista, sarà il nuovo Primo Ministro. I laburisti hanno conquistato 405 seggi su 650, ottenendo una maggioranza assoluta. I Conservatori hanno ottenuto solo 154 seggi, il loro peggior risultato dal 1832. Questa vittoria rappresenta una svolta a sinistra per il Regno Unito, segnando un cambiamento significativo nella politica britannica12. Il risultato di ieri è stato il più basso mai raggiunto dai Conservatori nella loro storia di quasi due secoli3. In sintesi, il trionfo laburista ha portato un cambiamento radicale a Downing Street, e Keir Starmer guiderà il paese verso nuove sfide e opportunità.! Il nuovo premier: “Grazie della fiducia”! Elezioni nel Regno Unito, i risultati. Trionfo laburista: sarà maggioranza assoluta, Starmer sarà premier: “Il Paese vuole il cambiamento” Mai così male i conservatori: al minimo dei seggi dal 1834, anno della fondazione. Il Labour tornerà al governo con una maggioranza molto ampia. Il Regno Unito svolta a sinistra. Gli exit poll confermano quello che i sondaggi da mesi dicevano: il Labour ottiene una ampia maggioranza assoluta e Keir Starmer, in quanto leader del partito più votato, diventerà il prossimo primo ministro. Confermata la sconfitta schiacciante dei Tory dell’attuale premier Rishi Sunak, che sono al timone del Paese da 14 anni. I risultati completi sono attesi nella notte. Con calma ci si arriva ma purtroppo gli inglesi hanno avuto l’impero più grande del mondo, noi siamo ancora all’epoca dei comuni, perciò: Consiglio a TUTTI di non fare parallelismi e confronti con la Politica italiana, perché non sussistono le minime condizioni per poterli fare: ..il Regno Unito è un Paese MOLTO diverso dall’Italia e quindi è IMPOSSIBILE fare paragoni anche minimamente calzanti. Le vicende della Politica italiana possono essere, al limite, paragonate a quelle di Paesi più simili al bel Paese, tipo, ad esempio: Grecia, Argentina, Messico, Colombia. Il Regno Unito ha la fortuna di avere Starmer e noi invece la Schlein e Conte. Perché? Perché anche noi non abbiamo una sinistra, come quella di Starmer, che è convintamente a favore della resistenza antifascista ucraina e che combatte ferocemente ogni forma di antisemitismo? Perché? Lo Starmer che pochi giorni fa in un’intervista ha ricordato e rivendicato l’adesione alla Nato del Regno Unito ricordando che l’allora leader laburista Clement Attlee fu determinante per la creazione della Nato, in funzione antisovietica, oltre ad essere contrarissimo, come Churchill, alla politica di appeasement di Chamberlain con Hitler. A voi grillini e simili piace Nigel detto Garage, eravate pure nel suo stesso gruppo europeo prima che scomparisse. Questa è la considerazione circa il fatto che certa sinistra guarda più estasiata ad un Melenchon che ad un vero statista come promette di essere Starmer.

Enews 979 DI MATTEO RENZI.

Tra qualche ora arriveranno i risultati delle elezioni nel Regno Unito.
E salvo improbabili colpi di scena i laburisti torneranno al Governo dopo 17 anni dall’ultima vittoria.
I conservatori hanno fallito ma la sinistra torna a vincere anche perché rottama la visione ideologica di Ed Miliband e Jeremy Corbyn e torna alla stagione del riformismo, quella portata al successo da Tony Blair insomma. Non credo che si possano replicare i modelli di altri Paesi, sia chiaro. Mi limito a dire che senza un centro riformista, la sinistra non vince. E l’esperienza britannica di questi anni lo dimostra in modo molto netto. La settimana prossima intanto sarò a Londra proprio per un dibattito (anche) su questi temi.
Vi terrò informati.
 Per l’Italia ho fatto questa intervista a La Stampa. E ho detto che Italia Viva dovrà scegliere se insistere su una strada di alternativa al bipolarismo, il Terzo polo, oppure stare in un accordo con il centrosinistra con una simil Margherita 2.0, che ovviamente dovrebbe chiamarsi in altro modo. Questa discussione, seria e molto bella, la faremo in modo pubblico, trasparente e democratico. Quello che è chiaro è che qualsiasi scelta faremo per il futuro deve essere una scelta fatta da chi porta i voti, non da chi mette i veti.
Vi chiedo di scrivermi per farmi sapere che cosa ne pensate: matteo@matteorenzi.it
Intanto ho chiesto a tutta la struttura dei segretari provinciali e regionali di Italia Viva di mettersi al lavoro per raccogliere le firme sul referendum sull’autonomia differenziata, che io chiamo il referendum sulla burocrazia indifferenziata. Non è un tema che riguarda solo il Sud, anzi. Anche le aziende del Nord sono colpite dal burocratismo folle dell’autonomia differenziata: e noi vogliamo difendere anche il mondo che produce da una norma che renderebbe più difficile fare business, molto più difficile. Noi parteciperemo dunque in prima fila ai comitati per il referendum sull’autonomia e i nostri Consiglieri regionali hanno già depositato la richiesta di referendum nelle rispettive assemblee regionali. E faremo eventi sia a Nord che a Sud per spiegare la nostra posizione. Aggiungo che su questo tema il Governo andrà molto in difficoltà perché si spaccherà la coalizione come già si intravede dallo scontro tra Musumeci e Zaia. Ecco perché ci dedicheremo tutta l’estate anima e corpo al tema della raccolta firme come Italia Viva sul referendum. Vedrete che nella primavera del 2025 il referendum sull’autonomia non sarà una passeggiata di salute per questa maggioranza, che almeno smetterà di parlare di argomenti ideologici e sarà chiamata a confrontarsi nel merito sul futuro del Paese. Ci date una mano su questo? Vi leggo: matteo@matteorenzi.it
 Pensierino della sera. Non è stata una grande estate per l’Italia del calcio. Ma chi ieri ha visto il match SinnerBerrettini ha visto il tricolore dare spettacolo sul centrale di Wimbledon. E credo che sia stato uno show straordinario non solo per chi ama il tennis. Tanto di cappello a entrambi, ovviamente.
 Un sorriso,
Matteo

“Giorgia Meloni ha paura”: Arriva il richiamo del presidente Mattarella.

ORA LA MELONI SI ATA CAGANDO A DOSSO. LA SUA FINE E VICINA. Le recenti dichiarazioni del presidente Mattarella preoccupano la premier Giorgia Meloni e il progetto del premierato: cosa succede. Negli ultimi giorni, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha lanciato un avvertimento indiretto alla premier Giorgia Meloni che ha suscitato molte discussioni nel panorama politico italiano. Il messaggio sottolineando l’importanza della democrazia partecipativa: “Per definizione, democrazia è esercizio dal basso, legato alla vita di comunità, perché democrazia è camminare insiemeQuesto intervento di Mattarella arriva in un momento critico, con la presidente del Consiglio che sta cercando di promuovere una riforma costituzionale controversa che introduce il premierato. Le preoccupazioni della premier Giorgia Meloni. Secondo alcune fonti, come riportato da Open, Giorgia Meloni avrebbe espresso in privato timori riguardo l’ostilità del Quirinale verso il disegno di legge costituzionale sul premierato. La premier di FdI teme che un eventuale referendum: “ha paura di finire per schiantarsi“, portando a richieste di dimissioni da parte sua. Questo scenario è stato discusso con i suoi fedelissimi, tra cui Giovanbattista Fazzolari, Alfredo Mantovano, la sorella Arianna e il ministro Francesco Lollobrigida. La premier sta valutando diverse strategie, tra cui la possibilità di elezioni anticipate per ottenere una nuova legittimazione popolare e successivamente promuovere una riforma presidenziale senza ostacoli. Una delle ipotesi sul tavolo è l’introduzione di un sistema elettorale a doppio turno alla francese. Questo sistema permetterebbe ai cittadini di scegliere direttamente il governo tramite un ballottaggio finale. Tuttavia, secondo diversi rumors, questa proposta incontra diverse resistenze all’interno del centrodestra. Le parole del presidente Mattarella Il recente intervento del presidente Mattarella, dunque, ha toccato un punto nevralgico della democrazia italiana: la tutela delle minoranze. L’ex presidente della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri ha espresso preoccupazione per il fatto che la riforma del premierato potrebbe portare a una concentrazione autoritaria del potere. Conclude, affermando che l’idea del premierato è: “Un progetto ispirato a una logica di cumulo autoritario del potere“.

Fronte popolare democratico o una “nuova Margherita”: Iv, Azione e + Europa al bivio

Matteo Renzi, Riccardo Magi e Carlo Calenda, i tre grandi sconfitti delle scorse Europee ( assieme, almeno in parte, a Giuseppe Conte) stanno in questi giorni decidendo su cosa fare da grandi, ovvero come ripartire dopo il fallimento per evitare la scomparsa totale. E nel farlo stanno prendendo strade diverse. La prima è quella di Magi, che, solo pochi giorni dopo il flop europeo ha deciso di presenziare, parlare, e farsi fotografare con gli altri leader alla manifestazione del campo largo in piazza Santi Apostoli a Roma contro premierato e autonomia differenziata. Una scelta di campo ribadita poi con la partecipazione al Pride e al convegno organizzato dall’Anpi a Bologna, presenti anche Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli. Convegno che ha riacceso la polemica tra le diverse anime centriste, con Calenda che ha risposto per le rime a chi gli chiedeva conto della mancata partecipazione «Non mi ci vedi e non mi ci vedrai su un palco con filoputiniani antioccidentali e filo integralisti – scrive il leader di Azione a un utente di X – Perché? Perché sono la quinta colonna dei fascisti più pericolosi che ci sono al mondo. Ma siete talmente malati di doppia morale da non rendervene neppure conto». Da Calenda netto anche il rifiuto all’idea di un fronte popolare democratico da proporre in Italia sulla falsa riga di quello che in Francia è stato messo in piedi per contrastare l’avanzata della destra di Le Pen. «Sulle cose concrete lavoreremo sempre insieme perchè è nostro dovere essendo all’opposizione. Se viceversa ci mettiamo a fare i comitati di liberazione nazionale o i referendum che al 99,99% vengono bocciati, perché la Schlein non si può fare scavalcare da Landini a sinistra, è una cosa che non si può vedere», ha commentato. Una posizione in netto contrasto con quella di Magi, che apre invece a un confronto con i diversi partiti dell’area progressista in chiave anti Meloni. «Tante cose ci dividono dall’Anpi e da alcuni partiti che erano su quel palco – ha spiegato al Foglio – Io sono stato il primo con un ruolo istituzionale ad andare in Ucraina a marzo 2022 ma l’invito che faccio è di sfuggire dal rischio di essere i più ideologici di tutti, mentre i liberali dovrebbero ambire a condizionare gli schieramenti. In economia non abbiamo le posizioni di Avs, e sulla giustizia molte cose ci dividono dal Pd. Ma proviamo a parlarci per vedere se ci sono le condizioni per costruire un’alternativa credibile a questa maggioranza corporativa e anti- europea. Manca ancora qualche anno alle elezioni, credo sia la cosa giusta da fare». Nel mezzo, come suo solito, si schiera Matteo Renzi, che ieri ha accolto con favore l’apertura al centro fatta dalla segretaria dem Schlein. Secondo l’ex presidente del Consiglio Iv deve decidere «cosa fare da grande», scegliendo tra la creazione di una Margherita 2.0, cioè un centro che guarda a sinistra, e un nuovo tentativo i dar vita al fu terzo polo, in questo con nomi diversi dal suo e da quello di Calenda. Cioè quello che vorrebbero fare Enrico Costa e Luigi Marattin, con la loro raccolta firma per la nascita di un nuovo soggetto liberal democratico. Ma forse Renzi propende per la prima scelta, visti i commenti positivi all’apertura fatta da Schlein, definito «un percorso intelligente» da Renzi ricordando che «nel 2022 l’accordo fra Partito Democratico e Italia Viva non si fece per una precisa scelta di risentimento personale di Enrico Letta». Quel che è certo è che il cantiere per la costruzione di un nuovo centrosinistra è ancora tutto da impostare.

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA …BASTA CLICCARE SUL TITOLO BLU QUI SOPRA E VI SI ARE UN MONDO DI NOTIZIE REALI E ATTUALI. Qui troverai i post che puoi leggere liberamente e se ti interessano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare correttamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

SISTEMI FRAGILI PERTURBATI.

SISTEMI FRAGILI PERTURBATI. L’indomani delle elezioni europee dello scorso 6-9 giugno, mi sono ritrovato da solo a sentire il segnale di un possibile cataclisma. Molti amici pensavano non fosse successo nulla di rilevante, l’ordine morbido della consuetudine liberale avrebbe presto digerito quel piccolo sussulto, tutto sarebbe andato come sempre va. Tuttavia, a me sembrava che a molti mancasse forse una conoscenza un po’ più completa della fase storica e del soggetto prevalente ovvero Europa. Europa, lo sappiamo, è un progetto astorico, una sorta di ennesima ibernazione delle linee profonde della storia europea, congelate nella dimensione di un mercato in comune, con una moneta in comune. Una tipica oasi liberale. Ma da qualche anno, il mondo non è più avviato a diventare solo un unico mercato globalizzato, anzi sembra retrocedere da questa linea almeno nei desideri americani, di minoranza certo, ma che pur valgono ancora molto. Quello che invece s’è ripresentato è uno scenario profondamente storico con tanto di eserciti, guerre, morti, strategie. Scenario e gioco a cui Europa non può giocare per difetto strutturale. A questo primo punto di crisi s’è aggiunta la disgrazia ucraina. Europa s’è dovuta inventare improvvisamente produttore e fornitore d’armi, senza aver alcun know how né dell’uno, né dell’altro. A che fini poi non si sa visto l’improbabilità di perdurare la resistenza alla pressione russa nel medio-lungo periodo. Il tutto appresso ad una potenza che sta su un altro continente che, quando riterrà di distrarsi dal gioco russo si getterà su quello cinese, Cina che però è il primo partner commerciale europeo. Potenza in mano a chi non si sa visto le tristi performance dal suo commander-in-chief. Europa dichiara prioritaria la sua carbon neutrality ma non sa e non può produrre auto elettriche, potrebbe comprarle a poco prezzo dai cinesi ma gli americani non vogliono e così eleviamo dazi al 38%. Wow! Dazi al 38% è dal mercantilismo listiano che non si sentiva una cosa così roboante e poco liberale! In tutto ciò, d’improvviso scompare l’Europa da Lisbona a Vladivostok e compare Europa che fa quello che tutti i generali della modernità hanno ripetuto ad nauseam: lasciate perdere la Russia. Saltano contratti, commesse, ordini, joint venture, soprattutto forniture di energia. Bella o brutta che sia, piaccia o non piaccia questo stato di cose, una cosa è certa, questa non è una strategia. Non ha semplicemente alcun senso, è frutto palese di una improvvisazione eteronoma cioè non decisa dagli stessi che doveva poi metterla in essere. Alla fine, il commander-in-chief probabilmente verrà sostituito da tutt’altro commander-in-chief con tutt’altra visione e strategia sul cui contenuto c’è mistero -data la notoria imprevedibilità del soggetto che ne interpreterà lo sviluppo- ma sulla quale abbiamo almeno una certezza: Europa è un competitor come un altro, nessun riguardo, nessuna “protezione”, nessuna condivisione delle poche gioie e quindi solo dei molti dolori. Si arriva così al voto con le due colonne portanti del sistema Europa, Francia e Germania a crescita zero o meno qualcosa. Botte da orbi, in Belgio, Francia, Germania, Austria, l’Italia ha già dato in anticipo. Come già più di un secolo fa, i liberali falliscono ed allora subentra la destra, più o meno fascio-conservatrice. Si va così alle elezioni in Francia e di nuovo botte da orbi. Ora, mi pare che il RN potrebbe perdere la maggioranza assoluta solo nel caso vi fosse un perfetto allineamento di desistenza in tutti i collegi, cosa del tutto improbabile. Per altro hanno già dichiarato che governerebbero anche in minoranza mentre quello squinternato di Attali ha lanciato l’idea di un bel “governo tecnico” à la Montì. Ripeto il concetto, bella o brutta si ritenga l’idea, piaccia o non piaccia, questa -non è- una idea è una scemenza, è il segno di quanto certa gente non capisce più in che epoca sta vivendo, cosa accade intorno a loro, che forma prende la realtà concreta. Allarmante.La Germania è a pezzi, si sta formando una destra austro-ungarica, quella italiana s’è prevedibilmente messa in stan by per non farsi trovare spiazzata dal grande ritorno di Trump, i britannici torneranno alla Terza via con la disintegrazione letterale dal più antico partito politico europeo: i Tories. Le Pen probabilmente prenderà il governo e già s’annuncia downgrade del debito francese e severe perturbazioni economiche, finanziarie e geopolitiche. Il tutto in assetto di manifesta antipatia ed incompatibilità tra Le Pen e Scholz che per altro sta già con un piede nella fossa. Siete sicuri che da qui all’anno prossimo avremo ancora l’euro e l’UE come la conosciamo? I primi di giugno non è successo niente? 

La fine del sogno. Il mondo che conosciamo non c’è più, forse è il caso di prenderne atto.

L’Europa deve capire che la democrazia e la sicurezza mondiale non sono né garantite né scontate: bisogna affrontare la realtà della competizione globale con le potenze autoritarie, come Russia e Cina, che vivono ancora nel diciannovesimo secolo. «L’inverno sta arrivando» è il celebre motto degli Stark di Grande Inverno. «Winter is Coming» è anche il titolo del libro (del 2015) con il quale Garry Kasparov, forse il più grande giocatore di scacchi di tutti i tempi e uno dei più ostinati oppositori di Putin, ha spiegato con chiarezza perché Vladimir Putin e i nemici del mondo libero devono essere fermati. Forse ci siamo. Se ci si guarda intorno, è difficile infatti sfuggire all’impressione che le cose in giro per il mondo siano andate fuori controllo e che ci si debba preparare al peggio. Mi spiego con un esempio. Il Canada è un paese così tranquillo che l’idea di una guerra tra gli Stati Uniti e il Canada è servita da ipotesi inverosimile per «Canadian Bacon», il film satirico di Michael Moore del 1995 con John Candy. Eppure, proprio il Canada negli ultimi tempi si è trovato di fronte ad una serie di dilemmi in materia di politica estera che lo hanno costretto a lottare strenuamente per tenere in equilibrio valori, interessi e identità. È entrato in conflitto con la Cina su tutta una serie di questioni, tra cui l’arresto del Cfo di Huawei, Meng Wanzhou, accusata di frode bancaria e cospirazione per presunti rapporti commerciali con l’Iran (Meng è stata successivamente rilasciata; e sono stati rilasciati anche i due cittadini canadesi, detenuti in Cina dopo il fermo di Lady Huawei, tra mille polemiche per quella che è apparsa a tutti come una ritorsione); ha accusato l’India di aver orchestrato l’assassinio di un attivista separatista sikh fuori da un tempio sul suolo canadese (il governo Modi ha risposto sospendendo i visti dei canadesi); ha inoltre aperto un’inchiesta pubblica sulle interferenze di Cina e Russia nelle elezioni federali. Le placche tettoniche dell’ordine mondiale hanno messo il turbo e il Canada, come ha scritto Demetri Sevastopulo sul Financial Times, «è un esempio drammatico del problema che molte democrazie di medie dimensioni si trovano ora ad affrontare: come condurre una politica estera coerente con la loro identità politica in un momento in cui i governi autoritari stanno acquistando influenza e il potere e le opportunità economiche si stanno spostando sempre più verso l’Asia, e in particolare verso la Cina e l’India». Del resto, come ha osservato il generale britannico in pensione Sir Richard Barrons, co-presidente di Universal Defense and Security Solutions (Udss), quello in Ucraina non è solo un conflitto regionale ma la rappresentazione brutale e drammatica dei rischi esistenziali con i quali, in ogni parte del mondo, le generazioni attuali e quelle future dovranno fare i conti: «La guerra in Ucraina – ha detto Barrons intervenendo al Lucerne Dialogue – è la spia della contrapposizione strategica che esiste tra noi dell’Occidente e la Russia. Non l’abbiamo scelta. Ma c’è. E vincere è fondamentale tanto per i giovani uomini e le giovani donne che la notte scorsa si sono congelati in una buca profonda tre metri in Ucraina quanto per ciascuno di noi in questa stanza». Insomma, la terra ha ripreso a tremare. Il sistema internazionale costruito dopo la seconda guerra mondiale è quasi irriconoscibile. La sua trasformazione, si sa, è stata innescata dalla globalizzazione economica – a sua volta favorita dalla rivoluzione tecnologica – contraddistinta da un trasferimento di ricchezza e di potere economico (storicamente senza precedenti, quando a dimensione, velocità e direzione) in corso dall’Ovest all’Est del mondo. Quaranta anni fa, tanto per fare un esempio, una città come Shenzhen non esisteva ancora. Oggi ha più di diciassette milioni di abitanti, più del doppio di New York, la città più popolosa d’America. Molti dei suoi residenti sono nati nella povertà rurale e oggi hanno lo stesso tenore di vita degli abitanti di Brooklyn. In una sola generazione, un villaggio di pescatori è diventato il quarto scalo al mondo. Un porto che movimenta, da solo, più di quanto riescono a fare insieme Los Angeles e Long Beach, i due maggiori porti americani. Erano in molti a sperare che la Cina, sotto l’effetto della sua spettacolare crescita economica, dell’apertura al commercio internazionale e del miglioramento del tenore di vita dei suoi abitanti, si sarebbe gradualmente liberalizzata. L’apertura economica, si diceva, avrebbe inevitabilmente prodotto un’apertura politica, che i leader politici cinesi (o quelli russi) lo volessero o no. Ma non è andata così. La competizione tra le grandi potenze è tornata. Ed è riemersa la vecchia contesa tra liberalismo e autocrazia, con le grandi potenze mondiali che si allineano in relazione alla natura dei loro regimi. In un libro di sedici anni fa intitolato “The Return of History and the End of Dreams”, Robert Kagan aveva lucidamente previsto quel che sarebbe successo. Perché, spiegava, «il potere cambia le persone e cambia le nazioni. Cambia la percezione che hanno di sé, dei loro interessi, della loro corrispondente posizione nel mondo, di come si aspettano di essere trattate dagli altri. Proprio per questo l’ascesa di grandi potenze nel corso della storia ha così di frequente prodotto tensioni nel sistema internazionale e perfino grandi guerre». È infatti questo nuovo senso di potere – che poggia sulla disponibilità di risorse naturali, sul potere di veto al Consiglio di sicurezza, eccetera – che alimenta il nazionalismo russo risvegliando un profondo risentimento per le presunte umiliazioni del passato. La Russia vuole mantenere il predominio sulle regioni che le stanno a cuore allontanando l’influenza delle altre potenze. È quel che le grandi potenze hanno sempre voluto. E se dovesse farcela, le sue ambizioni – come è sempre accaduto – crescerebbero ulteriormente. Putin non è un attore tra i tanti, è uno spettro del passato. «La Russia e l’Ue – scriveva profeticamente Kagan – sono vicine geograficamente. Ma dal punto di vista geopolitico vivono in due secoli diversi. Una Ue del ventunesimo secolo, con la sua nobile ambizione di trascendere la politica di potenza e guidare il mondo in un nuovo ordine internazionale basato sulla legge e le istituzioni, ora deve confrontarsi con una Russia che è appunto una potenza tradizionale del diciannovesimo secolo che pratica la vecchia politica di potenza. Entrambe sono forgiate dalla loro storia. Lo spirito postmoderno, «post-nazionale» dell’Unione europea è stato la risposta dell’Europa agli orribili conflitti del ventesimo secolo, quando il nazionalismo e la politica di potenza hanno distrutto per due volte il continente. Le tendenze della politica estera russa sono state modellate dai percepiti fallimenti della «politica post-nazionale» dopo il crollo dell’Unione sovietica. L’incubo dell’Europa sono gli anni Trenta; l’incubo della Russia sono gli anni Novanta. L’Europa vede la risposta ai suoi problemi nel superamento dello stato-nazione e della forza. Per i Russi, la soluzione è quella di ripristinarli». Ma cosa succede – si chiedeva Kagan – quando una entità del ventunesimo secolo come la Ue deve affrontare la sfida di una potenza tradizionale come la Russia? Lo stiamo per scoprire. Che l’Europa non sia preparata, né istituzionalmente né dal punto di vista del temperamento, a giocare la partita geopolitica della Russia, è un segreto di Pulcinella. Dopo il crollo dell’Unione sovietica, abbiamo scommesso sul nuovo ordine mondiale e sul primato della geo-economia sulla geopolitica (così, pensavamo, l’economia europea avrebbe gareggiato alla pari con Stati Uniti e Cina); abbiamo tagliato le spese militari e rallentato la modernizzazione delle nostre forze armate (ritenendo che fosse sufficiente il soft power), e via di questo passo. E ora che la Russia cerca di restaurare lo status di grande potenza e il predominio su quella che considera la sua tradizionale sfera di influenza (riesumando una categoria della diplomazia imperialista di fine Ottocento), l’Europa si ritrova alle prese con una competizione geopolitica inaspettata e indesiderata. In aggiunta, l’America, che ha avuto un ruolo centrale nella creazione dell’ordine mondiale in cui viviamo dal 1945, e a cui l’Italia ha preso parte con le altre nazioni europee, oggi non ha più la scala, la forza e neppure il consenso interno per agire come Atlante che regge sulle spalle il mondo, fungendo contemporaneamente da locomotiva economica e da garante della sicurezza militare. Certo, grazie al cielo con Joe Biden l’America è tornata, ma non come prima. Per gli Stati Uniti, che sono impegnati nella sfida strategica a lungo termine posta dalla Cina, la priorità è ora quella di rimettere in sesto il Paese, le sue istituzioni e le sue infrastrutture, ricomponendo i «frantumi dell’America» descritti da George Packer nel suo celebre libro. Giustamente, Biden e il suo partito vogliono rendere l’America un po’ più simile all’Europa. Non è un caso che Trump batta e ribatta sulla necessità di «riconsiderare radicalmente lo scopo e la missione della Nato» e nella sua la piattaforma elettorale imputi all’establishment globalista la responsabilità di aver trasformato l’America in un paese del terzo mondo trascinandola in guerre senza fine. È da un pezzo che gli americani vogliono tornare alla «normalità» e che le amministrazioni Usa fanno a gara per rassicurare i loro cittadini che baderanno alla politica interna, occupandosi di politica estera il meno possibile. Quando, circa quindici anni fa, sulla strada tra San Francisco e Carmel, mi sono fermato a mangiare in una tavola calda con la famiglia, il proprietario è uscito dalla cucina per chiederci se è vero che in Italia abbiamo cinque settimane di ferie pagate (c’entra, di nuovo, Micheal Moore e quel suo documentario farlocco sulle meraviglie del welfare europeo: soldi regalati e un sacco di tempo per fare sesso). La Nato è una alleanza militare formidabile e ci è andata di lusso che per tre quarti di secolo la nostra sicurezza fosse garantita dagli Stati Uniti e pagata dai contribuenti americani, ma è finita. Se vuole avere voce in capitolo in un mondo difficile, l’Europa deve fare la propria parte. Ci costerà dei soldi ma è il meno. Per affrontare le fratture della guerra di aggressione della Russia, l’Unione dovrà ripensare la sua geografia, le sue istituzioni, le sue competenze e il suo finanziamento. E la domanda più urgente resta quella che Kagan poneva sedici anni fa: «Would Europe bring a knife to a knife fight?». «Il solo modo per l’Ucraina di vincere – ha detto il generale Barrons al KKL di Lucerna – è se ora mobilitiamo la nostra industria e la nostra volontà. Non ditemi che va al di là delle nostre possibilità perché voi rappresentate un’economia da quindici trilioni di euro all’anno. Posso rifornire l’esercito ucraino con settantacinque miliardi di euro all’anno per due-tre anni e posso farlo vincere. Il punto non è se sia alla nostra portata. È questione di scelte». E qui viene il difficile. Mi spiego, di nuovo, con l’aiuto di Kagan. Gli americani avrebbero potuto vivere felici e contenti in un mondo dominato dalla Germania nazista e dal Giappone imperiale? Era questa la domanda che, come racconta lo studioso americano in un libro più recente, «The Ghost at the Feast» (che analizza il tracollo dell’ordine mondiale tra il 1900 e il 1941), stava al cuore del «great debate» in America negli anni Trenta. Per gli anti-interventisti quella prospettiva non era un problema ma per molti altri era un incubo. E dopo Monaco e la Kristallnacht, Roosevelt e un numero crescente di americani, conclusero che «il regime nazista era troppo insaziabilmente aggressivo e inaffidabile per essere incorporato in un ordine europeo stabile e governato dalle regole». Un giudizio, spiega Kagan, «che aveva più a che fare con l’ordine globale che con la sicurezza nazionale americana. Riguardava il tipo di mondo nel quale gli americani avrebbero voluto vivere». Detto altrimenti, per quanto i loro metodi fossero spiacevoli e «illegali», la Germania, l’Italia e il Giappone «stavano cercando di liberarsi dalle costrizioni di un ordine mondiale anglo-americano, nello stabilire il quale essi non avevano avuto nessun ruolo, che non serviva i loro interessi per come essi li percepivano, ma che, al contrario, era stato creato specificatamente per limitarli». Erano certamente gli aggressori, «ma in quale altro modo, se non con la forza, avrebbero potuto cambiare l’ordine mondiale a loro vantaggio?» E con la forza soccombettero, la Germania per la seconda volta nel corso del secolo. Perché gli americani decisero, per la seconda volta, che la guerra era preferibile al cambiamento dell’equilibrio di potenza a vantaggio delle dittature. Gli americani ritenevano ovviamente di essere nel giusto. E qui veniamo al punto che ci riguarda da vicino: «Gli americani erano nel giusto solo se si pensa che il liberalismo sia giusto e che gli avversari del liberalismo abbiamo torto. Senza questo giudizio morale, l’ordine mondiale che gli americani volevano sostenere, e i mezzi che usarono per sostenerlo, non erano più giusti di ogni altro ordine mondiale stabilito e difeso con la forza. Era semplicemente migliore per gli americani e per quanti condividevano la loro fede liberale». Il problema, in Europa, è che siamo arrivati a considerare la pace, la sicurezza, la democrazia, come cose naturali, scontate: la conseguenza, ovvia, dell’evoluzione del genere umano. E abbiamo dimenticato quanto sia costata l’affermazione dell’ordine liberale internazionale, i mali che ci ha risparmiato e che quell’ordine, che ha garantito un periodo di pace, prosperità e libertà senza precedenti, non è stato un fenomeno naturale. Inoltre, come allora molti americani, pensiamo che l’esercizio del potere per qualsiasi obiettivo diverso dall’auto-difesa sia di per sé immorale e preferiamo perciò delegare a loro le nostre responsabilità. Non vogliamo accettare le conseguenze delle nostre azioni egemoniche e non vogliamo prendere atto del fatto che per preservare la pace e l’ordine liberale c’è bisogno – come hanno dovuto riconoscere gli americani – di un formidabile e costante esercizio del potere. Con tutto quel che la responsabilità di dare una legge al mondo comporta (budget militare, soldati, eccetera, senza, per giunta, lasciarsi andare alle tentazioni dell’imperialismo). Soffermandosi sui pericoli del ritiro americano dal mondo e sul prezzo della responsabilità internazionale, Kagan ricorda infatti che nel 1919 e negli anni successivi, gli americani «ebbero l’opportunità di realizzare qualcosa che si avvicinava all’ideale di un ordine mondiale liberale autoregolamentato e largamente democratico». Ma, per farlo, avrebbero dovuto «riconoscere che i loro interessi si erano ampliati in conseguenza del loro crescente potere, che il loro destino era in definitiva legato al destino di altre parti chiave del mondo» e che «non avrebbero tollerato uno spostamento degli equilibri di potere a favore di una dittatura globale». Invece, continuarono a pensare che ciò che accadeva nel mondo non li riguardasse. Il risultato fu che finirono di nuovo in guerra, in circostanze di gran lunga peggiori.La cosa ci tocca da vicino. In fondo, di quel che succede in Russia o in Cina alla maggior parte degli europei non importa nulla. Il guaio è che a loro invece importa di noi e delle nostre società; e stanno cercando di manipolare il dibattito politico nei nostri paesi e di gareggiare con noi (e con le nostre idee) dappertutto (in Africa, in Asia, in America Latina) e in molti ambiti diversi. Ma è arrivato il momento di affrontare il fatto che stiamo prendendo parte alla competizione anche se non vorremo farlo, che il mondo si sta riallineando e che sono in gioco gli equilibri e la stessa sopravvivenza della Ue e della Nato, così come le conosciamo. Come allora gli americani, siamo ancora aggrappati a una vecchia immagine «insulare» dell’Europa, non abbiamo «il linguaggio, la teoria e la giustificazione» per il ruolo che, volenti o nolenti, dovremo svolgere nel mondo. E, come per gli americani, la cosa rischia di diventare «una grande e spesso debilitante fonte di confusione, equivoci e recriminazioni». Ma anche per noi è tempo di prendere atto che mantenere la pace comporta un costante coinvolgimento e un consistente esercizio del potere (americano e anche europeo). E per far questo, oltre a ridurre la nostra distanza dal mondo, dovremo perdere il vizio di guardare ai problemi del pianeta attraverso le lenti delle nostre dispute interne. Non sarà facile.

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Le favole fasciste di Trilussa. Dittature: tutto quanto fa spettacolo.

Per esempio, conoscete la storia delle favole fasciste di Trilussa? Ma andiamo con ordine. Non c’è nulla di più prezioso della libertà, lo sappiamo tutti. Tuttavia, per apprezzarla al meglio e per non cadere in tentazioni di segno contrario, è bene conoscere in maniera approfondita ciò che la sua assenza comporta, preferibilmente senza sperimentarlo direttamente bensì studiando il passato. Tuoniamo indignati contro chi manifesta simpatia per vecchie e nuove forme di sopraffazione, ma abbiamo mai letto per intero il regolamento delle SS? O un Foglio d’Ordini del PNF? Ovviamente no, è roba per stomaci forti, non tutti possono farcela. Pertanto ringraziamo A.C. Whistle che si è sacrificato per noi, fedele al motto “non si può difendere la democrazia solo con le tisane equosolidali”. E dunque, torniamo alla storia delle favole fasciste di Trilussa. Le favole fasciste di Trilussa. Ai mercatini di antiquariato e modernariato non so resistere, acquisto sempre qualcosa: stavolta sono tornato a casa con uno specchio da pub della Bass Pale Ale, un posacenere promozionale del Punt e Mes e questo libro di poesie. Trilussa (1871-1950) godette di grande successo già in vita, era ancora l’epoca in cui un poeta poteva vivere di scrittura ed egli seppe sfruttare la sua vena per farsi ingaggiare dai maggiori giornali e riviste. Per dare un’idea, si potrebbe dire che era famoso quanto il Federico Palmaroli de Le più belle frasi di Osho, e come questo incline al motto salace e un po’ qualunquista. Durante il ventennio non si iscrisse al partito né appoggiò l’ideologia, se non fu antifascista certamente non fu fascista, tanto che, instaurata la repubblica, nel 1950 Luigi Einaudi lo nominò senatore a vita. E allora perché questo libro? Qui entra in scena Asveroglio “Asvero” Gravelli (per inciso, se qualcuno sa da dove accidenti venga il nome Asveroglio e se sia un unicum come sembra, mi scriva, ché io non sono riuscito a venirne a capo), che fu prima sindacalista corridoniano, poi sansepolcrista e acceso squadrista, infine panfascista esagitato: la sua rivista Antieuropa propugnava una terza via fra le vecchie democrazie liberali e il socialismo, terza via da attuarsi mediante una trasformazione spirituale dei giovani italiani ed europei. Insomma un po’ Primo Arcovazzi e un po’ Franco Freda. Nel progetto di propaganda rientra appieno la collana Libro e moschetto (nella quale si trovano altri fondamentali titoli quali A te giovane fascista dello stesso Gravelli e Cos’è la leva fascista di Alessandro Melchiori, vice segretario generale del PNF). Gravelli nella prefazione racconta come ha ingaggiato Trilussa: Un giorno, in un gruppo d’amici, (…) riuscimmo a strappare al Poeta la promessa che egli ci avrebbe dato per la stampa (…) alcune delle sue poesie con allusioni politiche. Il Poeta ci ha consegnato le poesie che intitoliamo Favole Fasciste per l’impronta spregiudicata che le caratterizza. Immaginiamo la scena. Asvero Gravelli e altri ceffi patibolari si presentano da Trilussa e gli dicono qualcosa del tipo “Camerata, vorreste contribuire con qualcuna delle vostre divertenti poesie satiriche a una pubblicazione che educherà i giovani alla sempiterna gloria del Fascismo?”. La voce squillante, l’occhio fisso d’ottuso fideismo e la gagliarda complessione degli interlocutori fanno sì che Trilussa, uomo di lettere più che d’azione, acconsenta senza nulla opporre. Ma non si mette a magnificare le sorti del regime, bensì rifila loro 23 poesie scritte fra il 1901 e il 1920, che Gravelli pubblica con tanto di data “non per affermare priorità di convincimenti politici del Poeta, (…) ma per stabilire l’atteggiamento spirituale (…) del nostro Trilussa, di cui lo spirito, la fede e l’ammirazione affettuosa e devota per il Duce a nessuno sono ignote”. Per i motivi di cui sopra, certamente Trilussa non precisò che non aveva alcuna fede e devozione per l’uomo della Provvidenza. Vuoi conoscere il resto della storia e molto altro? Ti consigliamo di leggere l’ultima fatica dell’ineffabile A.C. Whistle: Dittature. Tutto quanto fa spettacolo. Si può essere ironici e dissacratori su temi serissimi e al contempo fare opera meritoria di informazione e presidio della memoria? La risposta è in queste pagine. Le favole del fascismo Le favole fasciste di Trilussa sono un interessante capitolo della letteratura italiana durante il periodo del fascismo. Trilussa (1871-1950), noto poeta romano, scrisse queste favole in un contesto politico complesso, ma senza aderire all’ideologia fascista. Ecco cosa c’è da sapere:

  1. Trilussa e il suo contesto:
    • Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, fu un poeta molto popolare durante la sua vita. Le sue opere spaziavano dal satirico al moraleggiante.
    • Non si iscrisse al partito fascista e non sostenne l’ideologia, ma neanche fu antifascista. Dopo la caduta del regime, fu nominato senatore a vita nel 1950.
  1. Le favole fasciste:
    • Nel ventennio fascista, Trilussa scrisse una serie di favole con un tono moraleggiante e satirico.
    • Queste favole, pubblicate in un libro, furono commissionate da Asveroglio “Asvero” Gravelli, un personaggio complesso che passò da sindacalista a panfascista esagitato.
    • La collana “Libro e moschetto,” che includeva anche altre opere come “A te giovane fascista,” faceva parte del progetto di propaganda di Gravelli.
  1. Esempi di favole:

In breve, le favole fasciste di Trilussa rappresentano un interessante esempio di come la letteratura possa riflettere il contesto storico e politico, anche quando l’autore non aderisce direttamente all’ideologia dominante.

Io c’ero. Le favole del comunismo cui inspiegabilmente gli italiani credono ancora.

Anita Likmeta racconta perché il suo romanzo sulla vita nell’Albania socialista ha fatto arrabbiare molte persone che rimpiangono un paradiso dei lavoratori immaginato nelle loro camerette. Perché ho scritto? dice Anita Likmeta commentando “Le favole del comunismo”, e perché questo titolo fa arrabbiare tanti italiani così tanto. Potrei partire da questo. Dallo spiegare a me stessa, prima di tutto, perché questo libro abbia generato una ventata di odio così potente nei miei confronti, nei confronti cioè di una che, di “comunismo”, ne sa qualcosa davvero, avendolo sperimentato sulla propria pelle, a differenza di coloro che, qui in Italia, lo hanno studiato sui libri o immaginato nelle loro camerette. Persone sicuramente animate da buone intenzioni. Le stesse intenzioni però, che, come si dice, lastricano la strada per l’inferno. In questo dibattito che ho suscitato mio malgrado ho potuto così conoscere una delle categorie più diffuse in questo paese, ovvero quella dei comunisti immaginari. Persone che stanno tutto il giorno attaccate ai prodotti del turbocapitalismo, come gli smartphone, i social media e le piattaforme varie, e che, dall’alto di questa macroscopica contraddizione, vogliono insegnare a me cosa devo pensare di qualcosa che ho conosciuto da vicino, e quanto sia marcio e cattivo quell’Occidente nel quale tuttavia sguazzano e prosperano come pesci nel mare. Persone, generalmente, troppo giovani anche per ricordare quella cosa molto seria che si chiamava Pci e che, in Italia almeno, non ebbe mai esitazione a schierarsi dalla parte della libertà ogni volta che si trattò di scegliere fra la violenza e la sopraffazione e la libera dialettica delle rappresentanze politiche secondo le regole delle democrazie occidentali. Troppo giovani, o semplicemente smemorate. D’altra parte, questi nuovi rivoluzionari da tastiera hanno fatto università nelle quali marxisti altrettanto immaginari proclamano ideali di purezza e giudizi trancianti proprio mentre le loro azioni e la loro vita riflettono tutt’altra attitudine, quella di una combriccola autoindulgente e fondamentalmente chiusa ed esclusiva. Uno dei tratti distintivi di quel gruppo baronale da cui hanno imparato tutto, del resto, è proprio il nepotismo autoreferenziale, un male endemico del sistema universitario italiano. Contrari alla meritocrazia, molti intellettuali di sinistra producono saggi e discorsi per demonizzarla, come se il riconoscimento del merito fosse una resa incondizionata al “mercato cattivo”. In realtà, è evidente che la loro difesa di una società apparentemente egualitaria svela il tentativo di creare una rete di utili connessioni personali, quando non semplicemente parentali, che garantiscano il mantenimento del potere e delle risorse in mano a chi già le detiene. I “baroni”, schierati più a sinistra di sempre, sono così i principali difensori di questo sistema corporativo e quindi, di per sé, fascistissimo. Con la scusa di promuovere una società più giusta, che quindi non diventi “americana” – ossia dominata dalla meritocrazia e dalla competizione – perpetuano in realtà lo status quo che avvantaggia pochi privilegiati a scapito di chi non è nato altrettanto bene da permettersi un lungo apprendistato a spese di mamma e papà (anche loro compagnissimi). Sotto la bandiera della giustizia sociale, essi in realtà tutelano i loro interessi e quelli dei loro affiliati: oltre la teoria, è a questa pratica che molti dei miei odiatori seriali sono addestrati. Comunisti in pubblico, pronti a recintare col filo spinato il salotto buono di casa loro in privato. Ne ho conosciuti a dozzine. Le favole, quindi. Perché il “comunismo” era davvero una favola anche in Albania. La differenza fra l’Albania “comunista” e l’Occidente “capitalista” era che in Albania c’era una povertà più diffusa ed endemica, che lasciava i più ai margini della sopravvivenza. Anche lì però l’uguaglianza restava una favola bella raccontata dal regime: la nomenclatura del partito, le famiglie dell’aristocrazia amministrativa di Tirana, godevano di privilegi e agi che noi pezzenti di campagna non potevamo neanche immaginare, con l’aggravante che non si dava neanche il sogno di poter usare di un qualche ascensore sociale, se non in rarissimi casi, e a prezzo di una totale e incondizionata aderenza a ogni possibile nefandezza del regime. Ma i comunisti immaginari italiani continuano a volermi insegnare, dalla tastiera del loro Iphone 12, che il male è l’Occidente, nel quale hanno però abbastanza tempo libero da perdere per insultarmi sui social, colpevole come sono di aver raccontato qualcosa della vita di una bambina albanese cresciuta in mezzo a ottocentomila inutili bunker. Ma la differenza fra loro e me resta una, semplice e incontrovertibile: io andavo a prendere l’acqua d’inverno col somarello, loro mangiavano le merendine e guardavano i cartoni animati in case riscaldate. Davvero è tutto qui. Qualcuno quindi ha voluto leggere il mio romanzo per quello che non è: un manifesto politico contro qualcosa o a favore di qualcos’altro. Il mio romanzo è un romanzo, e non è contro niente, se non contro la sopraffazione dei più forti sui più deboli. Non è a favore di niente, se non della libertà. Non è favore di niente se non della consapevolezza che l’umanità è quello che è, e che ogni piccolo miglioramento passa da una fatica collettiva, da una presa di coscienza dolorosa della realtà e delle sue contraddizioni. Ho raccontato le favole, perché ho dovuto smettere di credere alle favole molto in fretta, tanti anni fa.

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La parte giusta. La fragilità del macronismo e la scelta di campo dei riformisti italiani.

La lezione francese di queste settimane è che in un contesto politico sempre più polarizzato, i valori democratici e l’unità contro gli estremismi sono cruciali. Ma governare è un’altra cosa, cosa che né Schlein né la ditta sembrano capire. Tra le varie lezioni che vengono dal voto francese ce n’è una macroscopica, cioè che il centro equidistante e solitario non regge più. Il macronismo fondatosi appunto sull’idea di un primo polo distinto dalla destra e dalla sinistra, e prendendo semmai le cose migliori dell’una e dell’altra, è stata una grande novità nell’ultimo decennio ma è oggi superato dai fatti, impossibilitato a vincere a causa della radicalizzazione politica a livello europeo testimoniata dalla forza di una estrema destra di massa e una speculare ritrovata gauche battagliera. In questa morsa, il presidente della Repubblica e capo di Ensemble, complice anche il doppio turno, è stato costretto a scegliere, e in coerenza con i valori democratici e antifascisti della République ha guardato a sinistra dando vita a un clamoroso gioco unitario per arrestare l’ascesa di Marine Le Pen e del delfino Jordan Bardella. Che altro poteva fare? In queste snervanti ore che separano la Francia dal suo destino politico, Macron è l’uomo politicamente decisivo del 7 luglio. Ha compiuto un gesto che comunque vada ha rafforzato la democrazia (l’altissima affluenza al primo turno dice questo), forse riuscirà a impedire che Bardella vada a Matignon, antipasto dell’ingresso di Marine all’Eliseo tra tre anni o forse prima, ingresso che in caso di “pareggio” non è scontato. Non poteva che finire così. I valori contano ancora: ecco un’altra lezione francese che Macron ha incarnato. Il lepenismo è destra estrema senza olio di ricino, ma i disvalori sono quelli. Così e solo così si spiega perché monsieur le Président, un democratico, si sia alleato con la sinistra, sperando in un governo senza i parafascisti e senza gli estremisti di Jean-Luc Mélenchon («Desistenza non significa coalizione, mai con France Insoumise», ha detto ieri), magari con socialisti, verdi, gollisti buoni e giochi parlamentari (e comunque in Francia un governo non ha bisogno della fiducia), un esecutivo di gente seria sotto la regia dell’Eliseo. Sarebbe debole? Certo, ma in Francia lo Stato e la pubblica amministrazione funzionano, e in ogni caso ci sarebbe un Presidente cui la Costituzione affida ampi poteri. È un obiettivo difficilissimo. Ma bisogna cercare di passare per questa cruna dell’ago. Il presidente francese ha chiarito quello che gli esponenti del Pd alla Nicola Zingaretti (ma non alla Pina Picierno) non capiscono: desistenza non vuole dire coalizione di governo. Grazie, è meglio una coalizione che si presenta, vince e poi governa. In Francia la desistenza serve a bloccare l’avversario e poi si vede. Non sarà esteticamente bellissimo, ma si chiama politica. Quindi l’idea di un Fronte popolare italiano non è la strada migliore. Come ha detto Filippo Sensi, «il Fronte Popolare non è un altro modo per dire il campo largo (qualsiasi cosa significhi), ma esattamente l’opposto. Sono due opzioni alternative, per scopo, costruzione, profilo». Il profilo del campo largo deve essere di governo, come ha detto Paolo Gentiloni al Corriere della Sera. Più chiaramente, la desistenza è un’arma di difesa, governare è un’altra cosa: invece Elly Schlein, Zingaretti, Andrea Orlando pensano che sia la stessa, cioè si governa con Rifondazione comunista e compagnia. Ecco dunque che siamo giunti a parlare della vicenda italiana, del bivio dinanzi al quale di trovano i macroniani di casa nostra, cioè la carcassa dell’ex Terzo polo al quale non è riuscito ciò che riuscì a Macron: prendere il meglio dalla tradizionale destra e dalla tradizionale sinistra per far lievitare un quel grande partito riformista di governo. L’esperimento è stato generoso, ma è fallito. Questo hanno capito gli italiani e poi i francesi. Lo riconoscono Luigi Marattin ed Enrico Costa che propongono di ricominciare con un progetto nuovo. Ma per guardare a sinistra o per insistere nell’autosufficienza? Lo spiega bene Matteo Renzi quando dice che o si fa una Margherita 2.0 che guarda a sinistra o si fa il Terzo Polo autonomo. Ma non è una alternativa reale perché come abbiamo visto un Terzo Polo equidistante tra gli altri due è fallito. Italia viva e Azione sono dunque chiamati a una scelta di fondo, mettendo in conto mal di pancia e dissensi (vedi Mariastella Gelmini e Mara Carfagna dentro Azione). Quella scelta che sin qui si sono rifiutati di fare con i risultati che sappiamo.

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Contro i «marchingegni» Le parole di Mattarella sono un antidoto al bipolarismo illiberale.

I sacrosanti ammonimenti del presidente della Repubblica sui rischi di una «democrazia della maggioranza» non valgono solo per il progetto di riforma del centrodestra. Nel suo intervento alla Settimana sociale dei cattolici, Sergio Mattarella ha detto ieri alcune cose piuttosto importanti. Ha ricordato, citando Norberto Bobbio, che tra le condizioni minime della democrazia ci sono i «limiti alle decisioni della maggioranza, nel senso che non possano violare i diritti delle minoranze». Ha ribadito che «non è democrazia senza la tutela dei diritti fondamentali di libertà, che rappresentano quel che dà senso allo Stato di diritto e alla democrazia stessa». Quindi, esplicitando quanto era già chiaro nelle suddette premesse, ha spiegato: «Democrazie imperfette vulnerano le libertà: ove si manifesta una partecipazione elettorale modesta. Oppure ove il principio “un uomo-un voto” venga distorto attraverso marchingegni che alterino la rappresentatività e la volontà degli elettori. Ancor più le libertà risulterebbero vulnerate ipotizzando democrazie affievolite, depotenziate da tratti illiberali. Ci soccorre anche qui Bobbio, quando ammonisce che non si può ricorrere a semplificazioni di sistema o a restrizioni di diritti “in nome del dovere di governare”. Una democrazia “della maggioranza” sarebbe, per definizione, una insanabile contraddizione, per la confusione tra strumenti di governo e tutela della effettiva condizione di diritti e di libertà». Il passaggio più forte del discorso è una citazione del giurista cattolico Egidio Tosato: «Noi sappiamo tutti ormai che la presunta volontà generale non è in realtà che la volontà di una maggioranza e che la volontà di una maggioranza, che si considera come rappresentativa della volontà di tutto il popolo può essere, come spesso si è dimostrata, più ingiusta e oppressiva che non la volontà di un principe». Tosato, chiosa il presidente della Repubblica, con quelle parole «esprimeva un fermo no, quindi, all’assolutismo di Stato, a un’autorità senza limite, potenzialmente prevaricatrice». E chi ha orecchie per intendere intenda. Per quanto mi riguarda, tuttavia, l’essenziale sta tutto nel passaggio sui «marchingegni» e le «semplificazioni di sistema» introdotte in nome del «dovere di governare». E non solo per gli evidenti riflessi sul dibattito politico, sulla battaglia relativa alla riforma del premierato e in particolare a quel marchingegno con cui si vorrebbe assicurare al premier un premio di maggioranza tale da consegnargli di fatto i pieni poteri, a prescindere dai voti, o quasi (il «quasi» dipende da come risolveranno l’alternativa tra consegnare una maggioranza assoluta a chiunque arrivi primo, avesse anche solo il dieci per cento dei consensi, scelta assai problematica anche alla luce delle sentenze della Consulta in materia, o ammettere che la loro riforma non garantisce affatto che il premier possa governare per cinque anni, né che la maggioranza sia solo quella scelta dagli elettori, né nessuna delle altre promesse con cui ce l’hanno venduta fin qui). Quel che più conta, a mio avviso, è che i sacrosanti ammonimenti sui rischi di una «democrazia della maggioranza» non valgono solo per il progetto di riforma del centrodestra. Quel progetto, con tutte le sue tare, è il figlio legittimo di un dibattito trentennale che su questi temi ha seguito passo passo la strada additata da Mattarella come la via più sicura verso la democrazia illiberale. Direi che è ora di cambiare rotta.

QUESTO E Un articolo di Claudio Velardi su Il Riformista.

ORA CARI AMICI! I commenti sono come sempre graditi ma se qualcuno usa termini inappropriati saranno rimossi. Dimostriamo nei fatti che siamo una “Altra cosa”. Ma mi chiedo? cosa sta succedendo , si sono messi tutti d’accordo, non ci sono riusciti con il cordone giudiziario , ora ci provano con quello amicale ? c’è un limite oltre il quale iniziano le barzellette. Che un giornalista “al ripescaggio come ultima scelta” tronfio del titolo direttore chieda le dimissioni di Renzi reo del suo ego smisurato quando un minuto dopo i risultati alle europee ha indetto il congresso e si è di fatto messo da parte e per contro non si siano chieste le dimissioni a Calenda su cui ricade pesantemente la distruzione del terzo polo e il fallimento delle europee con la mancata rappresentanza dei riformisti italiani nel gruppo RENEW Europe è clamoroso e ridicolo. Lo si capisce che il primo tassello del mosaico deve essere la disponibilità anche di Calenda a farsi da parte perché senza questo presupposto fondante il progetto dell’unione dei riformisti è irrealizzabile? AGGIUNGO CARO VELARDI ,Renzi può fare a meno di fare politica in Italia. Ma non c’è ragione di privare il nostro paese del contributo di Renzi. È poi come avrebbe interferito negativamente sulle elezioni? Se mai sono gli altri che hanno preso pochi voti. Ma pure Velardi adesso? Ironizza anche sull’intervista di Matteo Renzi sulla Stampa. Io sono allibito. I 207mila voti di preferenza di Matteo Renzi non li hanno digeriti! Poverini, io aspetto, intanto rinnovo la tessera di Italia Viva, poi si vedrà! Conoscendo bene Velardi , non è una sorpresa questa sua lettera,parla di ego, di solipsismo, praticamente sta facendo il ritratto di se stesso ,attento a te a non farti crescere i baffi , ma non credo perché con il tuo amico di mille avventure hai chiuso da almeno una 15 di anni, non aggiungo altro , sono esterefatta , ma in che paese viviamo ? e questo il modo di aiutare a costruire qualcosa di nuovo, demolendo e demonizzando sempre una sola persona ma con affetto , quanta ipocrisia .

QUI SOTTO L’articolo di Claudio Velardi su Il Riformista. Caro Matteo Renzi, è l’ora delle dimissioni: il futuro del centro senza il tuo ingombrante ego. Caro Matteo Renzi, a questo punto proviamo a fare un discorso di fondo. Vale la pena spenderlo per te, visto che riformista lo sei – senza dubbio, al punto che hai persino diretto questo giornale! – e che tante speranze le hai suscitate, da più di dieci anni a questa parte, in tutti coloro che aspirano ad un’Italia più moderna, competitiva, aperta e innovativa. Speranze forse eccessive all’inizio, alimentate dalla fame di leadership di cui il paese aveva (e continua ad avere) bisogno, poi via via ridimensionate fino ad essere risucchiate inesorabilmente, sconfitta dopo sconfitta, nel buco nero del tuo solipsismo, che ieri – nell’intervista che hai dato alla Stampa – ha fatto un bel passo avanti. Non tanto per le solite, stanche esibizioni verbali, piene di calembour, richiami al glorioso passato e frasi fatte. O per le medaglie che da solo ti appunti in petto (le preferenze prese, l’entusiasmo per la collaborazione con Blair, i tanti impegni all’estero: somiglianze inquietanti… almeno – mi raccomando – non farti anche crescere i baffi). Quanto per il succo politico dell’intervista, degno – per usare il tuo linguaggio – del più fiacco dei follower, non certo di un leader. In sintesi la tua tesi, a proposito della già patetica discussione sul destino del centro, è che Margherita 2.0 o terzo polo autonomo, primarie o congressi, De Gasperi o Schlein (li hai accostati tu i due nomi), certo bisognerà decidere, ci sono diverse strade possibili, sono scelte toste ma da fare… e tu non ti esprimi nel merito: ti limiti a dire che assisterai, aiuterai, parteciperai. Ma ti sembra possibile? Non sarebbe più dignitoso dare un seguito pratico alla tua annunciata decisione di non ricandidarti, lasciando che militanti e dirigenti possano decidere da soli il loro destino, senza che incomba ad ogni passo il tuo ingombrantissimo ego? E dunque: avevi annunciato il congresso di Italia Viva (come il tuo gemello Calenda pare voglia fare per Azione). Indica subito delle regole, un percorso, qualche data, e dimettiti formalmente da segretario di IV. Questo sì che sarebbe un atto politico nell’interesse della comunità (ammirevole e residua) che ancora pende dalle tue labbra. E scusami, infine, per le parole crude, ma tu sai che sono dette con affetto vero. Claudio Velardi

PER FORTUNA DICONO! Governo Coeso…. mentre stanno insieme dalla paura d’essere andarsi a casa tutti. .. E NOI PAGHIAMO

Lega, la strategia della guerriglia. Salvini contro Meloni e FdI in (quasi) tutti i ddl in Parlamento: maternità surrogata, balneari e sicurezza. Tensione nella maggioranza. Il leader dà mandato ai due capigruppo di marcare il partito della premier su ogni norma in transito da una commissione portando avanti una strategia del “distinguo” ma evitando lo strappo finale. Nel fortino di Palazzo Chigi hanno la netta sensazione che Matteo Salvini abbia messo in atto la stessa, identica strategia che nel 2019 lo ha portato a tagliare i ponti dal governo gialloverde. Una costante, sistematica guerriglia su ogni singolo provvedimento, peggio: ogni emendamento in transito da una commissione parlamentare. Ma! Dicono Governeremo fino a fine legislatura. PERCHE! Hanno gli stessi obbiettivi e li stanno portando avanti compatti. Infatti, hanno il programma della P2 da completare….ma non passerà con i Referendum, e lasceranno un Italia ancora più logorata e povera in cui nessuno vorrà vivere, neanche gli immigrati. Il problema è che il Generale del freddo ha detto al Capitano che è ora di fare saltare il governo (almeno traballare): Francia, Italia …e il capitani risponde OBBEDISCO: Poi! Come era ampiamente previsto, quando il capitano felpa si sente nell’angolo, fa cadere i governi: scontro con FI sull’Europa; scontro con FDI per l’alleanza con l’ultradestra in Europa; distinguo su strategie interne. Tempo 2 mesi e forse il governo cadrà sulla finanziaria. E’ chiarissimo… Capitan Felpini sta costruendo l’ultradestra d’Italia. Si allea con gli estremisti d’Europa e sta puntando su Trump in modo da essere lui (e non Gioggia) il collegamento Italia-USA dopo che (purtroppo) il Biondotinto vincerà le elezioni. Questi stanno al governo del Paese e sono divisi su tutto, in Italia ed in Europa!!L’unica cosa che li accomuna sono il potere e relative poltrone, con annessi benefit!! Mi chiedo come mai i leghisti veri (Zaia & C.) lo lascino fare liberamente… possibile che valga la pena perdere la dignità per guadagnare una cadrega? Bene, aspettiamo fiduciosi seduti sulla riva del fiume e aspettiamo il loro PATECRAC. MENTRE NOI CHE SIAMO DEMOCRATICI E VOERMMOMO riportare il Paese nelle mani PER NOI A POLITICI adeguate e competenti ! Civilmente Economicamente Politicamente moralmente Democraticamente e vogliamo farlo come sempre nel modo più democratico. Il bello è che non è neppure tanto difficile, come si è visto alla Elezioni Comunali dove basta che a votare vada almeno il 60% che subito i Democratici vincono come è nell’ordine naturale delle cose, anche perché mentre i Destri corrono tutti al voto, i Democratici sono sempre più indipendenti mentalmente e meno inquadrati. Solo che a volte non si riesce a capire come funzionano le cose : Alle Elezioni Politiche del 2022 le Destromani hanno vinto con una Minoranza del 44% e solo sul 57% che andò a votare, quindi il 56% non lì voto già fin da allora. Il bello è che i Nostri Destri Preferiti con quella minoranza del 44% su solo il 57% degli Elettori Italiani, fanno come “ A Casa Sua” su tutto. Mah, si vede che è una cosa che si può fare.

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA …BASTA CLICCARE SUL TITOLO BLU QUI SOPRA E VI SI ARE UN MONDO DI NOTIZIE REALI E ATTUALI. Qui troverai i post che puoi leggere liberamente e se ti interessano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare correttamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

Renzi: “Siamo interessati all’apertura di Schlein. Voterò il referendum sulle Autonomie”

“Siamo interessati all’apertura di Schlein. Voterò il referendum sulle Autonomie”
In Gran Bretagna il Labour vince dopo che Starmer ha riscoperto l’eredità blairiana: «Meloni in Europa si è fatta fuori da sola, mi spiace che a Bruxelles l’Italia non conti nulla»
Ecco come si fa’ la Politica…. Parlare chiaro…. Senza giri di parole…. Sempre Grande Matteo… Unico…. Lui riesce ha guardare oltre…. Bravo sempre attento a quello che si deve fare: Il grande. Renzi sulle cose giuste vota ecco perché e il miglior politico un giorno gli italiani lo capiranno l’Italia ha bisogno di lui. Mi dispiace che il popolo non capisca niente di politica, perché in Italia spesso ci facciamo imbrigliare dal fango. Andate a leggere i numeri di quando è andato via Renzi, poi capirete che come lui, nessuno.

La battaglia politica del centro, confinato e senza dimensione.

La ripartenza dalle riforme di Stresemann e Giolitti: Mai come in questo momento ci sarebbe bisogno del centro; eppure, mai come oggi, proprio il centro non trova una sua dimensione politica ed è confinato, vaso di coccio nel bipolarismo della radicalità. Si usa dire che, in fin dei conti, l’Italia rimane un paese di centro. Forse non è più così e non per la venuta della Gioventù meloniana. Da oltre trent’anni la penisola ha intrapreso un percorso lineare verso la radicalità che culmina con il duello tra le due leader Meloni e Schlein. Lo si vede nei toni, nei modi, nei tempi forsennati della comunicazione social-politica, nel non riconoscere l’avversario, nell’ossessione per la cronaca, nella tirannia dell’emergenza che detta l’agenda del quotidiano politico perché “è un’emergenza”. Ciò, chiaramente, non vuol dire che oggi non esistano forze riformiste nel panorama attuale. Esistono ma sono confinate in una ridotta, nonostante le autorevoli iniziative e proposte (anche merito di una classe dirigente generalmente di buon livello) di Azione, Forza Italia e Italia Viva, le forze che tali si definiscono. Il percorso: C’è stato un percorso, come accennato. Il Partito Democratico, persa la sua componente di centro, segnatamente gli eredi della Margherita, ha intrapreso la transizione verso il “partito radicale di massa” previsto da Del Noce. Tuttavia non è un caso. C’è un nuovo tipo di uomo che ha incorporato, per effetto dei modelli culturali e per la spinta delle agende politiche della Ue e non solo, la doppia g, gender & green. Di contro, la Destra-destra, in tutta Europa, ha il vento a favore e prenderà ancor più slancio con l’accrescersi delle tensioni internazionali. Ad ogni modo, queste evidenze non esauriscono il problema. Per comprendere l’emersione della radicalità e la crisi del centro, ovvero di una visione di moderata, progressiva e in ultima analisi di buonsenso del mondo, bisogna sganciarsi dalla cronaca e afferrare il senso profondo e il moto della storia, oltre la superficie dei fatti. C’è, infatti, un nesso tra il ciclo storico, i valori di una società, le combinazioni politiche. C’è una meccanica, seppur non esatta ma ferrea, che va colta. I problemi irrisolti: È il 1945. Il dramma della disastrosa guerra perduta apre gli spazi per la ricostruzione, guidata da una classe dirigente visionaria e concreta, grazie all’intesa tra riformismo socialista e dottrina sociale della Chiesa. La famiglia è il centro della società, tutti possono realizzare il sogno di casa, inizia una poderosa accumulazione di risparmi, un cauto conservatorismo nei valori orienta la vita quotidiana, c’è un ordine sociale ma ci sono possibilità di promozione. Prevale una visione ottimistica del mondo, al quale si deve contribuire con un impegno diretto nella vita civile e politica. La Chiesa di Roma è un faro. Atlantista, la classe politica persegue un’azione a schiena dritta Mediterraneo post-coloniale, con reciproci vantaggi. Dopo la frattura delle monetine, tra le bombe nei Balcani e il raid a Tripoli del 2011, fine del Mediterraneo italiano, il ciclo storico post-45 si avvia verso la conclusione; l’antipolitica e la radicalità fanno il pieno. L’invasione dell’Ucraina e le bombe a Gaza, nel non risolto puzzle mediorientale, segnano un’ulteriore tappa verso la guerra per l’egemonia mondiale da cui nascerà un nuovo assetto. Stresemann e Giolitti: Guerra e fame saranno, dunque, le cifre dei prossimi anni, mentre l’inflazione polverizza i risparmi e conseguentemente le classi sociali risparmiatrici e la stabilità energetica figlia di una sapiente politica mediterranea è un ricordo. E allora casa, lavoro, salute, energia siano i capisaldi di una proposta di governo! Non “l’altro è un problema” ma “il problema dell’altro è il mio problema”. Perché prima dei simboli e dei leader, pur validi, servono le idee e l’impegno concreto. Tempi come questi, al netto di tutto, rivelano l’inconsistenza di certe soluzioni facili e veloci. Tra l’antipolitica in divisa, segnatamente Vannacci, e le nuove anti-eroine, questi problemi sono irrisolti perché richiedono cautela, modifiche successive, riforme graduali. Ha ragione Marina Berlusconi che, con un’intervista, ha smosso lo scenario della politica italiana lanciando un allarme sull’ondata di estremismi in Europa. Forse servirebbe anche un po’ di autocritica, non solo nelle scelte politiche ma anche nei modelli culturali. Certo è che per fermare gli estremismi, la storia insegna ma le classi sono in Dad, servono le riforme di Stresemann e di Giolitti.

Quando la radice dell’antisemitismo frutta marciume e posture grottesche.

Meloni, Gioventù nazionale e le famiglie infelici. Commentando le corbellerie nauseanti di alcuni membri di Gioventù nazionale fatte di Sieg Heil, inni al duce, insulti e derisioni contro gli ebrei, un amico scuote la testa ricordando il Tolstoj kareniano: “Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Vero è che sinistra e destra, nel nostro paese e non solo, continuano a produrre esemplari di incoscienza politica fino all’idiozia criminale, salvo poi lamentarsene quando il fenomeno diventa palese e assumere un contegno stupito e imbarazzato. I risultati dell’inchiesta di Fanpage attestano cosa ben nota ma mai sufficientemente ribadita: la radice nera dell’antisemitismo è ancora in grado di produrre marciume lessicale e posture grottesche. Una buona parte dei giovani e giovanissimi frequentatori dell’organizzazione di Fratelli d’Italia riesuma e nutre pensieri, sentimenti ed espressioni di lontana tradizione familiare che quei nipotini ora ripetono con protervia meccanica e sconsiderata leggerezza. Bene ha fatto Giorgia Meloni, che guida partito e governo, a stigmatizzare in modo inequivoco quelle forme e bene fanno a unirsi nel biasimo, ci auguriamo non solo formale, i rappresentanti di quella formazione politica sotto le cui ceneri è chiaro che sia ancora attiva molta brace. E aggiungiamo però che a poco serve rinfacciare ai propri avversari una speculare forma di oscenità, tanto più perché mascherata ed esibita senza pudore ma anzi rivendicata in nome di principi di lotta contro i ‘genocidi’, gli ‘occupanti’ e via dicendo. I due fenomeni – senza che questo termine li riduca a un numero circense – non solo non si annullano reciprocamente ma semmai moltiplicano i danni soprattutto nelle fasce meno attrezzate e più povere di cultura politica ed etica. Il commento di Liliana Segre. La senatrice Liliana Segre ha commentato con parole angosciate che vorremmo consolare, ricordando a lei e a noi tutti che a differenza di un tempo, in questo Occidente confuso e autolesionista è in crescita non solo una tendenza antisemita declinata in varie e ampie forme, ma altresì una consistente e reale preoccupazione capace di individuare e denunciare gli aspetti espliciti e nascosti dell’antisemitismo, riconducendoli sì a un passato orrendo ma riconoscendone altresì un legame con un grave e ringhioso presente. Per farla breve: non ci resta che lavorare molto. E questo faremo, ognuno come sa e come può, rispondendo non solo al tribunale volubile della storia ma a quello ben più autorevole che è dentro ognuno di noi, che ci interroga tutti i giorni e che qualcuno chiama coscienza.

Fiamma spenta. Non abbiamo tempo da perdere con chi ci trasforma in una macchietta, dice Giorgia Meloni

La presidente del Consiglio ha inviato una lettera pubblica ai dirigenti di Fratelli d’Italia per prendere le distanze dai comportamenti omofobi, razzisti e antisemiti dei suoi giovani militanti: «Il nostro compito è troppo grande perché si possa consentire a chi non ne ha compreso la portata di rovinare tutto» Pubblichiamo la lettera aperta di Giorgia Meloni ai dirigenti del suo partito in risposta alla inchiesta giornalistica di Fanpage sui comportamenti omofobi, antisemiti e razzisti dei militanti di Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia. Carissimi dirigenti di Fratelli d’Italia,
come moltissimi di voi sono arrabbiata e rattristata per la rappresentazione di noi che è stata data dai comportamenti di alcuni giovani del nostro movimento ripresi in privato. L’ho detto e ripetuto decine di volte, ma casomai ce ne fosse bisogno lo ripeto: non c’è spazio, in Fratelli d’Italia, per posizioni razziste o antisemite, come non c’è spazio per i nostalgici dei totalitarismi del ’900, o per qualsiasi manifestazione di stupido folklore.
I partiti di destra dai quali molti di noi provengono hanno fatto i conti con il passato e con il ventennio fascista già diversi decenni fa e a maggior ragione questo vale per un movimento politico giovane come il nostro, che fin dalla sua fondazione ha peraltro fatto la scelta di aprirsi a culture politiche compatibili con la nostra, accogliendo persone che arrivavano anche da percorsi politici diversi da quello della destra storica. Fratelli d’Italia non è mai stato un movimento rivolto al passato. Da sempre, noi, siamo interessati solo al futuro della nostra Nazione. Noi abbiamo fatto della trasparenza e della coerenza i nostri tratti caratteristici. Noi facciamo quello che diciamo e siamo quello che appariamo. Non c’è trucco e non c’è inganno. Chi crede che possa esistere una immagine pubblica di Fratelli d’Italia che non corrisponde ai suoi comportamenti privati, semplicemente, non ha capito cosa siamo, e dunque non è il benvenuto tra noi. E la nostra linea è da sempre molto chiara. Nel 2019 abbiamo aderito con totale convinzione alla risoluzione del Parlamento Europeo “sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, con la quale si condannavano senza esitazione tutte le dittature del ’900 ( nazismo, comunismo e fascismo). Un passaggio doveroso e necessario a superare l’odio che ha attraversato l’Europa e guardare a un futuro di pace e libertà. L’adesione a questa importante risoluzione europea segnava lo spartiacque per tutte le forze politiche del continente tra chi ha deciso di lasciarsi alle spalle il passato e chi invece vive ancora di nostalgia e rancore. Ma, per noi – a differenza di quanto accaduto in altri partiti politici, che hanno attraversato questo momento con accesi dibattiti interni, e hanno visto alcuni dei loro esponenti astenersi – è stato naturale votarla. Si è trattato di uno dei molti atti, delle molte prese di posizione che rendono cristallina la nostra posizione sulla storia del ’900. Una posizione che non intendo mettere in discussione. Non ci siamo mai, realmente, preoccupati di questo, perché il nostro sguardo era già da tempo rivolto altrove. Nel 2017, con il congresso nazionale di Trieste, abbiamo stabilito che Fratelli d’Italia non sarebbe stato solo il partito della destra italiana, ma che sarebbe stato qualcosa di più. Il movimento dei patrioti italiani. Di tutti i patrioti, a prescindere dalla loro provenienza politica. Ricordo ancora lo scherno che ci fu dedicato in quei giorni: «Patrioti è una parola desueta, buona per un film su Garibaldi», dicevano. Eppure oggi nessuno ripeterebbe quelle parole, perché la verità è che noi abbiamo segnato la rotta, costringendo tutte le forze politiche a definirsi, pian piano, “patriottiche”. Non basta. Con il congresso programmatico di Torino del 2019 abbiamo fatto una ulteriore evoluzione, aderendo al movimento conservatore. Una visione del mondo, dei valori condivisi, che pongono al centro l’uomo, la libertà, il rispetto della vita, l’identità. Ancora una volta lo abbiamo fatto con convinzione e non per calcolo politico, perché questa è la grande sfida delle società occidentali: il confronto, la contrapposizione a volte, tra chi vuole guardare al futuro mantenendo le proprie radici e chi invece quelle radici vorrebbe estirparle reputando l’identità e l’appartenenza un ostacolo alla realizzazione di un mondo diverso (e vittima di un approccio ideologico). Sono convinta che la costante crescita di Fratelli d’Italia sia il frutto di questo nostro lungo percorso. Del fatto che gli italiani vedano in noi la forza politica che più di ogni altra ha a cuore l’interesse nazionale, e che più di ogni altra difende i valori “conservatori” della terra, della vita, della famiglia, della libertà. È per questo che gli italiani ci hanno dato la loro fiducia anche quando si è trattato di decidere a chi affidare le sorti della Nazione. I successi di questo primo periodo di Governo, confermati anche dal risultato delle elezioni europee, sono la dimostrazione che esiste una alternativa al lungo declino che ha vissuto l’Italia. Siamo la testimonianza concreta che la destra conservatrice può ben governare in Patria e al contempo rafforzare il quadro di alleanze internazionali e attrarre i grandi investitori. Siamo la dimostrazione che la narrazione fatta dai grandi media e dagli osservatori di parte era falsa, che esiste una alternativa credibile alla palude socialdemocratica europea e occidentale. È esattamente per questo che facciamo tanta paura, non solo in Italia, a chi vuole difendere lo status quo. È questa la grandiosa sfida che stiamo combattendo. E’ questa la rivoluzione per la quale molti di noi stanno sacrificando intere porzioni della loro vita, senza lamentarsi. Ed è questo, soprattutto, il motivo per il quale riceviamo attacchi di ogni genere, senza regole, senza limiti, senza esclusione di colpi. Non possiamo fermare questi attacchi ma possiamo fare tutto il possibile per essere adeguati al ruolo che gli italiani ci hanno affidato. È un gioco duro, una battaglia difficile, per la quale bisogna essere disposti a molti sacrifici. Ma è anche una sfida entusiasmante, perché noi possiamo essere il cambiamento che da molto tempo aspettano gli italiani. Possiamo essere il grimaldello per la fine dei giochi di potere, delle lobby, dei privilegi di pochi sulla pelle dei molti. Noi possiamo essere l’inizio dell’epoca del merito che viene prima della tessera di partito, dei doveri che non sono scissi dai diritti, della libertà che ha bisogno di responsabilità, del valore che ha bisogno di essere dimostrato e non si guadagna per semplice discendenza, dell’interesse nazionale che viene prima di quello di parte. Noi siamo un capriccio della storia, e per alcuni siamo un rischio e un problema, ma per moltissimi siamo la vera speranza rimasta. In poche parole, il nostro compito è troppo grande perché si possa consentire a chi non ne ha compreso la portata di rovinare tutto. Non ho e non abbiamo tempo da perdere con chi non è in grado di capire cosa sia Fratelli d’Italia e quali siano le grandi sfide storiche della nostra epoca. Non ho e non abbiamo tempo da perdere con chi vuole farci tornare indietro, o con chi ci trasforma in una macchietta. Non ho e non abbiamo tempo da perdere con chi, inconsapevolmente o meno, diventa uno strumento nelle mani dell’avversario. Chi non è in grado di capirlo, chi non ha compreso questo percorso, chi non è in condizione di tenere il passo, non può far parte di Fratelli d’Italia. Per tutti gli altri: ricordatevi quale è il nostro compito, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Servirà tanto lavoro, tanta dedizione, tanto sacrificio. Ma se sapremo essere all’altezza della sfida, vi prometto che la storia si ricorderà di noi, che l’Italia si ricorderà di noi, che ogni persona perbene che ha subito la logica degli amici degli amici, dei circoletti che decidono per tutti, dei due pesi e delle due misure, di un mondo nel quale se fai parte di una determinata corrente politica hai più diritti degli altri, ci dirà grazie per il coraggio e la forza che avremo saputo dimostrare. Piedi a terra, testa alta, e sguardo rivolto sempre, e solo, avanti.

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Scampagnata larga. La fase adulta del Pd di Schlein è già finita?

La segretaria dem rilancia la malsana idea di fare un Noveau Front Populaire in Italia, non capendo che ciò che sta accadendo in Francia non è un progetto politico a lungo termine, ma un’amara medicina da prendere per evitare un governo lepenista. Finita la scuola con un bell’esame di maturità sull’Europa, Firenze, Bari e Perugia, Elly è tornata a fare bisboccia con la comitiva di compagni. Si balla, si canta, tutti insieme, la fase adulta, quella di un’ottima campagna elettorale, è già alle spalle: e ora ci si diverte! Poco importa che s’avanzino i fascisti da tutte le parti, l’Europa stantuffi, Joe Biden collassi e le guerre non cessino. Non si tratta di fare i seriosi. Ma di essere seri.  Tralasciamo qui gli indiavolati balletti al Pride milanese, Elly Schlein li ha sempre fatti e sempre lì farà (oddio, magari qui c’era un pregiudizio antiebraico che avrebbe meritato qualche replica se non la diserzione dell’evento), ma quello che più lascia stupefatti è l’infantilismo politico di «voler fare come in Francia», il Fronte popolare – wow! –, senza capire che la democrazia francese sta vivendo il dramma politico più acuto da settant’anni in qua e che il Noveau Front Populaire non è la Woodstock della sinistra ma un agglomerato improvvisato reso necessario dal fantasma dell’estrema destra: non è una festa, è l’ultima medicina a disposizione.  Non è un modello quel raggruppamento pieno di gente equivoca, a partire da Jean-Luc Mélenchon, che ha un programma che dire demagogico è poco (pensione a sessant’anni, parziale disarmo dell’esercito), buono per qualche assemblea di studenti universitari, qualche comizio col megafono al mercato radical chic. Emmanuel Macron è costretto ad allearsi con questi qua per disperazione, non per scelta libera. Non confondiamo le cose. Schlein deve costruire un Partito democratico competitivo, guardando all’Italia di domani più che ai nostalgici degli anni Settanta. Ma chi se ne frega se viene sdoganato il Jean-Luc Mélenchon dei poveri, tal Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, un partito fuori tempo tre decenni fa (chiedere a Romano Prodi), figuriamoci oggi: si va tutti a fare festa in quel di Bologna, una volta città riformista, da Gianfranco Pagliarulo, il presidente dell’Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi) contro la Resistenza (ucraina), che con tutto il rispetto sembra il segretario di una sezione del Partito comunista del 1952. C’era pure Giuseppe Conte che ormai scodinzola dietro Elly, l’unica che può salvarlo dalla costante decrescita infelice (sul palco ha detto, testuale, che «nel 2026 qui a Bologna ci fu l’attentato a Matteotti». Cosa avrà bevuto?). E infine c’erano Angelo Bonelli & Nicola Fratoianni, redivivi salisiani, e il sempre giovane Riccardo Magi che dove c’è un po’ di casino lui ci va. La comitiva ha cantato Bella ciao e tutti battevano le mani, e la gente era contentissima della scampagnata antifassista – peccato che non ci fosse Maurizio Landini – e poi il capo dei partigiani contro l’Ucraina ha raccontato di aver chiamato anche Carlo Calenda («non è potuto venire») e Matteo Renzi che non si è fatto trovare. E ti credo. Giusto Elly si diverte con Acerbo e Pagliarulo.

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Ma i Tg RAI presentano una situazione diversa. I migliore d’Europa…..

I dati ISTAT dicono che nel primo trimestre 2024 la pressione fiscale è aumentata dello 0.8% rispetto allo stesso periodo 2023. Detta in modo banale: il governo di quelli che sono stati eletti per tagliare le tasse, sta alzando le tasse. La Meloni ha bisogno dello scontro ideologico perché sui risultati concreti sta fallendo. E l’unico modo per costruire un’alternativa vincente è partire dalla vita di tutti i giorni. L’aumento della pressione fiscale è una grande sconfitta del Governo: perché non ne parla nessuno?. Ma i Tg ITALIANI presentano una situazione diversa. Siamo I migliore d’Europa….. Il paese sta meglio. Questa è la frase degli esponenti del governo con la quale ci scartavetrano i maroni dalla mattina alla sera e qualche volta anche la notte. Il paese sta meglio ma gli abitanti del paese peggio, a parte i predicatori. Gli stipendi hanno perso il potere d’acquisto, i prezzi sono aumentati, per curarti devi andare dal privato a pagamento, i comuni aumentano le tasse perché lo stato ha tagliato le spettanze, i libri scolastici hanno prezzi stratosferici, luce, carburante e gas non diminuiscono, come sta meglio il paese? La presidente del consiglio o uno dei predicatori perché non prenota tramite il CUP, senza farsi riconoscere una tac, una visita cardiologica, una colonscopia e si rende conto di come gli italiani vivono? Ogni tanto va a fare la spesa, con 20/30€ nella borsa, per 4 persone? Solo allora questi si renderanno conto che la vita in Italia è peggiorata e raccontano un mare di fesserie.

Costa e Marattin rilanciano il Centro. Frecciata contro Calenda e Renzi.

CARI COSTA E MARATTIN! Cosa ne dite di un bel congresso fatto bene con programmi chiari e visione politica? Ogni tanto prima di parlare di nomi mi piacerebbe si parlasse di programmi e idee. Il pragmatismo è fondamentale ma non basta. In politica serve visione, un orizzonte chiaro a cui tendere. Tutto il resto è rumore di fondo. Costa e Marattin pensano di conquistare i 16 milioni e mezzo di italiani che non votano, forse non votano perché ci sono anche loro due in giro, semplice da .capire……Vi faccio un pò di storia. Dopo i disastri della guerra e gli orrori delle ideologie totalitarie, sembrava che i paesi europei volessero solo governi “di mezzo”. Ovunque andavano al governo moderati e cristiano liberali, e qualche timido socialdemocratico. La gran massa dei cittadini odiava e disprezzava ogni cosa che ricordasse il fascismo e il nazismo. La caduta del Muro sembrava avesse dato il colpo di grazia pure al Comunismo, un fallimento economico e sociale, sempre sfociato in asfissiante dittatura. Sono passati però pochi anni per dimenticare, e ricadere negli errori del passato. C’è in giro una assai pericolosa nostalgia, e tanti desiderano essere incollanati e schierati o “di qua” o “di là”. Eppure per millenni fu ben chiaro che lo stare bene coincideva con lo “stare nel mezzo”. “In medio stat virtus” (la virtù sta in mezzo) (Aristotele) “Seguendo la via di mezzo, camminerai sicurissimo”. (Ovidio, Metamorfosi) “Quasi in tutto la via di mezzo è la migliore”. (Cicerone, Tuscolane). Visto che la stupidità umana non ha limiti, e ci stanno mancando tutti i riferimenti, la vedo brutta per il nostro futuro. Ci vuole poco per capire che l’Italia, in balia di questi partitelli da sceneggiata e leader inconcludenti, con tutti i problemi e il debito che ha è destinata a fare una brutta fine. Perciò anche io spero che il Terzo Polo rinasca. Mi fa male vedere in azione questa rozza e pericolosa destra, e sentire il chiacchiericcio quotidiano basato sul nulla di Conte, Fratoianni, Bonelli e di chi nel PD appoggia ancora la Schlein (che poi sono quelli che hanno spianato la strada alla vittoria della Meloni, e la terranno a galla). Occorre quindi che i due leader passino in fretta la mano, ci si dia una nuova identità e programmi, e fare un Congresso che elegga il nuovo leader e la direzione. Mi pare che Renzi si sia già defilato. Adesso si deve convincere Calenda (sempre lui).

Lettera-appello degli irriducibili del Terzo Polo. Il flop alle Europee è stato determinato dalla frammentazione dell’area che Politiche del settembre 2022 aveva presentato una proposta comune. Lettera-appello dei deputati di Azione e Iv Enrico Costa e Luigi Marattin ai rispettivi partiti per “costruire un unico grande partito liberal-democratico e riformatore” e non “rassegnarci al bipolarismo”, scrivono gli “irriducibili” del Terzo Polo che si sono battuti per evitare che il progetto politico fallisse. Il flop alle Europee è stato determinato dalla frammentazione dell’area che Politiche del settembre 2022 aveva presentato una proposta comune, occupando uno spazio tra gli schieramenti di destra e di sinistra. L’elettore si è sentito defraudato perché quel progetto politico unitario in cui ha creduto è scomparso pochi mesi dopo le elezioni politiche. Oggi la prospettiva politica centrale è intatta nelle convinzioni di tante persone, ma ha perso una soggettività chiara, riconoscibile e soprattutto unitaria. Noi non ci rassegniamo a lasciare un pezzo di paese senza rappresentanza politica. Vogliamo contribuire a costruire, assieme a tutti coloro che hanno voglia di impegnarsi, un unico grande partito liberal-democratico e riformatore che non si arrenda a fare da vassallo ai populismi di questo bipolarismo. Leadership contendibile, classe dirigente qualificata, nessuna ambiguità sui contenuti, organizzazione territoriale efficiente e capillare sono gli elementi, ciascuno imprescindibile, di un progetto politico che voglia davvero definirsi tale. Tra i partiti pesanti del secolo scorso e i partiti personali di questi ultimi trent’anni, una terza opzione è possibile e ormai assolutamente necessaria se non si vuole far appassire la partecipazione politica o condannarla all’eterno scontro tra curve ultrà. Il progetto deve essere fondato su un preciso impianto politico-culturale relativo ad una precisa visione – liberal-democratica e riformatrice – della società italiana. Questo percorso non può iniziare partendo dai nomi, dai diritti di prelazione, da improbabili primarie e da fantomatici “federatori”. Si continuerebbe a perpetuare un difetto che ha corroso la politica italiana negli ultimi trent’anni: focalizzarci su “chi” piuttosto che sul “cosa” e sul “come”. I protagonisti, a tutti i livelli, di questo progetto devono comprendere che insieme si raggiunge di più della somma di quanto ognuno raggiunge da solo. Occorre solo ristabilire la fiducia, mettere al bando i personalismi fini a sé stessi, e ricominciare dalla necessità di una prospettiva politica. Prima di pensare ad alleanze pre-costituite e per adesione acritica a questo o quel campo, questo partito deve nascere, strutturarsi, svilupparsi, raccogliere consenso attorno ad una rinnovata soggettività politica. Prima di decidere “con chi andremo”, occorre capire “chi siamo”. E noi siamo quelli che nel 2022 hanno contributo a costruire una proposta politica alternativa alla destra e alla sinistra. Nessuno è in grado di dire come sarà e che caratteristiche avrà il quadro politico italiano alle prossime elezioni politiche del 2027. Ma la nostra prospettiva intende ripartire dal progetto politico nato nel 2022 e ricostruire una soggettività politica assieme a tutti coloro che non si riconoscono in questo bipolarismo.

Congratulazioni e buon lavoro a Gozi

Sandro Gozi eletto nuovo membro della Presidenza di Renew Europe. È con grande piacere che vi informiamo che il nostro Segretario Generale Sandro Gozi è stato nominato nuovo membro della presidenza di @Renew Europe durante la riunione del gruppo a Bruxelles. #reneweurope#presidency#gozi#eurodems I renziani. Si fanno rispettare. Ovunque .Peccato non sarai supportato dai liberali italiani per colpa di chi non ha voluto l’accordo, per caperci, Calenda! Sandro Gozi è un politico italiano che ha recentemente ottenuto un importante incarico all’interno del gruppo Renew Europe. Nello specifico, è stato eletto come membro della presidenza di Renew Europe, l’organizzazione politica europea. Gozi è un europarlamentare italiano e fa parte del gruppo di Renew Europe. In passato, è stato sottosegretario agli Affari Europei nei governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. La sua carriera politica è sempre stata a sinistra, e ha avuto esperienze sia in Italia che a livello europeo

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA …BASTA CLICCARE SUL TITOLO BLU QUI SOPRA E VI SI ARE UN MONDO DI NOTIZIE REALI E ATTUALI. Qui troverai i post che puoi leggere liberamente e se ti iteressano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare corettamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

Piantedosi sminuisce i razzisti di FdI: “Preoccupano più le piazze antisemite”. Insorge l’opposizione.

Il ministro dell’Interno: “Da Gioventù nazionale nessuna azione che ha messo a repentaglio l’ordine pubblico”. Si infiamma la polemica. Segre: “Non si sradica l’odio contro gli ebrei”. I meloniani preparano espulsioni tra le file di Gioventù nazionale per chiudere il caso. Solo una censura delle frasi razziste e degli inni nazisti pronunciati dei giovani di FdI, perché a preoccupare il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è «l’antisemitismo nelle piazze». Il titolare del Viminale, ospite di SkyTg24, stila una sua classifica di tipo politico su fatti e contesti diversi che hanno a che fare con l’odio nei confronti degli ebrei. Piantedosi, con tutto quello che succede nelle città, sostanzialmente conferma che la preoccupazione principale del ministero sono gli studenti adolescenti che manifestano. Quelli sì che sono pericolosi!E’ inconcepibile che un ministro dell’interno sostanzialmente cancelli con un colpo di spugna l’inchiesta di Fanpage e scarichi l’antisemitismo sui dimostranti nelle piazze. Gravissimo errore (in malafede) paragonare la critica aspra e feroce contro il governo israeliano delle piazze pro-Palestinesi al credo storico della destra, cioè l’antisemitismo: sono due questioni assolutamente diverse, lo capisce chiunque sia in buonafede. I destroidi hanno imparato dalla fratella d’Italia, detta “speranza nostra”: spostare l’attenzione per spiazzare l’altro. Ma costui, ministro dell’interno, dove s’informa? Starà ancora leggendo le veline, che stanno in quei cassetti, magari perché n’è attratto? Vada piuttosto dalla Sig.ra Segre e si schiarisca le idee. Loro non leggono la storia! Primo Levi diceva, per loro i lager erano centri vacanze. PIANTEDOSI! Qui si tratta di giudicare il governo israeliano per quello che sta facendo a Gaza , non confonda le critiche con l’antisemitismo , non c’entrano proprio niente . Prova ne sia il fatto che persino gran parte del popolo israeliano è contro questa carneficina . Poi voi destri con l’antisemitismo ci andate a braccetto , abbiate un po’ di memoria storica . Vede caro Piantedosi, forse non glielo hanno spiegato, una cosa è l’antisemitismo ed il razzismo, l’altra è la storia di un popolo che sta facendo la guerra ad un altro occupando il territorio, perché gli serve…, e facendo migliaia di morti specialmente tra i civili…e non dite sì però quegli altri hanno fatto una strage… avete rotto…in quale religione esiste la vendetta…smettetela…PIANTEDOSI: È il nostro ministro più conteso all’estero, lo vogliono proprio tutti: Da Putin a Xi Jin Ping, da Al Sisi a Komenei, per non parlare del simpatico Kim un Jong. Pensare che se fosse stato in Israele a ottobre avremmo evitato pure la guerra israelo-palestinese nata dal tragico rave party. E non è razzismo… Ma davvero l’Italia merita un ministro degli interni del genere ! I ragazzi in piazza sono chiaramente contro ,e non a torto , questo Israele di Netanyahu e dell’ estrema destra ,i giovani Fratelli sono fieramente ,rifacendosi a Hitler ,antisemiti e profondamente razzisti . Il dissenso in piazza alla luce del sole non è come cantare le canzoncine fasciste di notte fra militanti intorno ad un fuoco ,canzoni e odio verso il diverso verso la democrazia che tiene conto delle minoranze che cerca di dare giustizia anche per chi non è pieno di soldi e con la sua ricchezza vuole essere privilegiato anche nel male ,questi ragazzi hanno tutte le carte in regola per diventare terroristi pronti a mettere le bombe sui treni e mezzi pubblici perché è con la violenza che vogliono esprimere le loro idee se la paura e le minacce non bastano! questo ministro dimostra di essere incompetente nella prevenzione del terrorismo che tanto si è parlato ma sembra che se viene da dx non c’è da preoccuparsi! Piantedosi anche stavolta ha tenuto a ricordarci di essere il peggiore ministro della storia della repubblica, un personaggio che fa dell’inadeguatezza la sua cifra

Macron tra la democrazia e il suo partito ha scelto la democrazia. In Italia sarà più difficile difendersi.

 La Francia ci insegna cose dimettere un governo prendendo atto delle urne. E i cittadini Francesi vanno ha votare per cercare di arginare una Nazista ci danno una lezione di democrazia. Impariamo. Macron tra la democrazia e il suo partito ha scelto la democrazia. In Italia sarà più difficile difendersi. A differenza dei più io penso che Macron sciogliendo il Parlamento ha fatto l’unica cosa possibile per bloccare la Destra fascia e filo russa. Governare fra gli schiamazzi nazionalisti della destra filo russa e quelli demagogici della sinistra massimalista sarebbe stato impossibile e avrebbe portato il RN e anche Melanchon chissà a quali altezze. Oggi Le Pen si può fermare. Ad alto prezzo sì ma era chiaro che Macron un prezzo lo doveva pagare. E ha deciso di anteporre la Francia a se stesso. Ora le desistenze sono nelle cose. La Destra non avrà i pieni poteri e la Sinistra neppure. Da noi senza ballottaggi è più complicato impedire alla destra estrema (o alla sinistra populista) di fare il pieno. Per questo i nostri fascioconservatori vogliono abolire i ballottaggi sopra il 40. Perché fra il centro e le sinistre gli accordi prima del voto sono impossibili o poco utili. Dopo il primo turno parlano per tutti gli esiti elettorali, come ora avviene in Francia, e le cose cambiano. Meloni potrebbe perdere la partita nel ballottaggio e lo sa. Macron: Un politico coraggioso. Grande E. Macron. Lui è però avvantaggiato dal sistema costituzionale francese. Magari ci fosse in Italia. La Meloni non sarebbe a Palazzo Chigi. CON QUESTO: post ho cercato di mette in chiaro le vicende politiche francesi, e che si sovrappongono molto alle beghe politiche italiane.

La cultura democratica e la salvezza della democrazia

Un grande elogio della democrazia. Infatti dovremmo avere paura più di ciò che si conosce che di quello che non si conosce. Invece qui mi sembra che la non conoscenza dei fatti del passato induce a non prendere sul serio quello che potrebbe essere un vero pericolo. Il bene di cui disponiamo ci sembra sempre poca cosa e non gli diamo il grande valore che ha. D’altronde, essendo figli di una democrazia ( cristiana soprattutto) dovremmo davvero riflettere su questa degenerazione estremista che facilmente ha presa in chi ragiona poco e male. La cultura democratica e la salvezza della democrazia Le regole democratiche dovrebbero costituire il fondamento della vita interna dei partiti. Eppure non sempre è così, sia in termini di principi che di prassi. Il termine e il concetto di democrazia non costituiscono di per sé qualcosa di compiuto e ben definito, come si potrebbe tendere comunemente a credere. Un approccio “approfondito” ne potrebbe talora rilevare una intrinseca imperfezione. Un esempio: se la maggioranza delle persone desiderasse un governo antidemocratico, la democrazia cesserebbe di esistere. Ma se il governo si opponesse, cesserebbe di esserci la democrazia in quanto andrebbe contro la volontà della maggioranza.  La sua perpetuazione sarebbe invece sempre resa automaticamente possibile dalla necessaria presenza in un Paese di quella che dovrebbe essere definita la “cultura democratica”. Vorrei in primis scorgere la necessità, ai fini di tale cultura, che i responsabili delle decisioni e della pianificazione in campo educativo, proponessero agli studenti modelli utili allo sviluppo in essi di vere competenze alla democrazia, sulla base di valori, atteggiamenti e pratiche proprie della democrazia. Perché in primis questo avamposto? Perché, per esempio, gli studi hanno da tempo dimostrato come lo sviluppo addirittura della personalità  lavorativa dipenda, oltre che dall’acquisizione nel prosieguo di competenze professionali, piuttosto ed in primis dall’acquisizione di quelle relazionali, e da come esse si sono sviluppate a scuola a partire dalla seconda infanzia. Il “dialogo” è tutto nelle relazioni umane e sociali, sino a essere inteso non soltanto nella sua immanenza interpersonale, bensì anche fra noi e i necessari ricongiungimenti, che che se ne dica, alla cultura classica; fra noi e la storia; fra noi e il passato. Partiti politici e democrazia dovrebbero essere due fattori sempre legati tra loro da un rapporto di viscerale unione. I partiti, infatti, sono uno strumento fondamentale, quasi essenziale, delle moderne democrazie. Per tutto ciò, le regole democratiche dovrebbero costituire il fondamento della vita interna dei partiti. Eppure non sempre è così, sia in termini di principi che di prassi. L’assenza di cultura democratica, per diverso grado di “malignità”, ritengo possa colpire qualunque aggregazione politica, sia di destra che di sinistra. Ovviamente ogni gruppo potrebbe sviluppare le proprie rimozioni e difese rispetto alla presa di coscienza del propria, eventuale, imperdonabile “manchevolezza” nel senso anzidetto. Così, Giorgia Meloni, in Parlamento, commentando la “morte orribile e disumana” di un bracciante indiano, Satnam Singh, giungeva a riferirla a una cosiddetta “Italia peggiore“, “dimentica” del contributo offerto a questa “Italia peggiore” anche da una certa politica di destra. Ma di contro la sinistra, in particolare, non ha forse in altro modo concorso a certi drammatici epiloghi rinunciando alla battaglia per una vittoria a opera di una sua profonda ed essenziale, quanto, ahimè, vacillante, cultura democratica tale da sconfiggere ogni possibilità di insorgenza, per esempio, di nefasti populismi? In effetti, l’avanzata in Italia dei movimenti populisti è stata soprattutto la schiacciante conseguenza della crisi della politica di sinistra. Più in generale, può essere anche affermato che per le socialdemocrazie europee già da abbastanza tempo abbiamo assistito alla messa in atto di un lento processo di crisi corrispondente al fallimento dell’offerta di garanzie in più ambiti i più essenziali per l’umana esistenza (lavoro, sanità, sicurezza sociale, etc,). Dunque, la crisi della propria cultura democratica, in seno ai partiti politici di sinistra ha rappresentato e continua a rappresentare l’etiologia fondamentale per un fatale viraggio verso una politica di destra non liberale ma reazionaria. Non fu propriamente così allorché si delineò, in Italia, in un ormai lontano passato, l’avvento del fascismo, favorito: 1) dal logoramento dello Stato liberale, incapace di rinnovarsi; 2) dalla guerra e dagli effetti devastanti del conflitto bellico; 3) dal crescente timore degli agrari e industriali di una rivoluzione comunista in Italia sul modello della rivoluzione  di ottobre del 1917; 4) dall’indebolimento a reagire dei socialisti italiani in qualsiasi ambito, sotto la sferza di documentate violenze ad essi perpetrate, sino al delitto Matteotti  e non certamente per una crisi o cedimento alcuno della loro ben salda cultura democratica.  Ma a questo punto, tirando le somme non ci si può esimere dall’ammettere che la problematica della cultura democratica, che dovrebbe per inciso riguardare non soltanto i partiti politici, ma in un cero senso ogni cittadino, pure dovrebbe trarre linfa da una globale evoluzione culturale, individuale e collettiva comportante livelli di maturazione civile tale da non cedere all’influenza di strani, nonché mediocri “condottieri”, sempre esistiti e capaci però e purtroppo di suggestionare talora intere nazioni, offese, dunque, nella propria cultura democratica e nella propria democrazia. In passato di tutto ciò vi furono, come è noto, esempi oltreché drammatici. Oggi, il sopra menzionato cattivo potere non sarebbe in grado di ripetere quanto, a motivo di esso, fu registrato nel lontano passato, ma certamente tornerebbe a ledere, in forme più sottese e non per questo meno gravi, la cultura democratica e quindi la democrazia di un Paese! Quando vi furono invece politici decisamente democratici, determinati ad agire soltanto per il bene del proprio Paese, essi furono talora o esautorati o barbaramente uccisi. Tutto ciò rappresentò il trionfo del male sul bene. Si spieghi, oggi, ai giovanissimi da dove derivasse tale violenza distruttrice. Tutto ciò potrebbe rappresentare per essi una lezione utile allo sviluppo in essi di una cultura democratica.  

Perché questo vento di destra?

“Il vento di destra che soffia in Europa mi fa sentire a disagio. Anche perché le politiche di destra non hanno mai portato a risultati socialmente proficui. Per la verità, non solo l’Europa, mi preoccupano le condizioni politiche in varie parti nel mondo” Se la storia è fatta di corsi e ricorsi . Quando vengono esasperati i nazionalismi , anche una banale scintilla può scatenare l’inferno . In ogni caso la domanda sul perché dello spostamento a destra che si sta manifestando in tutta Europa è cruciale. Perché questo vento di destra? Cercare le risposte implica mettere in discussione l’impianto ideologico e l’agenda portata avanti negli ultimi tre-quattro decenni dalle classi dirigenti delle tradizionali famiglie politiche europee, democristiane, liberali e socialiste. È indubbiamente imbarazzante. Ma necessario. Tentiamo. Perché? Perché la destra, anche nelle sue espressioni estreme, si è affermata nettamente nei più rilevanti Stati dell’Unione europea alle recenti elezioni per il Parlamento di Strasburgo? Perché ha confermato il suo risultato ieri in Francia? Perché le destre conquistano sempre maggior consenso delle classi medie spiaggiate e della working class? Le domande vengono rimosse. Sono scomode. Cercare le risposte implica mettere in discussione l’impianto ideologico e l’agenda portata avanti negli ultimi tre-quattro decenni dalle classi dirigenti delle tradizionali famiglie politiche europee, democristiane, liberali e socialiste. È indubbiamente imbarazzante. Ma necessario. Tentiamo. Le cause dell’avanzata delle destre sono molteplici, come per ogni fenomeno complesso. Semplifichiamo. Ripropongo una linea interpretativa politicamente scorretta: il mercato unico europeo, per come è regolato e per le caratteristiche così disomogenee del terreno di gioco, colpisce le condizioni esistenziali e gli interessi economici del lavoro subordinato in tutte le sue forme -dipendente, autonomo e di micro e piccola impresa. Insomma, dietro la retorica straripante di “sociale” (“economia sociale di mercato”, “Carta dei diritti sociali”, “pilastro sociale europeo”, ecc), alimenta domande di protezione sociale e identitaria. In sintesi, in assenza di una sinistra in grado di fare le correzioni necessarie, gonfia il consenso alle destre nazionaliste e razziste. L’insostenibilità della regolazione neo-liberista dei mercati non è più un tabù. È accettata anche dalle classi dirigenti mainstream europee quando l’oggetto dell’analisi è globale. Sul piano politico, il colpo fatale al “Washington consensus” l’ha assestato, proprio dalla capitale dei primi della classe, Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Joe Biden, nell’intervento alla Brookings Insitution ad Aprile 2023. A specchio, da questa parte dell’Atlantico, la Commissione europea ha definito il Carbon border adjustment mechanism (un dazio sull’import di prodotti con contenuto di CO2 superiore a livelli europei) e ha, tra resistenze delle grandi imprese europee committenti, approvato, seppur diluita, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (un sistema di filtri per ostacolare l’import da imprese prive di determinati standard sui diritti umani e sociali). Da ultimo, ha innalzato al 48% i dazi sull’importazione di auto elettriche dalla Cina. Tutti gli interventi sono stati, giustamente, motivati come contrasto ad una concorrenza radicalmente sleale, ossia priva del famoso level playing field. Il punto politico è che quanto si denuncia per arrivare a correggere il mercato globale, si continua a negare nella dimensione europea, nonostante il nostro mercato unico sia altrettanto squilibrato. Viene rimosso che, nel quadro definito da Direttive come la Bolkestein e quella relativa ai “lavoratori dislocati”, le tassazioni minime vigenti in tanti Stati europei e le enormi differenze in termini di costo e condizioni del lavoro tra gli Stati della “vecchia Europa” e gli Stati entrati dopo il 2000, generano effetti analoghi ai minori standard ambientali, al maggior sfruttamento del lavoro e agli aiuti di Stato contestati a Pechino e agli altri partner commerciali extra-Ue. In sintesi, il mercato unico europeo, proprio come i mercati globali, funziona da potente fattore di svalutazione e di precarizzazione del lavoro e delle vite. Ma, mentre la globalizzazione è da un po’ di tempo riconosciuta colpevole dell’ammutinamento delle classi medie, il mercato unico europeo viene ignorato nella sua funzione reale. Anzi, la migliore classe dirigente “riformista” continua ad esaltarne i successi. Il nostro Enrico Letta, nel Rapporto affidatogli dalla Commissione europea, scrive: “il mercato unico continua a essere una pietra angolare dell’integrazione e dei valori europei, fungendo da potente catalizzatore di crescita, prosperità e solidarietà” (pag 3). Ma per chi ha avuto successo? Per quali classi sociali? Nel suo insieme, negli ultimi 20 anni, in termini di Pil pro-capite, l’area è cresciuta metà degli Stati Uniti. Nello spacchettamento del valore medio, troviamo sorprese piuttosto amare. Per gli stati fondatori dell’Ue, il Pil pro-capite si è ridotto. Per gli Stati arrivati all’inizio del secolo, è aumentato del 30%. L’aspetto più drammatico è che, dentro ciascuno degli Stati considerati, le condizioni del lavoro si sono aggravate e la disuguaglianza è aumentata. Non sarebbe il caso di correggere qualche direttiva per “livellare il campo di gioco”, come si è iniziato a fare sul mercato globale? La concorrenza funziona, così prescrivono i manuali di economia neoclassica, quando le condizioni di gioco sono pari. Deve essere chiaro: l’ulteriore allargamento dell’Unione e del suo mercato a Ucraina, Moldavia, Balcani, ecc gonfierà ancora di più le destre. Un’Ue a 36 Stati, segnati sul piano della politica internazionale da interessi strategici divergenti, precluderebbe la possibilità di maturare una minima soggettività e, sul piano economico, considerato l’impianto liberista dei Trattati e delle direttive-guida, aggraverebbe il dumping fiscale e sociale (i 9 candidati all’ingresso nell’Ue sono caratterizzati da salari medi di circa 300 euro al mese). La solidarietà all’Ucraina si dovrebbe fare attraverso un ‘Piano Marshall’ finanziato dalla Banca Europea per gli Investimenti e dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. L’obiettivo geo-politico si potrebbe raggiungere con il consolidamento della Comunità Politica Europea proposta nel rapporto Franco-tedesco di Settembre 2023. Prima di tutto, però, i principali governi della “vecchia Europa” dovrebbero impegnarsi per un negoziato con la Federazione Russa. Invece, la famiglia socialista concorda la nomina di una Presidente di Commissione e di una Ms Politica Estera e di Sicurezza Comune all’insegna dell’escalation militare per l’impossibile vittoria in Ucraina. Le politiche a scala europea sono decisive: dalla difesa, alla cooperazione allo sviluppo, dalla conversione ecologica alla transizione digitale, la scala nazionale è inadeguata. Ma si dovrebbe procedere con realismo, nella consapevolezza della Storia e delle identità dei diversi popoli continentali, irriducibili ad un unico “popolo europeo”. Si dovrebbe, quindi, percorrere la via inter-governativa, con le “cooperazioni rafforzate” o senza, quando possibile. In tale prospettiva, che senso ha escludere dalle scelte per i vertici dell’Unione uno dei più grandi Stati fondatori governato da una destra disciplinata sia sul vincolo atlantico sia su quello economico? Così, il vento soffierà sempre più forte.

La solitudine dei riformisti, le forze a difesa della democrazia non possono solo avere il volto di anziani o giovani tecnocrati con buoni studi.

Ieri, in un video post-voto, mi sono detto sollevato in quanto, non essendo un elettore francese, domenica prossima non sarò chiamato a compiere una scelta che in troppi giudicano decisiva, carica di conseguenze, addirittura ultimativa. E già questo è un problema, direi. Perché l’esercizio del voto non dovrebbe mai essere gravato di pesi eccessivi: la bellezza delle società democratiche sta anche nella loro leggerezza, in quella tolleranza di fondo che consente, a chi ne è parte, di optare per diversi gradi di partecipazione allo svolgimento della vita pubblica. A maggior ragione c’è da preoccuparsi quando un voto si gonfia di significati e valenze morali, per cui l’appello alle urne diventa una sorta di giudizio di Dio: se non ci vai, se non fai il tuo dovere, diventi corresponsabile della vittoria dei cattivi, dei nemici, non di altri cittadini che hanno semplicemente opinioni diverse dalle tue. E il bello – anzi il brutto – è che questa “radicalizzazione di senso” del voto sta crescendo particolarmente in alcuni solidi sistemi bipolari, dove fino a poco tempo fa l’adesione a valori di fondo condivisi pareva di cemento armato (Usa). E finanche in quelli con elezioni a doppio turno, in cui nei ballottaggi si sceglie per definizione il “meno peggio”, opzione di buon senso che sembra smarrita nello “scontro di civiltà” in atto (Francia). Ma c’è un motivo di fondo per cui anche sistemi politico-elettorali consolidati stanno mostrando la corda? Certo che sì, e la risposta è piuttosto semplice. È che le placide democrazie di un tempo non riescono più a dare rappresentanza a società profondamente trasformate, in cui sono cresciute insofferenze, frustrazioni, emarginazioni, per reali o percepite che siano. Per questo nel nostro Occidente si generano con frequenza crescente movimenti – anche molto diversi tra loro, per genesi, storia, peculiarità nazionali – ma con un humus che in qualche modo li tiene insieme: considerano le democrazie che conosciamo come sistemi largamente imperfetti. Ora, la domanda successiva è: cosa devono fare le forze che sentono il dovere imprescindibile di “presidiare” la democrazia prima di tutto e purchessia? Devono fare blocco per respingere i barbari? Possono limitarsi a sbandierare i loro principi inappellabili? Non sanno fare di meglio che presentarsi con il volto di anziani e stanchi governanti dell’esistente? O con quello di più o meno giovani tecnocrati che ritengono di essere il sale della terra per il solo fatto di avere fatto buoni studi? Ecco che cosa non va – al fondo, e per quello che mi riguarda – nell’appello all’Union sacrée in vista dei ballottaggi francesi di domenica prossima. L’idea che si debba far fronte all’assalto dei selvaggi di turno per salvare un sistema che funziona male, facendo un’alleanza – mascherata con la furbizia della desistenza – con chi nutre sentimenti antisemiti, pensa che l’economia abbia bisogno di nazionalizzazioni, manifesta ostilità verso la Nato ed è in buona misura euroscettico, per me non ha nulla di riformista. Meglio, per un riformista, coltivare la propria attuale – si spera temporanea – condizione minoritaria. Lavorando per cambiare le cose, non per difendere l’esistente.

Elezioni Francia, Sandro Gozi.

“Tutti contro Le Pen e B“Tutti contro Le Pen e Bardella, così battiamo Putin. Poi si potrà costruire un’alleanza democratica”ardella, così battiamo Putin. Poi si potrà costruire un’alleanza democratica” Italiano, ma nel gruppo francese. Nel gruppo Renew Europe, dov’è solo soletto. Il romagnolo Sandro Gozi, già sottosegretario agli Affari europei dei governi Renzi e Gentiloni, deve la sua elezione per la seconda volta nel Parlamento europeo alla lista di Emmanuel Macron e François Bayrou. Non potevamo che chiedere a lui come si posizioneranno i riformisti davanti al rebus del secondo turno. Per quale ragione i francesi hanno punito Macron, quali sono stati i punti di frattura? «Paura, impazienza e metodo. I francesi hanno paura per il loro potere d’acquisto, per l’insicurezza, per la guerra. E hanno interpretato la volontà riformatrice di Macron come un’imposizione, forse per insufficienza di dialogo e di spiegazione, soprattutto su leggi su pensioni e migrazione. Senza vedere i risultati di queste riforme, che richiedono tempo per manifestarsi. C’è molta irrazionalità in tutto questo, dato che il potere d’acquisto in Francia è cresciuto molto più che altrove, il salario minimo è stato aumentato, la disoccupazione non è mai stata così bassa e gli investimenti esteri mai così alti». Bardella non ha mai amministrato niente, questo innamoramento collettivo del 30% dei francesi di che cosa è segno? Il populismo sta vincendo anche in Francia…
«Nel 2016 noi perdemmo il referendum in Italia, ci fu la Brexit e arrivò Trump. E in Francia un nuovissimo leader batteva un’estrema destra che era molto vicina al potere. E la ribatteva nel 2022. Macron non ha provocato l’estremismo e il populismo, che anche in Francia esistevano prima di lui, ma li ha battuti due volte. Senza Macron, Le Pen sarebbe arrivata all’Eliseo nel 2017». La sua elezione in Francia, per la seconda volta, fa di lei l’unico italiano di Renew Europe. Potrebbe essere lei a guidare la riunione dei riformisti italiani, la federazione dei centristi?
«Sono fiero di incarnare questa politica transnazionale che imparai da Marco Pannella. La mia rielezione in Francia in un contesto difficilissimo ha un valore particolare e sono molto riconoscente a Macron e Bayrou per la loro fiducia. Ora voglio impegnarmi a fondo in Europa. Guardo sempre con grandissima attenzione l’Italia, e sono estremamente deluso, come tutti in Renew, per il risultato. L’iniziativa di Bonino e Renzi era quella giusta. La decisione di Calenda di rifiutare l’alleanza di scopo, e di fare campagna contro la lista Stati-Uniti d’Europa ha provocato un danno enorme. La delegazione italiana sarebbe stata la seconda in Renew e Renew il terzo gruppo anziché il quarto. Vedo che per vari esponenti di Azione dal 9 giugno poco o nulla è cambiato. Fintantoché i protagonisti e gli atteggiamenti rimarranno gli stessi, non credo ci sia la possibilità di fare alcunché. Ma se qualcosa cambia, noi come Renew siamo pronti a dare il nostro sostegno». Se lei fosse un elettore francese, come si comporterebbe il 7 luglio? Per chi voterebbe al secondo turno?
«Mai il rischio e la minaccia di un’estrema destra al potere sono stati così concreti. Le Pen e Bardella negano i valori fondamentali della Repubblica e sono un gravissimo pericolo per l’Europa. Certamente voterei per il candidato del collegio in grado di battere il Rassemblement National». Il dissidio dei riformisti è un nodo difficile da sciogliere. Nei sistemi bipolari il voto dei centristi-riformisti è lo swing-vote, quello che può cambiare gli equilibri…
«Innanzitutto, vorrei sottolineare come il centro in Francia rimanga una forza con più del 20% dei suffragi. Il cosiddetto ritorno al bipolarismo non c’è. La Francia è divisa in 3 blocchi di cui 2 sono sotto l’influenza dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. Glucksmann, tanto esaltato in Italia, ha perso una grande occasione per costruire veramente una social-democrazia europeista ed ecologista rompendo con Mélenchon. Ora dobbiamo battere Le Pen. Se ci riusciamo, poi dovremo lavorare a un’alleanza di democratici, repubblicani ed europeisti di centro, destra e sinistra, senza concedere nulla agli xenofobi e agli antisemiti». La Francia si può fidare di Bardella, di Le Pen? Non sono legati a Putin, e al peggiore passato?
«No, né la Francia né l’Europa possono fidarsi di loro: affondano le loro radici nella Francia di Vichy, sono stati finanziati da Putin, sono contro l’Ucraina, ambigui sulla NATO, decisi a fare implodere l’Unione europea. Sarebbero una pessima notizia non solo per Parigi ma anche per Roma». I riformisti si possono fidare di Mélenchon? Cioè un antieuropeista, antisemita, anti-Nato che si oppone a tutti i valori incarnati da Macron?
«No, ma Mélenchon non può vincere le elezioni, Le Pen invece si. Per questo, dobbiamo sostenere tutti i candidati in grado di battere l’estrema destra. Certo, in alcuni collegi, capisco che sarà difficile per i nostri elettori votare i candidati più violenti e provocatori di Mélenchon, ma si tratta di casi piuttosto limitati». L’instabilità francese, il voto americano, il semestre ungherese ci portano verso una tempesta perfetta? Comunque vada, al secondo turno, Putin mette uno zampino all’Eliseo?
«No, battendo Le Pen battiamo anche Putin. Il semestre ungherese farà danni limitati perché il lavoro legislativo comincerà in gennaio, ma senza dubbio come simbolo è molto negativo. Le elezioni americane avranno effetti in tutto il mondo. E dovremo fare anche attenzione agli effetti che produrrà a Roma, dove FdI e Lega sono entrambi alleati dei trumpisti».

Crisi di astensione. L’orbanizzazione di Meloni che fa male all’Europa

All’inizio la premier è stata dialogante, lontana dall’omologo ungherese, ma ora, dopo il voto, c’è il rischio di destabilizzazione. Per superarlo, le forze europeiste devono coinvolgere i sovranisti nella discussione. Il voto di Giorgia Meloni al Consiglio europeo del 28-29 giugno contro Kaja Kallas e Antonio Costa e la sua astensione su Ursula von der Leyen sono destinati ad avere un impatto potenzialmente destabilizzante sull’impianto politico-istituzionale europeo. Sembra infatti essersi avverata la profezia che circolava in Europa prima delle elezioni italiane del 2022: quella che preconizzava che l’Italia, con l’avvento di Giorgia Meloni alla guida del Paese e sulla scena politica europea, sarebbe diventata una seconda Ungheria.  Ma ci sono due osservazioni da fare in merito. La prima è che l’“orbanizzazione” di Meloni è avvenuta in maniera molto diversa da come tanti osservatori europei pensavano due anni fa; la seconda, che la responsabilità è condivisa tra Meloni e il resto della leadership europea. Sul primo punto, è innegabile che Giorgia Meloni all’inizio del suo mandato avesse scelto una strada pragmatica e dialogante con le istituzioni europee, non soltanto ponendosi in pima linea nella difesa a oltranza dell’Ucraina e dell’appoggio al governo di Volodymyr Zelensky, ma anche mostrando grande cautela sui conti pubblici e nella gestione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e lavorando di sponda con la Presidente von der Leyen sul dossier migratorio. Una linea ben diversa dunque da quella del suo omologo ungherese, considerato da tutti un paria per la sua posizione filo-russa e per aver tentato a più riprese di bloccare la reazione europea all’invasione dell’Ucraina, dagli aiuti militari alle sanzioni, oltre che per le sue aperture al rivale strategico cinese e alle gravi violazioni dello stato di diritto e della libertà di stampa in patria. Tuttavia, l’approccio di Meloni ha subito una virata dopo le ultime elezioni europee e in particolare nella partita per le nomine, fino ad arrivare alla decisione di porsi dalla stessa parte di Orban e contro il resto della comunità dei leader contestando l’accordo finale.  Se anche si trattasse di pura tattica politica e se pure portasse a risultati concreti nel breve termine, ad esempio con l’assegnazione all’Italia di una vicepresidenza con un portafoglio di peso nella prossima Commissione, questo cambio di passo potrebbe avere conseguenze assai deleterie sul futuro europeo. Segnala infatti lo sdoganamento di un metodo tradizionalmente estraneo ai consessi europei, dove la ricerca spasmodica del consenso ha garantito negli anni una sostanziale tenuta politico-istituzionale dell’Unione, sebbene abbia determinato non di rado risposte disfunzionali o tardive a questioni anche cruciali e urgenti. Le crepe del sistema avevano cominciato a farsi evidenti proprio con Victor Orbán, ma ha finora prevalso la convinzione che fosse una deviazione eccezionale e temporanea da raddrizzare con i metodi e gli strumenti di sempre. Così vanno interpretati gli stratagemmi utilizzati nei mesi scorsi dai leader europei per neutralizzare i veti ungheresi sulle sanzioni alla Russia o l’avvio dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina. Nella stessa ottica va vista la determinazione di arrivare a un accordo sulle nomine tra le forze europeiste e moderate escludendo i rappresentanti delle nuove destre, che nel caso italiano però si trovano anche alla guida del governo di uno dei Paesi fondatori e seconda economia manifatturiera europea – come ha tenuto a precisare il vice premier Tajani. Il voto di Meloni ha fatto capire che i tempi sono cambiati e che non si possono più dare per scontati i rapporti di forza e le dinamiche del passato. Il rischio conseguente alla modalità negoziale scelta dalla Presidente italiana, tuttavia, è quello di alimentare una logica di contrapposizione e di ridurre i negoziati europei a processi puramente transazionali, in cui la legittima difesa degli interessi nazionali non ha limiti e si spinge fino a minare le basi della costruzione comune europea. Il risultato, qualora una simile impostazione venisse adottata da diversi Stati membri, sarebbe la paralisi totale dell’Unione, o peggio ancora la sua frammentazione politica.  Da questo punto di vista, Meloni e gli altri leader europei, Emmanuel Macron e Olaf Scholz in primis, hanno peccato per un misto di hybris e ingenuità e portano le responsabilità di un potenziale contagio, a maggior ragione con l’incognita Le Pen/Bardella in Francia. L’obiettivo di arginare le spinte nazionaliste ed estremiste a livello europeo è pienamente condivisibile. È necessario però da parte delle forze europeiste un approccio più razionale ed articolato, che sappia coinvolgere appieno nel gioco europeo quelle forze sovraniste che si dimostrano disponibili a rispettare le linee rosse invalicabili per la tenuta del sistema dell’Ue: il rispetto dello stato di diritto, della lettera e dello spirito dei Trattati.

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Il salvifico doppio turno in Francia e il dovere dell’elettore democratico.

Non sarà facile per un liberale votare ai ballottaggi del 7 luglio un candidato di France Insoumise, né per un elettore comunista sostenere un politico macroniano. Ma per fortuna lo si farà per evitare i fascisti al governo. Non c’è dubbio che il doppio turno sia l’unico sistema elettorale che può confermare ma anche correggere l’indicazione politica emersa al primo turno. Consente dunque maggiore libertà di scelta all’elettore, che al primo turno vota il candidato che preferisce e al secondo o lo conferma o sceglie quello che può bloccare il più lontano da lui. Ha due colpi in canna, insomma.  Politicamente, il doppio turno aiuta chi sa allearsi, anche se in funzione puramente anti: nel caso francese dopo lo choc del voto di domenica ha preso corpo le bloc, questa alleanza repubblicana macroniani-Fronte popolare per fermare il partito di estrema destra di Marine Le Pen ma in teoria potrebbe anche accadere il contrario, quindi di per sé non è vero che il doppio turno aiuta per forza la sinistra: è che i democratici possono estendere le loro alleanze mentre la destra più dei suoi confini non va. Così, nella situazione francese il doppio turno è una benedizione perché consente, seppure forzatamente, di fare ciò che in Italia non è stato politicamente possibile, cioè un’alleanza democratica larghissima che avrebbe costretto Giorgia Meloni a continuare a fare quello che ha fatto tutta la vita, cioè sbraitare all’opposizione.  Bloccare gli eredi dei fascisti grazie a un’intesa agevolata, se non addirittura obbligata, dal meccanismo elettorale è il compito difficile ma non impossibile per le forze democratiche francesi. Con tutti i problemi, beninteso, che un’alleanza forzata comporta. Non è facile per un liberale votare un candidato di France Insoumise che pensa che i palestinesi abbiano diritto a una terra «dal fiume al mare», così come verrà il mal di pancia all’elettore comunista chiamato a votare per un sostenitore del capitalismo, degli Stati Uniti, di Israele e dell’Ucraina. Ma lo si farà.  Quando in gioco c’è la qualità della democrazia si sceglie il meno peggio, si trova un punto di equilibrio, si accantonano i dissensi, si rinviano a dopo. Meglio un’alleanza priva di un progetto politico unitario che un partito che quel programma ce l’ha ma è anti europeo, xenofobo, nazionalista, amico di Vladimir Putin e probabilmente inabile sul piano economico. Meglio la padella che cadere nella brace. Lunga vita al doppio turno, una speranza per le forze democratiche.

Sbrollini: “Rendere la salute dei cittadini fulcro delle politiche urbane”.

Intervista a Daniela Sbrollini .La nostra conversazione con Daniela Sbrollini, Vicepresidente della Commissione affari sociali del Senato, si sviluppa attorno ad un concetto semplice e chiarissimo: la sanità pubblica rappresenta un vero e proprio modello di tutela della salute e dovremmo considerarlo come un pilastro essenziale del sistema. Tra emergenze ed esigenze, la senatrice entra poi nel merito di criticità e punti di forza. Lei è oggi vicepresidente della Commissione Affari sociali del Senato. I problemi della nostra sanità sono molti e per il prossimo futuro non sono pochi quelli che parlano di “rischio collasso” per il sistema nel suo complesso. Facciamo il punto: quali i principali pericoli all’orizzonte? La sanità pubblica italiana rappresenta ancora oggi, in Europa e nel mondo, un vero e proprio modello di tutela della salute, che ha garantito agli italiani, nel corso degli anni, il miglioramento delle condizioni di vita, la riduzione delle patologie, maggiore longevità e benessere e una risposta collettiva ai bisogni di salute e di vita di cittadini, famiglie e società nel suo complesso. Sono tuttavia diverse le criticità che affliggono il nostro Ssn, come il divario nella quantità e qualità dei servizi forniti dalle singole Regioni, legato sia alla diversa dotazione infrastrutturale, sia a capacità di programmazione e gestionali non omogenee. A gravare sul sistema c’è l’insufficiente compensazione del ridimensionamento dei servizi ospedalieri ordinari con un rafforzamento di quelli territoriali, soprattutto in alcune Regioni, e le difficoltà di accesso fisico (liste di attesa) ed economico alle cure; e ancora, lo spostamento della domanda verso il privato come scelta obbligata per ritardi o mancanza di prestazioni da parte del settore pubblico, la carenza di personale e, non ultimo, l’assenza di investimenti e programmi di spesa di prospettiva nel settore. Servono più soldi, o più organizzazione? Dobbiamo investire sul nostro Sistema Sanitario e affrontare le emergenze, ma con una visione di lungo periodo. Sul piano dell’assistenza territoriale, nonostante i servizi sanitari e sociosanitari diffusi capillarmente sul territorio e il fondamentale ruolo di “filtro” svolto dai medici di base, il pronto soccorso viene percepito come unica opportunità per essere valutati adeguatamente, con conseguenti difficoltà sul piano delle risposte di tipo emergenziale. L’assenza di risorse, il blocco delle assunzioni nelle regioni in piano di rientro e il tasso di turnover negativo hanno determinato un aumento dell’età media del personale medico e infermieristico, spesso costretto a turni estenuanti e ininterrotti che in non pochi casi si sono riflessi direttamente sulla salute dei medici e degli infermieri. La necessità di immettere nuovo organico nel Ssn è dimostrata anche dalla forte carenza di personale, anche per effetto dei pensionamenti. Occorre la determinazione di mettere in campo le risorse adeguate e utilizzarle con un’ampia prospettiva per affrontare le criticità. Sono sempre più i concordi nel dire che al Servizio Sanitario non servano tanto “aggiustamenti”, quanto una vera e propria riforma strutturale. Lei concorda? È necessario avere un punto di vista strategico e considerare la sanità, a sua volta, come un pilastro essenziale per tutto il sistema. Anzitutto reperire le risorse finanziarie necessarie a rispondere alle criticità e, quindi, elaborare un quadro strutturale di interventi: favorire il ricambio generazionale del personale medico e infermieristico, assicurare maggiore attrattività alle professioni sanitarie, incrementando le remunerazioni e le indennità specifiche, elaborare un piano nazionale pluriennale di interventi di prevenzione e un piano di potenziamento della sanità e assistenza territoriale. E ancora, adottare un piano nazionale di edilizia ospedaliera che comporti il rinnovamento delle strutture sanitarie, i cui edifici risalgono, nel 70 per cento dei casi, a più di cinquant’anni fa, e garantire l’equo accesso alle cure e ai trattamenti su tutto il territorio nazionale. In questo scenario l’innovazione farmaceutica gioca un ruolo fondamentale e importante, che non può essere relegato al mero calcolo del costo del farmaco e della spesa farmaceutica, ma che piuttosto va considerato come valore aggiunto e risorsa che contribuisce al miglioramento della qualità di vita delle persone. Non abbiamo preso il Mes. La domanda è secca: ci possiamo permettere di rinunciare a quei fondi? È sfumata la possibilità di ottenere i circa 37 miliardi di euro la cui unica condizionalità sarebbe stata l’utilizzo di tali risorse esclusivamente per sostenere il finanziamento, diretto e indiretto, del sistema sanitario nazionale. Queste risorse avrebbero rappresentato puro ossigeno per il nostro sistema. Preconcetti ideologici e fake news non possono in alcun modo giustificare l’assenza di risorse e risposte rispetto alle esigenze di cura e assistenza di cittadini e famiglie. A medio e lungo termine occorre battersi in Europa per la riapertura dei termini del Mes sanitario, a cui il governo italiano, per motivi ideologici, ha detto no e che invece ci consentirebbero di risolvere l’emergenza e mettere a sistema il nostro servizio sanitario nazionale, che è ancora un fiore all’occhiello dell’Italia. Ma dobbiamo salvarlo, e non con provvedimenti spot. Lei è molto attenta al tema della prevenzione. Questa è a detta di molti una carta che dovremmo giocarci al meglio sia in chiave “salute” per i cittadini, ma anche in ordine alla sostenibilità del sistema. Facciamo abbastanza su questo punto? La promozione di un’adeguata politica di prevenzione costituisce una questione chiave per il presente e per il futuro. Si tratta, infatti, di un punto imprescindibile per una politica che voglia realmente affrontare, su un piano globale, le criticità relative alla salute e alla tenuta del sistema. Ma, ancora oggi, in un momento così complesso per la nostra sanità, la prevenzione troppo spesso è la vittima sacrificale di tagli, il cui impatto negativo ricade sul sistema stesso e sui cittadini. È una deriva che rischia di divenire inarrestabile: non investendo a sufficienza in prevenzione, il sistema si fragilizza e diventa sempre più difficile, anche per mancanza di volontà politica, trovare le risorse adeguate. Il problema è anche ascrivibile a una cattiva comunicazione? È sbagliato il modo in cui comunichiamo le nostre campagne di prevenzione o il problema è culturale (e allora sarebbe opportuno intervenire partendo dalle scuole)? Il 43% degli italiani non fa più prevenzione. I motivi sono economici e sociali, ma anche culturali: non c’è la conoscenza dell’importanza di questo tema. Bisogna anzitutto puntare sulla promozione di una cultura che supporti le scelte politiche in questa direzione. Occorre un forte impegno di sensibilizzazione a tutti i livelli, anche sul piano mediatico, per mettere il tema al centro del discorso pubblico. Bisogna agire con strumenti educativi e culturali, e con la comunicazione, senza incertezze, a partire dalla consapevolezza che ogni euro che investiamo oggi sulla sanità e sulla salute dei cittadini significa poi dimezzare i costi, rendere più efficace il contrasto alle malattie croniche e avere cittadini sani. Occorre un nuovo patto tra le istituzioni, il mondo medico e scientifico, i pazienti, che renda la prevenzione un cardine del sistema, e un nuovo patto educativo tra famiglia e scuola: è con questo scopo, per promuovere questa alleanza educativa, che ho depositato anche una proposta di legge per ripristinare il medico scolastico in quanto presidio fondamentale per la sicurezza dei bambini nelle scuole.
Lo stesso si potrebbe dire per obesità e diabete dove gli stili di vita sono fondamentali. I numeri sui giovanissimi, soprattutto, sono significativi. Lei è vicepresidente dell’Intergruppo ad hoc e chi meglio di lei può dirci quale è la situazione e cosa potremmo fare per provare a invertire un trend che impatta, tra le altre cose, su un’ampia gamma di cronicità? L’impegno contro l’obesità e  il diabete richiede un lavoro comune su più fronti. A partire dalla prevenzione, ma non solo. Come evidenziato dai recenti Stati Generali sul Diabete, promossi insieme dall’Intergruppo parlamentare Obesità diabete e malattie croniche non trasmissibili, FeSDI – Federazione delle società diabetologiche italiane e Università di Roma Tor Vergata, serve una rete endocrino-diabetologica più forte e un accesso davvero equo e uniforme alle cure in tutto il Paese. Occorrono maggiori investimenti su prevenzione e diagnosi precoce, e questo vale, oltre che per il diabete, per tutte le malattie non trasmissibili, e promuovere la concreta digitalizzazione del sistema sanitario. È importante che questi temi siano al centro dell’agenda politica. Lo scorso 4 marzo, in occasione della Giornata Mondiale dell’Obesità sono stata tra i firmatari di una mozione depositata presso il Senato, in occasione della Giornata Mondiale dell’Obesità, che ha incorporato i contenuti del “Manifesto per il contrasto all’obesità, come malattia cronica da affrontare in maniera sinergica multidisciplinare e olistica, libera da pregiudizi, stigma e discriminazione”, sottoscritto da oltre 20 organizzazioni in Italia. A proposito di scuola e di buone abitudini: lo sport è una tessera importantissima in campo educativo, sociale e di salute. Lo abbiamo scritto in Costituzione, ma secondo lei il messaggio è passato anche nel Paese? Lo sport è un “farmaco” che non ha controindicazioni e fa bene a tutte le età. Promuovere sport e attività fisica significa agire per la salute dei cittadini, ma non solo, perché lo sport è un grande motore di sviluppo su più fronti, da quello economico a quello sociale. Ritengo che le istituzioni debbano lavorare di più per far sì che sport e attività fisica possano essere al centro degli stili di vita delle persone. Come Intergruppo parlamentare siamo fortemente impegnati in questo obiettivo, e io stessa ho presentato un disegno di legge per dare la possibilità a pediatri, medici di medicina generale e specialisti di inserirlo in ricetta medica, così che le famiglie possano usufruire delle detrazioni fiscali. È fondamentale mettere questo tema al centro delle politiche di prevenzione e dell’agenda istituzionale, e agevolare le condizioni che consentano la pratica sportiva e l’attività fisica alle persone di tutte le età. In passato è stata impegnata attivamente nell’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani). Quale ruolo possono assumere comuni e città per riuscire ad essere vicini ai cittadini in modo “salutare”? Credo che il ruolo dei Comuni, anche alla luce della mia esperienza di intensa collaborazione nel corso degli anni con questa realtà, possa essere molto importante. Il contesto attuale di forte urbanizzazione rende sempre più urgente mettere in atto politiche sociali, culturali ed economiche che portino a uno sviluppo urbano consapevole con la salute come obiettivo primario. L’urbanizzazione è una delle maggiori sfide di sanità pubblica del nostro tempo, dobbiamo affrontarla con tutti gli strumenti a disposizione, in un approccio globale, a partire dall’incentivazione dello sport e dell’attività fisica, che svolgono di certo un ruolo fondamentale. Oggi più della metà della popolazione mondiale vive nelle città, che contribuiscono per il 70 per cento alle emissioni globali di carbonio e per oltre il 60 per cento all’uso delle risorse. Questo fenomeno di grande urbanizzazione va conciliato con il diritto di ogni cittadino a una vita sana e integrata nel proprio contesto urbano. Occorre rendere la salute dei cittadini il fulcro delle politiche urbane, promuovere un assetto One Health che tenga conto delle connessioni tra salute umana, animale e ambientale considerando tutti i rischi per la salute umana. Innovazione e digitalizzazione. Quanto possono agevolare il percorso di cura delle malattie croniche e quali i loro limiti? La telemedicina rappresenta una risorsa essenziale per l’evoluzione virtuosa del nostro Sistema Sanitario. È un dato di fatto e un valore, questo, trasversalmente riconosciuto. Eppure per implementare questo percorso è opportuno richiamare l’attenzione sulle contraddizioni, anche solo di carattere burocratico, che lo ostacolano e su cui è urgente intervenire. L’uso della telemedicina, attraverso l’assistenza e il monitoraggio dei pazienti a distanza, offre la risposta sanitaria adeguata alle esigenze di una popolazione che registra un forte invecchiamento e un aumento delle malattie croniche ed è elemento imprescindibile della ristrutturazione e razionalizzazione del sistema sanitario. La telemedicina può svolgere un ruolo essenziale nell’accrescere l’equità nell’accesso ai servizi socio-sanitari nei territori remoti, ridistribuire le risorse umane e tecnologiche tra diversi presidi, consentendo di coprire la necessità di competenze professionali spesso carenti e assicurare la continuità dell’assistenza sul territorio, e offrire, grazie alla disponibilità di servizi di teleconsulto, un supporto ai servizi mobili d’urgenza o per le zone remote. Occorre rimuovere tutti gli ostacoli che ne rallentano l’affermazione nel nostro Sistema Sanitario. Con le lezioni che avremmo imparato dal Covid si potrebbero scrivere pagine di letteratura. Le faccio la domanda opposta: c’è qualcosa secondo lei che avremmo dovuto imparare, e che invece non dimostriamo di aver fatto? Penso che l’esperienza drammatica del covid debba farci riflettere ancora a fondo. Manca ancora una visione di lungo periodo per affrontare non solo le emergenze sanitarie, ma anche la quotidiana tutela del diritto alla salute. Nonostante la lieve ripresa degli ultimi due anni, i volumi delle prestazioni sanitarie non sono ancora tornati ai livelli pre- pandemici, né per le prestazioni programmate né per quelle urgenti. Ciò incide negativamente su un sistema di prevenzione tradizionalmente carente in ragione della mancanza di risorse finanziarie, umane e strumentali adeguate, cui si potrebbe dare risposta attraverso l’elaborazione di un piano nazionale pluriennale di interventi. I lunghi tempi d’attesa non riguardano solo le tempistiche relative alla diagnosi, ma anche quelle relative agli interventi terapeutici e assistenziali-riabilitativi, che vengono posti in essere con ritardi che spesso finiscono inesorabilmente per aggravare il quadro clinico del paziente. Si registrano criticità anche sul piano dell’assistenza di lungo termine prestata nelle strutture ospedaliere, il che significa difficoltà da parte del Ssn di garantire cure e assistenza con continuità e al di là di un orizzonte emergenziale. Per salvaguardare il servizio sanitario nazionale e garantire personale e strumentazione è indispensabile stanziare nuove risorse, prestando un sostegno concreto a tutte le strutture e le professionalità che si impegnano, nonostante le difficoltà ad adoperarsi per proteggere la salute dei cittadini. 

Il partito di estrema destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella, alleato con Eric Ciotti, ha ottenuto più del 33 per cento dei voti, ma molto si deciderà al secondo turno in programma il 7 luglio.

Macron prende, nonostante tutto, il 20% e viene definita una sconfitta totale? Non si respira tutta questa “paura dell’estrema sinistra” dal biennio rosso del 1919. Allora però almeno c’erano scioperi, occupazioni di fabbriche, la rivoluzione comunista in Russia… Oggi cosa c’è? Il pride? Capisco i fascisti nell’animo, ma che diamine di problema hanno i cosiddetti “moderati”?La grande paura della destra è probabilmente esagerata. Tutta la fanfara delle promesse durante la campagna si sgonfierà una volta arrivati al potere. E chi sarà investito della carica di primo ministro dovrà usare molto buonsenso se vuol durare. OK! Probabilmente RN otterrà buon risultato ma con il doppio turno non è finita fino a quando non è finita. Inoltre, ma da quand’è che chi prende un terzo dei voti totali del corpo elettorale si comporta come se avesse maggioranza schiacciante? Tale aspetto, opinione personalissima, mi porta a privilegiare una legge elettorale proporzionale. La rappresentanza non può essere cancellata dal principio della governabilità. Aggiungiamo: Il fatto che _potrebbero_ non rispettare le promesse (fatte sapendo di poter verosimilmente essere chiamati al governo, non con la certezza di restare all’opposizione) per me è ancora più grave. Perché nel frattempo hanno contribuito ad inquinare il dibattito su vari temi molto importanti, perché così facendo non risolvono i problemi ed anzi li aggravano bloccando per motivi ideologici anche le iniziative funzionanti già in essere, perché incentivano gli avversari politici a rispondere in modo altrettanto populista e, oltretutto, prendono platealmente per il culo i propri elettori. Si innesta quindi una spirale da cui è difficile uscire (come stiamo vedendo in Italia): gli elettori moderati sono spinti verso l’astensione mentre chi li ha votati, quando vedrà che non potranno rispettare quanto detto, si getterà semplicemente sul prossimo populista, spesso ancora più di destra.
Tra l’altro non è garantito che non seguiranno il proprio programma, soprattutto se dovessero ottenere una larga maggioranza. Gli esempi in alcuni Stati USA e dell’Est Europa ci insegnano che le democrazie e gli accordi internazionali non offrono contromisure sufficienti in questi casi e che anche i diritti fondamentali non sono acquisiti per sempre. Nel frattempo la credibilità del Paese si deteriora: quanto vale la parola di uno che non rispetta le promesse? Chi mi garantisce che stia agendo con “buon senso” solo perché non ha abbastanza potere o non ha sufficienti appoggi da parte degli altri capi di governo?

Per consolare i miei amici francesi

Tutti i sondaggi concordano nel dire che il partito di Marine Le Pen sarà il primo partito alle elezioni legislative del 30 giugno e che però probabilmente non avrà la maggioranza assoluta dei seggi per formare un governo. C’è da disperarsi? Tutti i sondaggi concordano nel dire che il partito di Marine Le Pen RN (Rassemblemt National) sarà Eed RA è il primo partito alle elezioni legislative del 30 giugno (primo turno) e 7 luglio (secondo turno), e che però probabilmente RN non avrà la maggioranza assoluta dei seggi per formare un governo. Ma ammettiamo il caso peggiore: che RN abbia la maggioranza assoluta e che Jordan Bardella, il suo giovane leader, diventi il primo ministro di Francia. C’è da disperarsi? Chi si dispera è perché ricorda che molto spesso le dittature fasciste hanno preso il potere per via democratica. Fu questo il caso del partito nazista in Germania nel 1933, giunto al potere attraverso libere elezioni. Ma fu anche il caso del fascismo in Italia, che già aveva una maggioranza parlamentare prima di diventare una dittatura. E sono stati democraticamente eletti dal popolo leader di oggi che assimiliamo a leader fascisti: Erdogan in Turchia, Modi in India, Orbàn in Ungheria, e persino Putin, giunto al potere quando ancora le opposizioni si potevano esprimere liberamente. Potrebbe accadere lo stesso in Francia? Potrebbe accadere. Ma è improbabile. Mai dire mai, né mai dire è impossibile. La storia non è deterministica, quindi è sempre incerta. La politica si fa sulla base delle probabilità, non delle certezze. Posso dire che è improbabile che Bardella e Le Pen instaurino una dittatura di destra anche perché sono italiano, ovvero vivo in un paese governato da circa due anni da una signora che non è molto dissimile da Marine Le Pen. Da tempo l’Italia è il laboratorio del Male politico in Occidente – noi abbiamo inventato il fascismo, abbiamo avuto il partito comunista più potente dell’Occidente, abbiamo inventato Berlusconi, e ora abbiamo una post-fascista che ci governa. Arriviamo sempre prima di altri. Alcuni dicono: “Macron non è uno stupido. Se ha sciolto le Camere ora, è proprio perché sa che il RN vincerà e formerà un governo. Vuole che l’estrema destra governi per un po’ così che i francesi vedranno bene che non cambieranno niente della Francia, se non forse in peggio. Come suol dirsi, plus ça change, plus c’est la même chose, più le cose cambiano, più le cose restano come prima.” Non so quali ragionamenti abbiano indotto Macron a promuovere queste elezioni da cui ne uscirà comunque sconfitto. Ma l’interpretazione più sopra, proprio perché molto sofisticata, potrebbe essere quella giusta. Il solo modo di disincantare da un partito anti-sistema è farlo governare. A meno che non diventi hitlerismo o putinismo, quel partito ben presto deluderà. E le masse frustrate – che non sono necessariamente quelle più povere – andranno a cercare qualche altro demagogo che prometterà di cambiare assolutamente tutto. L’abbiamo ben visto in Italia. Anni fa il profeta Beppe Grillo lanciò un movimento rivoluzionario per trasformare la democrazia rappresentativa in democrazia diretta sulla scia di Rousseau, e ha creato il M5S, un partito che non rispettava nessuna delle regole del Galateo politico in uso ormai da parte di tutte le forze politiche. Per esempio, i suoi deputati non dovevano accettare gran parte dello stipendio da deputato. Nel 2018 il M5S ha vinto le elezioni e ha governato, risultato: il suo consenso è crollato. Dopo che un partito e una coalizione governano, alla successiva elezione saranno sconfitti. Anche Berlusconi, che pure godeva di una roccia di consenso inscalfibile, ha perso sistematicamente le elezioni dopo aver governato[1]. Perché governare fa perdere quasi sempre consenso? Perché nel voto politico la massa esprime un coagulo di frustrazioni e malcontenti che sono impermeabili agli interventi dei governi. La massa soffre in modo crescente quel che Freud chiamò das Unbehagen in der Kultur, il malessere nella vita sociale, un malessere difficile da identificare, che trova però sempre in qualcuno o qualcosa il significante malefico in cui incarnarsi. Oggi per lo più la causa del malessere viene vista nella “casta politica” in generale come fonte di ogni male, ma a parte questo rancore qualunquista il maleficio che ci perseguita assume forme diverse per ciascuno di noi, ragion per cui è difficile che un governo, qualsiasi governo, possa liberare me da questo maleficio. All’inverso, vengono santificati leader politici che non hanno mai governato, rimasti eterna opposizione. Oggi in Italia vige il culto della figura di Enrico Berlinguer, capo del partito comunista dal 1972 al 1984, venerato come il politico più onesto, idealista, lungimirante, aperto… Ma questo perché ha perso tutte le elezioni, che venivano vinte sempre – dal 1948 al 1992 – dalla Democrazia Cristiana. Se Berlinguer avesse avuto modo di governare anche solo tre o quattro anni, il suo mito sarebbe presto crollato. Questo perché quando si governa si va incontro a problemi che l’agenda (ovvero, i programmi politici) di qualsiasi partito non prevedono. La realtà sociale è sempre troppo complessa perché un programma politico, per quanto elaborato ed esperto, possa incidervi. F.D. Roosevelt non fu eletto nel 1936 per fare la guerra mondiale contro Germania e Giappone; J. Carter non fu eletto nel 1977 per far fronte alla rivoluzione islamica in Iran; G. Bush Sr. non fu eletto per combattere Saddam Hussein, G. Bush Jr. non fu eletto nel 2004 per far fronte alla crisi economica del 2008, ecc. ecc. Tanti che votavano il PCI nella 1° Repubblica non erano né comunisti né simpatizzanti per l’URSS. Il voto per i comunisti era “il voto di sinistra”, dato che il partito socialista (PSI) era al governo dal 1963 in poi. Ben pochi suoi elettori pensavano che, una volta al governo, il PCI avesse instaurato un regime leninista. Analogamente, credo che oggi il voto per Meloni (FdI) come quello per Le Pen (RN) non sia voto di fascisti o di reazionari ferrei, ma sia “il voto di opposizione al sistema”, com’era per decenni il voto al PC in Italia e in Francia. E come è stato il voto al M5S. Ma che cosa è il sistema? Nessuno è in grado di descrivere un sistema socio-economico-politico, ma tutti diamo per scontato che esso esista e che siamo ingabbiati in esso. Il che è vero, nel senso che gli spazi dell’intervento politico sono abbastanza ristretti. Il voto anti-sistema è un voto che vuole quindi spezzare i limiti dell’intervento politico, che vuole rivendicare il diritto di poter cambiare radicalmente la realtà del proprio paese. Ma questo è molto difficile. Meloni, per esempio, come il RN francese per la Francia, aveva promesso una politica italiana aggressiva nei confronti dell’Unione Europea e di emancipazione dell’Italia da essa. “È finita la pacchia!” gridava Meloni, ovvero, da ora in poi l’Italia si sarebbe fatta sentire! La realtà è che i margini di politica autonoma dell’Italia in Europa si sono rivelati molto ristretti. Uscire dall’euro e dall’UE non si può, sarebbe una catastrofe per chi uscisse. Le velleità anti-europee cadono una ad una. Ma questo vale anche per politiche di sinistra. Mettiamo che il governo italiano cominci a tassare i grandi patrimoni in modo progressivo, come era un tempo. In questo caso gran parte dei capitali fuggirebbero verso paesi con tasse più basse, in Italia non investirebbe più nessuno, si amplierebbe a dismisura lo spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi…  Anche io sono in teoria per la tassazione progressiva delle ricchezze, ma non lo si può fare da soli: tutti i paesi del mondo importanti dovrebbero farlo allo stesso tempo. Nella rete mondiale un paese ha ben poche possibilità di scelta. Un paese singolo può andare contro-corrente sono pagando un prezzo altissimo. Meloni aveva promesso di limitare gli afflussi migratori verso l’Italia e quindi verso l’Europa. Ma finora non ci è riuscita affatto, perché la migrazione da Sud a Nord e da Est ad Ovest è un fenomeno planetario che ha una forza ben superiore a qualsiasi misura di filtraggio che può essere adottata dagli stati. È uno tsunami demografico col quale bisogna convivere, non lo si può arrestare. Insomma, tra il dire demagogico e il fare governativo c’è di mezzo il mare, è proprio il caso di dirlo. Trump proclamò la costruzione di un muro alla frontiera USA col Messico. Ma il muro già c’era! La massa di latino-americani che entra illegalmente negli US non scavalca muri, lo fa con ben altri marchingegni. Ma ai più è bastata la stupidaggine demagogica di un Muro contro l’Immigrazione, un muro disperato come quello costruito a Berlino nel 1961, per votare Trump. Il paradosso è che per un governo è molto facile scatenare una guerra spaventosa – come quella di Putin in Ucraina – molto più difficile, talvolta quasi impossibile, controllare i prezzi delle verdure o degli affitti, o limitare gli aborti! Per questa ragione di solito i governi si caratterizzano non per le loro “riforme strutturali” (come diceva in modo ambiguo quel PCI che perdeva sempre le elezioni) ma per misure direi bioetiche o “di costume”, che costano poco o niente. Sono misure narrative, come si dice oggi, che hanno un impatto minimo sulla realtà ma che danno gioia ai propri elettori. E questo sia a sinistra che a destra. La verità è che l’agone politico spesso appare focalizzato su questioni assolutamente irrilevanti sul piano concreto. Su “questioni di principio” che scatenano passioni pro e contro. Si pensi agli anni di lotte contro la TAV (Treno ad Alta Velocità) in Val di Susa! Una lotta contro un’ottantina di chilometri di strada ferrata, una delle tante tratte ferroviarie che si costruiscono in zone alpine. Ma per la Val di Susa certa sinistra ha scatenato il finimondo. Per una questione marginalissima. Si prendano certe proposte di legge della sinistra per tutelare maggiormente gli LGBT+ dalle discriminazioni, ovvero dalla cattiva opinione che tanti hanno di loro. Ma davvero i politici credono che basta fare leggi che puniscano l’omofobia per cambiare la mentalità della gente? È infliggendo una multa o una denuncia a chi racconta una barzelletta contro i gay o contro gli Ebrei che si combatte seriamente l’omofobia e l’antisemitismo? È mettere il carro davanti ai buoi. Le leggi prendono atto di un cambiamento di mentalità, non lo creano. La repressione poliziesca dell’intolleranza tende a rafforzare l’intolleranza. Stesso discorso per la destra che vorrebbe ripristinare le pene per l’aborto. In un mondo che svaluta sempre più la procreazione, e dove si è felici che la popolazione diminuisca, è quasi impossibile ormai tornare indietro. La Corte Suprema americana ha ridato la libertà ai singoli stati americani di promulgare leggi anti-abortiste. In pratica questo significa che se una donna di uno degli stati che proibiscono l’aborto vuole interrompere la gravidanza, andrà in auto nello stato liberal vicino per abortire. L’impatto pratico della sentenza della Corte Suprema è minimo, ma rientra nel feticismo narrativo degli anti-abortisti. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. Tutto per dire ai miei amici francesi di sinistra che – forse – non è il caso di disperarsi. Anche se governasse Bardella, il governo francese, proprio perché costituisce da oltre mezzo secolo assieme alla Germania l’asse portante dell’UE, non potrà cambiare fondamentalmente politica. Se la Francia si isolasse, perderebbe tutte le possibilità di restare un paese prospero e prestigioso, non conterebbe più nulla. Non potrebbe nemmeno cambiare la sua politica anti-putiniana, anche se tutti sanno che Putin ha finanziato Le Pen e tifa per lei. A meno che non cambi la linea politica a Washington DC, che non Trump venga eletto. Siccome Trump vuole la distruzione dell’Europa unita e della NATO, allora sì che i paesi europei sarebbero costretti a scelte inedite, difficilissime, drammatiche. Per esempio, difendere o meno l’Ucraina se gli US si ritirassero dalla partita? Far sopravvivere o meno una NATO senza gli Stati Uniti? C’è da rabbrividire. Trump vuole insomma la fine dell’imperialismo americano, il suo ritiro nella lettera della dottrina Monroe. Perciò, se fossi un americano di sinistra radicale, uno come Chomsky, voterei sicuramente per Trump: la sua è vera politica anti-imperialista! Egli riprende una politica isolazionista che ha caratterizzato i partiti conservatori americani da almeno un secolo. Ma questo significa che, ancora una volta, il vero destino dell’Italia e della Francia non si gioca né a Roma né a Parigi, e nemmeno a Washington DC. Si decide in alcuni stati americani: Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin. Gli stati che oggi decidono chi deve essere il presidente USA. Il destino delle politiche europee oggi si gioca a Phoenix (Arizona) e a Raleigh (North Carolina). E chi conosce Phoenix e Raleigh? Insomma, Français encore un effort pour n’être pas fascistes![2] [1] Le ha vinte nel 1994, nel 2001, nel 2008, nel 2022. Le ha perse nel 1996, nel 2006, nel 2013, nel 2018. [2] Tutti i francesi conoscono la famosa esortazione del marchese de Sade all’epoca della Rivoluzione: “francesi, ancora una sforzo per essere repubblicani!”

Borse Ue in rialzo dopo il voto francese, Parigi e Milano le migliori con le banche.

 Viaggiano in netto rialzo le Borse europee dopo l’esito del primo turno delle elezioni parlamentari francesi. Il voto ha confermato le tendenze della vigilia con l’affermazione di Rassemblement National di Marine Le Pen, accreditata del 34% circa, e la sinistra del Nuovo Fronte Popolare al 28% mentre la formazione del presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, si ferma intorno al 21%: per il momento però Le Pen non avrebbe la maggioranza assoluta dell’Assemblea Nazionale e le prime dichiarazioni sulla volontà di creare un blocco anti-RN nel secondo turno del 7 luglio lasciano aperte le valutazioni sul futuro assetto politico francese. «Un parlamento bloccato è lontano dall’essere politicamente ideale, ma non è necessariamente il risultato più sfavorevole per il mercato. Per questo motivo, gli spread OAT-Bund potrebbero beneficiarne, ma fatichiamo a vedere un recupero consistente e sostenibile» commenta Peter Goves, Head of developed market debt sovereign research di Mfs Im, all’esito del voto. Nel corso della settimana, il fattore politico resterà uno di quelli chiave con le elezioni in Uk (il 4 luglio) che si aggiungeranno all’attesa del secondo turno francese (domenica 7) mentre, sul lato economico, prende il via il forum delle banche centrali di Sintra organizzato dalla Bce con diversi interventi di Christine Lagarde e Jerome Powell. Sul fronte macroeconomico, nell’Eurozona l’indice Pmi manifatturiero di giugno è sceso a 45,8, in Italia è salito oltre le attese al 45,7 dal 45,6 di maggio, mentre in Francia e in Germania è sceso rispettivamente a 45,4 (da 46,4) e a 43,5 (da 45,4). In calendario per martedì 2 luglio l’inflazione dell’eurozona di giugno e per venerdì 5 luglio il rapporto mensile Usa sul mercato del lavoro. A Milano solido il comparto bancario con Bper e Mps. A Piazza Affari, svetta il comparto bancario con Banca Pop Er e Banca Mps tra i titoli migliori del listino. Acquisti anche su Banco Bpm , Banca Pop Sondr e Unicredit . Vivaci Stellantis e Iveco Group tra gli industriali. Timida Telecom Italia nel giorno della formalizzazione del passaggio della rete infrastrutturale al veicolo del fondo americano Kkr partecipato dal ministero dell’Economia. Deboli Leonardo – Finmeccanica , Erg e Diasorin . Spread in deciso calo a 151 punti. Cala a 151 punti lo spread tra BTp e Bund ( dai 157 del closing precedente) con una forte risalita del rendimento del decennale tedesco. All’indomani del voto del primo turno delle elezioni legislative in Francia il mercato vede lo spread dei titoli francesi scendere a 68 punti dai 75 del finale di venerdì con un rendimento al 3,21% dal 3,24 per cento dell’ultimo closing. In calo anche il rendimento del BTp decennale benchmark che ha registra una prima posizione al 4,04%, rispetto al 4,06% dell’ultimo riferimento.L’euro si rafforza sul dollaro, salgono petrolio e gas. Sul mercato valutario l’euro si rafforza sul dollaro e si porta sopra quota 1,075 (da 1,071 al closing di veenrdì). Continua, invece, la debolezza dello Yen. Petrolio in rialzo di oltre mezzo punto percentuale con il Brent settembre che scambia sopra gli 85 dollari al barile e il Wti agosto a oltre 82 dollari al barile. In rialzo anche il gas naturale che punta ai 35 euro al megawattora.Tokyo in rialzo, Pil giapponese I trimestre rivisto al ribasso. La Borsa di Tokyo ha chiuso in rialzo, rassicurata dall’economia americana e nonostante la contrazione dell’attività industriale in Cina. L’indice Nikkei ha guadagnato lo 0,12% a 39.631,06 punti, mentre il Topix ha guadagnato lo 0,52% a 2.824,28 punti. Il Nikkei, tuttavia, ha perso slancio a causa delle prese di profitto. Anche il Pil giapponese del primo trimestre è stato rivisto al ribasso (-0,7% anziché -0,5% fino ad allora), a causa soprattutto degli investimenti pubblici e residenziali privati inferiori alle attese, ma questo non dovrebbe dissuadere la Banca del Giappone dal rialzare i tassi,, come previsto da alcuni economisti per fine luglio. Una stretta monetaria da parte della BoJ potrebbe arginare la debolezza dello yen, che in generale costituisce un fattore di sostegno per il mercato giapponese, ma rappresenta anche un rischio perché gli operatori stranieri che investono in dollari vedono i guadagni ridursi.

L’Europa del “quintetto” parte male, con Stati decisori ed altri spettatori.

L’economia italiana non consente sussulti d’orgoglio. E la situazione non è certo ascrivibile alla “marea nera”. Che poi i soliti tafazzi siano entusiasti per la conventio ad escludendum dimostra come la democrazia, per questi fenomeni, sia tale unicamente quando il responso delle urne è loro favorevole. Se vogliamo recuperare credibilità e autorevolezza, oltre che qualche margine d’azione in più, la nostra priorità deve essere quella di ridurre il deficit e abbattere il debito pubblico. Magari evitando quel mantra per il quale il debito si abbatte con la crescita. Crescita che, in condizioni normali, non riusciamo mai a produrre perché non vogliamo cambiare, e quindi fare quelle riforme che da decenni sappiamo di dover fare ma che non vogliamo fare. La crisi italiana è una crisi innanzitutto culturale e si traduce nel rifiuto di accettare la realtà per quella che è. In questo attacco agli interessi eoccidentalei ed europei, la quinta colonna in Italia è rappresentata da Salvini con il suo lepenismo e trumpismo. Nel frattempo, il mainstream mediatico si concentra su Meloni, mancando clamorosamente il vero bersaglio. E L’Europa del “quintetto” parte male! Hanno deciso cinque leader. Escludere per ragioni partitiche l’Italia significa svalutare la nostra Repubblica. Ora ci spetta una vicepresidenza esecutiva. L’ultimo Consiglio “enciclopedico”, che ha discusso di tutto e di niente, è un’esperienza da accantonare, per ripartire dai rapporti di Renzi e Draghi, dalle loro capacità progettuali adatte all’Europa del XXI secolo. Il Consiglio europeo, la cui durata era prevista per il 27 e 28 giugno, si è concluso in un giorno. Eppure l’Agenda era molto impegnativa sia per quantità che qualità dei temi da trattare, sia per le decisioni da assumere. Sono stati esaminati in sequenza sette temi ai quali si sono aggiunti almeno quattro approfondimenti. È impossibile che in un giorno si siano discussi tanti e così complessi argomenti. Per questo la mia valutazione è che sia stato fatto un riassunto approssimativo di precedenti Consigli con accentuazioni sul sostegno incondizionato all’Ucraina e sul potenziamento della spesa per armamenti. Commentare questa Consiglio “enciclopedico” è impossibile e quindi mi limiterò ad alcuni temi: quello delle nomine per il quinquennio 2024-29 e quello dell’economia.. Le nomine: un “quintetto” per decidere il “quinquennio” 2024-2029. Il tema centrale del Consiglio sono state le nomine per il quinquennio 2024-2029. In Italia molto si è detto prima e dopo il Consiglio stesso. La critica ex ante è stata non solo quella della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Parlamento, dove ha purtroppo mischiato critiche all’Ue (alcune corrette, altre sbagliate) con quelle condivisibile al “quintetto di Stati grandi elettori”. Lo stesso presidente Sergio Mattarella, con espressioni misurate ma nette, ha ricordato prima del Consiglio europeo che l’Italia è uno Stato fondatore della Europa Unita con una dimensione che ne fa tuttora uno dei tre maggiori. Sono valutazioni condivise anche da gran parte della opinione pubblica qualificata ed europeista. La preoccupazione, che poi si è materializzata, era che il Consiglio si avviasse a ratificare un pacchetto di nomine già concordato da un’alleanza di cinque governi e di tre partiti. Cosi hanno “deciso” il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il premier spagnolo Pedro Sánchez, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro polacco Donald Tusk e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Il quintetto è stato rafforzato anche con il premier olandese uscente (in quanto nominato segretario generale della Nato) Mark Rutte! Sono tutti espressione dei Popolari, Socialdemocratici e Liberali, che hanno una lunga e importante storia per la costruzione europea, ma che in questo momento cruciale per l’Ue e l’Europa avrebbero dovuto pensare più al “consenso”. È vero che sarà il Parlamento europeo ad approvare o meno le nomine proposte dal Consiglio e cioè quella della presidente delle Commissione (riconfermata Ursula von der Leyen), quella dell’Alto rappresentante della politica estera e della sicurezza europea (l’ex primo ministro estone Kaja Kallas). Quindi qui la democrazia parlamentare avrà modo di esprimersi, ma la rappresentazione interna e internazionale dell’Ue è che ci sono Stati decisori ed altri spettatori. Quanto alla nomina come presidente del Consiglio europeo di Antonio Costa (già primo ministro del Portogallo) è definitiva e non passerà dal Parlamento europeo perché così stabiliscono i Trattati. Meloni e l’urgente “prelazione” per una vice presidenza esecutiva italiana .La decisione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si è astenuta sulla candidatura di von der Leyen e ha votato contro a quella di Kallas e Costa, è stata corretta perché escludere per ragioni partitiche l’Italia, uno dei tre grandi Stati, anche cofondatore dell’Ue e dell’Eurozona, significa svalutare la nostra Repubblica. L’astensione di Meloni sulla candidatura di von der Leyen credo sia dovuta al metodo del “quintetto” e non alla personalità designata in quanto la collaborazione con Meloni è stata ottima nei due anni passati e penso (spero) che continuerà. Adesso bisogna però pensare al futuro e una decisione importante verrà da von der Leyen (se confermata dal Parlamento) con la nomina dei tre vicepresidenti esecutivi (su un totale di otto) della Commissione europea. Qui deve esserci un rappresentante dell’Italia: in questo anche il ruolo del ministro degli Esteri Antonio Tajani sarà molto importante, sia perché egli è stato un ottimo commissario europeo (prima al Commercio e poi all’Industria) nonché presidente del Parlamento europeo, sia perché una sua dichiarazione post Consiglio europeo rivendica questo riconoscimento per l’Italia. Il candidato che il governo proporrà deve essere naturalmente all’altezza del ruolo. L’economia al recente Consiglio europeo: troppe promesse piuttosto confuse. Nelle conclusioni del Consiglio europeo, di economia si tratta molto talvolta con promesse categoriche, con ripetizioni e con espressioni incomprensibili. Molto più chiare al proposito erano state le conclusioni del Consiglio del 17 e 18 aprile nel quale MATTEO RENZI presentò anche il Rapporto sul mercato interno commissionatogli dal Consiglio. Proprio per questo non faremo una rassegna commentata sul tema economico del recente Consiglio ma solo alcune sottolineature e segnalando alcune mancanze. Un punto riguarda le politiche per rafforzare sia la competitività dell’Unione e la resilienza economica sia per realizzare appieno il potenziale del mercato unico. Ci sono quindi riferimenti specifici all’Unione dei mercati dei capitali per renderli “accessibili a tutti i cittadini e tutte le imprese nell’intera Unione e che vadano a vantaggio di tutti gli Stati membri anche per aumentare gli investimenti privati”. Un secondo punto considerato è il potenziamento della industria della difesa e la creazione con varie modalità di “un mercato europeo della difesa meglio integrato e promuovendo appalti congiunti…[nonché] l’accesso ai finanziamenti pubblici e privati…anche attraverso il rafforzamento del ruolo di catalizzatore del Gruppo Banca europea per gli investimenti”. Un terzo punto è un lungo elenco di settori e tecnologie in cui la Ue dovrebbe diventare leader mondiale per arrivare a “impatto climatico zero, portando a buon fine le transizioni climatica e digitale, senza lasciare indietro nessuno”. Qui si richiama la necessità per uno “sforzo di investimento collettivo, che mobiliti finanziamenti sia pubblici che privati, anche attraverso la Banca europea per gli investimenti”. Un quarto punto riguarda la creazione di un ambiente favorevole all’innovazione e alle imprese con investimenti in ricerca e nel capitale umano favorendo anche la crescita dimensionale delle imprese. Qui si innestano molti impegni che comprendono anche investimenti in ampie infrastrutture transfrontaliere per l’energia, l’acqua, i trasporti e le comunicazioni. Impegni eccessivi e carenze. L’elenco di quello che si farà è enciclopedico ma nello stesso sottovaluta alcuni elementi cruciali. Uno riguarda le materie prime, ed in particolare le terre rare necessarie per la transizione verde; l’altro riguarda le risorse finanziarie. Per quest’ultimo si cita spesso la Bei che nei “corridoi di Bruxelles”  viene considerata essenziale per i finanziamenti soprattutto per la difesa e gli armamenti. Il tema Eurobond viene molto sfumato mentre gli stessi sono cruciali per tutta l’economia della Ue e per i tanti interventi di investimenti comuni (tra cui la ricerca tecnoscientifica sottovaluata nel Consiglio). Il nucleo di emissione degli Eurobond deve però essere l’Eurozona che ha l’Euro e la Bce. Non nego che le emissioni euro-obbligazioni per il Pnrr sia stata una ottima iniziativa ma la  stessa rimane a termine ed è connessa al bilancio dell’Ue che è piccolo e frastagliato dai 27 Stati. Il Mes modificato sarebbe invece un ottimo ente dell’area euro per emettere Eurobond. Purtroppo il governo italiano non lo ratifica, mentre dovrebbe approvarlo per poi modificarlo dall’interno. Renzi e Draghi per una Europa del XXI secolo. La “Enciclopedia” del Consiglio europeo ha poi dimenticato di aver conferito, nel settembre 2023, a Matteo Renzi il compito di redigere un Rapporto sul completamento del mercato interno e che Renzi ha presentato le sue proposte al Consiglio di aprile scorso. Ha anche dimenticato che la presidente della  Commissione europea ha affidato a Mario Draghi nel settembre del 2023 il compito di un Rapporto sulla Competitività europea che sarà presto concluso. Sono rapporti che il governo e il Parlamento italiano dovrebbero usare come Programmi. La Repubblica Italiana ha cofondato l’Europa Unita dove è nella triade dei più importanti Stati. Adesso, tramite i rapporti di Renzi e Draghi, dovrebbe dimostrare che ha capacità progettuali adatte alla Ue del XXI secolo, ben al di sopra del “quintetto per le nomine europee”.

Marmellata nera. Giorgia Meloni in Europa vaga attraverso troppe sfumature di destra.

Mollata da Orbán e in pausa con von der Leyen, la premier perde la pretesa centralità europea e rimane in vigile attesa delle strategie di Marine Le Pen. Giorgia Meloni rischia di fare la fine della sora Camilla che tutti la vogliono e nessuno la piglia. Adesso nemmeno a destra dà più le carte, in quella destra in cui si erge a Giovanna d’Arco, sorpassata da Viktor Orbán e contemporaneamente tenuta distante dai popolari così che la sua grande furbata, il gruppo europeo dei Conservatori (Ecr) rischia di diventare il sesto gruppo dell’Europarlamento. Bell’amico, Orbàn. Ha visto che la premier italiana incespica, ondeggia, non sa scegliere. Recita troppe parti in commedia. E lui, hombre vertical di destra estrema, ha preso l’iniziativa di formare un nuovo gruppo destinato a rimescolare le carte nell’emisfero destro dell’Europarlamento: Orbàn, il leader austriaco della Fpoe ed ex ministro dell’Interno Herbert Kickl e l’ex premier ceco e leader dei liberal-populisti di Ano, Andrej Babis, tutti e tre arrivati primi nei rispettivi Paesi alle elezioni europee, stanno cercando i rappresentanti di altri quattro Paesi per fare il gruppo che costituirebbe un’attrazione sia per partiti che ora stanno nel gruppo di Giorgia (teniamo contro che il Pis, il partito polacco dell’ex premier Morawiecki, ha già annunciato di voler uscire da Ecr) sia in quello più di destra di Marine Le Pen e Matteo Salvini. Vedremo se il voto francese indurrà la leader francese a indirizzarsi verso Orbán per mettere insieme una marmellata nera molto più forte dei pallidi Conservatori guidati da una Meloni isolata perfino dentro la destra, mentre già balza agli occhi il repentino entusiasmo con cui Matteo Salvini ha apprezzato l’iniziativa da “patriota” (le ha fregato pure la parola magica identitaria) del premier ungherese. C’è sempre uno più a destra di te, si potrebbe dire parafrasando Pietro Nenni, il che potrebbe anche essere un prezzo da pagare se almeno realmente Meloni si fosse spostata al centro, cosa che non è e non può essere: come fai a andare con Vox e contemporaneamente voler dialogare con Donald Tusk? Alla fine scontenti gli uni e gli altri, è il destino di chi scambia l’ambiguità per politica, la fine che fa Arlecchino servitore di due padroni: è l’ulteriore conferma che una Meloni moderata, “blu”, europeista è un bluff scoperto appena chiuse le urne della elezioni europee. Attendiamoci pertanto una qualche contromossa, magari non subito. Con la vittoria del Rassemblement National in Francia e, soprattutto, quella possibile negli Usa di Donald Trump, la presidente del Consiglio non avrà difficoltà a tornare nella Canossa nera, ma a quel punto dominata dal capobanda ungherese, da madame Le Pen e – ahia – da quel Salvini che si è seduto a destra prima di lei.

Francia a destra. L’harakiri di Macron apre il gioco delle desistenze per il secondo turno.

Notare quanti esperti del sistema elettorale francese… Immagino gli stessi che suggerivano come disincagliare la portacontainer a Suez. Non mi pare che le cose siano andate così bene per RN. Anzi. A naso, penso che il vero vincitore sia, al primo turno, il Fronte Popolare, soprattutto se, come pare, solo 75 collegi sono già attribuiti. Ne mancano circa 500 e ci sarà unione e desistenza fra Fronte Popolare e Centro. RN ne deve vincere almeno 240. Mi pare che I destri non siano messi poi cosi bene, anche se in vantaggio. In fin dei conti l’area democratica ha circa il 49%. Non mi pare poco! Il ballottaggio sarà decisivo e soprattutto Macron non si tocca. La maggioranza degli elettori francesi si è chiaramente espressa contro Le Pen e Bardella. L’harakiri di Macron apre il gioco delle desistenze per il secondo turno. Il Rassemblement National ha vinto al primo turno delle elezioni legislative francesi con il 33,2 per cento dei voti, seguito dalla sinistra unita nel Nuovo Fronte Popolare con il 28,1 per cento dei consensi. Il presidente francese ha perso il suo azzardo e ora si troverà comunque con le mani legate. Marine Le Pen (33,2 per cento) cavalca trionfante l’ondata di disincanto definitivo dell’elettorato francese nei confronti di Emmanuel Macron, il clamoroso sconfitto di questo voto. La sinistra, apparentemente unita ma in realtà radicalmente divisa, fa un buon risultato, il 28,1%, ma fallisce in pieno il tentativo di presentarsi come forza di governo. È e sarà solo una “forza di blocco” contro l’estrema destra, si vedrà con quale successo. Questa la sintesi del totalmente inedito risultato del primo turno elettorale in Francia, che certifica col 21 per cento il più che dimezzamento dei parlamentari del presidente della Repubblica, da 250 a un centinaio e poco più e quindi e soprattutto il rigetto popolare non solo delle specifiche scelte legislative, ma addirittura dell’intero progetto politico di Macron. Il centro politico francese d’ora in poi diventa infatti ininfluente con i macronisti, così come i neogollisti (10 per cento) ai margini di un gioco politico, di maggioranze che si costruiscono e si costruiranno tutte alle estreme. Fallisce così la strategia di Emmanuel Macron, che apparve trionfante con la sua prima elezione nel 2017, di vincere il voto e il consenso popolare con un nuovo, grande centro, che attinge spregiudicatamente al riformismo socialista come a quello neogollista, con “homines novi”, tecnocrati, a partire dallo stesso presidente, forgiati dalla migliore e più efficiente burocrazia dell’Europa. Fallisce nel rigetto, nell’impopolarità di un Emmanuel Macron accusato non più dai media, ma dal responso delle urne, di non essere in sintonia col Paese, isolato nel Palazzo. Una incapacità di “sentire” il suo popolo, una “hubris” che infatti lo ha portato a indire, senza che nessuno glielo chiedesse, un’ora dopo il risultato pessimo delle europee, queste elezioni anticipate che assomigliano molto a un harakiri. Riemerge dunque in Francia un bipolarismo secco che però è anomalo, perché vede una destra-destra compatta e con quasi certezza maggioritaria in Parlamento, contrapposta però a una sinistra del Front Populaire  che consegue sì un eccellente risultato elettorale ma che in realtà è totalmente disunita. L’alleanza tra i socialisti, i seguaci di Raphaël Glucksmann e la France Insoumise di Jean Luc Mélenchon è infatti del tutto opportunista, imposta di forza dalla legge elettorale maggioritaria e totalmente disomogenea, del tutto incapace di proporsi come forza unitaria di governo. Per di più moralmente minata dall’antisemitismo islamo-gauchista di Jean Luc Mélenchon. Si apre ora il complesso gioco delle desistenze per un secondo turno nel quale in circa duecento collegi il ballottaggio non è a due, ma a tre. Concorre infatti chi ha ottenuto il 12,5 per cento degli aventi diritto al voto (circa il 20 per cento dei voti espressi). Emmanuel Macron ha subito fatto appello a un fronte di blocco contro la destra. Jean Luc Mélenchon ha di fatto aderito annunciando il ritiro del proprio candidato a fronte di un macronista o neogollista meglio posizionato. Così Èduard Philippe e molti altri dirigenti del campo anti Rassemblement National . Dunque, la polarizzazione è massima, il “tutti contro Le Pen” è corale. Ma, per la prima volta dopo il 2002, la prima sfida tra Jacques Chirac e Jean Marie Le Pen alle presidenziali, non è detto che domenica prossima funzioni. Se si confermeranno i risultati del primo turno, come è probabile, il Rassemblement National con i neogollisti di Èric Ciotti supererà infatti i 289 seggi e Jordan Bardella potrà chiedere di essere nominato primo ministro a capo di una maggioranza netta. Se così non sarà, per un capovolgimento netto della dinamica del voto, dato che la Costituzione impedisce elezioni prima di dodici mesi, Emmanuel Macron sarà costretto a nominare premier un qualche notabile in grado di governare con i voti del Rassemblement National e di quei neogollisti che non hanno seguito Èric Ciotti nell’alleanza elettorale con Marine Le Pen. In ogni caso, a fronte di questo primo turno che ha visto il Rassemblement National superare l’exploit delle europee, Emmanuel Macron, con la sua pattuglia parlamentare più che dimezzata, avrà le mani legate.

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LE NEWS DI BEZZI FER:Di-tutto-di-piu-senza-peli-sulla-lingua-e-senza-fake.

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA …BASTA CLICCARE SUL TITOLO BLU QUI SOPRA E VI SI ARE UN MONDO DI NOTIZIE REALI E ATTUALI. Qui troverai i post che puoi leggere liberamente e se ti iteressano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare corettamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

Meloni accusa il colpo e, dopo l’autogol dell’attacco ai media, corre ai ripari.

Nelle prossime ore Ignazio La Russa chiamerà Segre. Altri 5 meloniani sono a rischio espulsione. L’inchiesta di fanpage e la risposta della Segre sono la prova della pochezza della politica italiana e la giustificazione del dilagante astensionismo al voto: da una parte giovani che,vero hanno mutuato certi disvalori dagli attuali governanti,ma che sanno, in fondo anche loro, che certe ideologie non potranno MAI più riaffiorare e dall’ altra un’anziana signora che, anziché usare saggezza e tacere,preferisce tornare alla ribalta mettendo benzina sul fuoco all’inutile confronto.. O meglio…utile solo alla destra/sinistra che continuano così ad auto alimetarsi l’una con l’altra….e noi a guardare e tifare…

La solita vigliaccheria dei senza palle destroidi quando vengono beccati sul fatto. La senatrice Liliana se la ride per il tuo baciamano. È solo apparenza. Tra il Diavolo è l’acqua Santa. Corre ai ripari , ma con quale faccia ????….quella da statista ?, quella dei comizi di vox ?, o quella della borgatara de noaltri ?, quella delle mille promesse disattese ???. Non ci sono ripari sono semplicemente dei luridi e vanno estirpati sono il cancro del paese e del mondo sette sataniche fosse per me esattamente come vorrebbero loro .tutti e tutte dentro una fossa comune. Le servirebbe ! Inviare un segnale per una volta per tutto e chiaro UN NO AL FASCISMO. Non mandare LA RUSSA! è LEI LA CAPA DIE BALILLA. DEVE METTERCI LA FACCIA ED è ! Necessario, soprattutto dopo lo schiaffo di Liliana Segre, che genera a Palazzo Chigi imbarazzo e frustrazione. Giorgia Meloni poteva fare autocritica di fronte a immagini e frasi chiarissime, ma alla fine costretta a proferire parola aveva scelto di attaccare Fanpage. Si aspettava pure che Mattarella la difendesse da una normale inchiesta giornalistica..? Ora capiamo perchè lei vuole il premierato.. per annullare il presidente della repubblica e fare la ducetta con i pieni poteri. La ducetta! può anche correre ai ripari,ma tanto la figuraccia l’ ha fatta, è chiaro ciò che pensa,il suo correre ai ripari non è spinto da una sana riflessione,ma solo dalla paura di perdere consensi. Tranquilla gioggia….. continua a farti conoscere per quello che sei sempre stata ,una nostalgica del fascismo. L’inchiesta di fanpage e la risposta della Segre sono la prova della pochezza della politica italiana e la giustificazione del dilagante astensionismo al voto: da una parte giovani che,vero hanno mutuato certi disvalori dagli attuali governanti,ma che sanno, in fondo anche loro, che certe ideologie non potranno MAI più riaffiorare e dall’ altra un’anziana signora che, anziché usare saggezza e tacere,preferisce tornare alla ribalta mettendo benzina sul fuoco all’inutile confronto.. O meglio…utile solo alla destra/sinistra che continuano così ad autoalimetarsi l’una con l’altra….e noi a guardare e tifare…

Boschi: «Suicidi in carcere, non c’è più tempo: il governo ora agisca»

Evidentemente nel sistema carcerario italiano c’è qualcosa che non va come dovrebbe…poi se aggiungiamo che con questo SGOVERNO ! Interventi per risolvere o almeno tentare di risolvere! teli problemi sociali è una pia illusione, loro la vogliono tale situazione. Perché a suicidarsi no sono i loro camerati mafiosi! ma i poveri cristi in galera per reati minimali ma con processi infiniti. Intervista a Maria Elena Boschi . «Sono 46 i suicidi di detenuti da gennaio. Ognuno di loro aveva un volto, un nome, un valore. Un detenuto non può essere considerato uno scarto» spiega Maria Elena Boschi. L’approdo in aula alla Camera del ddl Giachetti sulla liberazione anticipata ha acceso un faro sulle condizioni inumane di sovraffollamento dei nostri istituti di pena, e della tragedia dei sempre più numerosi suicidi in carcere. La scorsa settimana, per impulso della deputata di Iv ed ex-ministro, Maria Elena Boschi, a Montecitorio si è svolto un dibattito sul tema, con una richiesta delle opposizioni di un’informativa del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Abbiamo chiesto a lei quali sono a suo avviso gli interventi più urgenti da operare. Onorevole, dall’inizio dell’anno in Italia ci sono stati già più di 40 suicidi in carcere. Un triste primato per un grande paese europeo. Quali sono a suo avviso le ragioni di questa piaga? «Purtroppo sono stati esattamente 46 i suicidi di detenuti da gennaio. Un bilancio drammatico. Ognuno di loro aveva un volto, un nome, un valore. Un detenuto non può essere considerato uno scarto anche se condannato per aver sbagliato. E a questo elenco tragico si sommano anche i quattro suicidi di agenti della penitenziaria. Polizia penitenziaria costretta ad operare in condizioni estreme per la mancanza di personale, per le condizioni delle carceri, con un impatto nefasto in termini psicologici anche per loro. E i suicidi sono la punta più tragica di un iceberg fatto da oltre 850 tentati suicidi e migliaia di atti di autolesionismo. Il sovraffollamento carcerario, con detenuti costretti in celle adeguate per la metà delle persone, è la causa principale di questo disastro. Ve lo posso garantire, andando nelle carceri, parlando coi detenuti. Anche con chi ha tentato il suicidio e per fortuna si è salvato. Se andiamo avanti con questo ritmo entro fine anno ci saranno circa 65mila detenuti a fronte di una capienza reale di 48mila. A questo si sommano strutture obsolete dove manca anche l’acqua calda, l’assenza di spazi per poter svolgere attività sportive o di lavoro, che rendono spesso invivibile la condizione carceraria. Al disagio estremo per tutti i detenuti legato alla costrizione fisica, si aggiunge spesso l’assenza di un supporto psicologico o psichiatrico adeguato per insufficienza di fondi e risorse umane. Senza considerare i troppi casi di detenuti che dovrebbero essere destinati ad altre strutture in quanto malati psichici ma che restano sospesi/parcheggiati in prigione per assenza di alternative. E lì si perdono definitivamente. Tutto questo non è degno del Paese di Beccaria». Cosa si può e si deve fare? Quali sono le responsabilità in capo al governo? «Il Governo ha fatto tanti annunci, anche di un prossimo dl, ma non ha fornito nessuna soluzione. Anzi, con il continuo proliferare di nuovi reati e di aumento delle pene, il Governo Meloni ha drammaticamente contribuito all’aumento del sovraffollamento carcerario. Potrebbero intanto smetterla con la loro ansia panpenalistica. E poi dovrebbero evitare di continuare a sottovalutare perché con l’arrivo dell’estate i problemi esploderanno. Servono interventi infrastrutturali sugli immobili e nuove strutture, certo, ma richiede tempo. La priorità allora è intanto individuare delle soluzioni per ridurre subito il sovraffollamento, come ha proposto il collega Giachetti. Servono poi risorse immediate per le attività trattamentali per rendere più sopportabile la vita in carcere. Incentivare il lavoro dei detenuti ma soprattutto fornire adeguato supporto medico e psicologico, specie alle persone più fragili. Non dimentichiamo che in carcere ci sono anche innocenti o persone in attesa di giudizio che vivono con particolare fatica quella condizione. E magari rivedere anche l’apertura delle celle e la sorveglianza dinamica per la bassa e media sicurezza, come chiedono coloro che operano in carcere. Misure a costo zero che nell’immediato darebbero sollievo ad una situazione ormai esplosiva. E sicuramente aumentare il personale dell’amministrazione penitenziaria, a cominciare dalla polizia». In aula, come detto, è arrivato il ddl Giachetti, ma il suo esame rischia di andare a rilento e la destra ha già fatto muro. Ce la farete ad approvarlo? «Il collega Giachetti ha presentato una proposta elaborata insieme a “Nessuno tocchi Caino” ed è stato costretto ad un prolungato sciopero della fame insieme a Rita Bernardini anche solo perché potesse essere discussa in commissione. È evidente che da parte della maggioranza non ci sia la volontà di affrontare la questione e con vari trucchetti nel calendario lo trascineranno all’infinito per poi arrivare a bocciare la proposta. Noi ci siamo detti disponibili a modifiche, a trovare una mediazione con il Governo, ma non c’è la volontà politica nella maggioranza. Preferiscono mettere la testa sotto la sabbia. In attesa del prossimo suicidio o fino a che la situazione sarà talmente insostenibile anche per chi lavora nelle carceri da dover adottare misure ben più drastiche per svuotare le carceri. E prima o poi i cittadini dovranno pagare anche il conto di una nuova condanna della Cedu grazie al governo Meloni». Sempre in aula, il M5S è prima intervenuto per chiedere l’informativa a Nordio, denunciando le condizioni inumane di sovraffollamento nelle nostre carceri, poi nella discussione generale del ddl Giachetti, con Cafiero de Raho, ha assunto una posizione contraria. Che ne pensa? «Il M5S si è limitato ad unirsi ad una richiesta di informativa urgente promossa dal nostro gruppo di IV alla quale, peraltro, il ministro Nordio non ha dato seguito. E già questo mi pare grave: il Governo non sente il dovere di venire in Parlamento nemmeno a riferire sulla situazione drammatica delle carceri e su cosa intenda fare. Quanto al MSS, sappiamo bene quale sia la loro idea di giustizia. La loro idea non è molto diversa da quella di Lega e Fratelli d’Italia, tutti i populisti si assomigliano in questo. L’onorevole Giachetti si è sempre detto disponibile a cambiare alcune parti della propria proposta, magari escludendo anche alcuni reati dalla liberazione anticipata. Ma il M5S parte da una posizione molto netta: bocciare la legge». La situazione nelle carceri italiane è drammatica anche per gli affetti, oltre che per le condizioni igieniche. Ci sono detenute madri che non possono vedere i propri bambini e detenuti che non hanno il diritto di vedere le proprie compagne o i propri compagni. Lei si sta impegnando su questi temi, da dove si può iniziare per migliorare la situazione? «La vigilia di Natale sono stata a Rebibbia e le posso assicurare che è stato un cazzotto nello stomaco incontrare una giovane madre detenuta con il suo bambino di due anni. Un bambino che vede il mondo attraverso le sbarre, che a due anni non ha mai potuto giocare con un altro bambino. Qualunque colpa abbia commesso la madre, il prezzo più alto lo sta pagando il figlio. Il Governo Meloni, con le nuove norme del ddl sicurezza che stiamo discutendo alla Camera, vuole rendere il carcere per le detenute incinta o madri con figli piccoli la regola. Noi ci opporremo fermamente. I diritti dei bambini vengono prima di tutto. Occorrerebbe un atto di coraggio sulla custodia cautelare, sul differimento della detenzione nel caso di bambini piccoli o con disabilità, aumentare i fondi per le case famiglia protette. Ma sicuramente queste misure non sono neanche lontanamente nei radar del governo».  

ITALIA: IN CALO IL BENESSERE DELLE FAMIGLIE

Fidatevi, Meloni e’ solo una brava influencer. Tipo Ferragni per intenderci, solo che quest’ultima puo’ far danni solo a se stessa, mentre l’altra all’Italia e a noi tutti. Continuiamo così e Meloni avrà lunga vita: e più errori fa e più la si allunga. Anzitutto, in premessa: in Europa non c’è aritmetica, ma analisi matematica. Ecco perchè. 1) Non c’è alcun Paese che abbia votato per l’Europa: ognuno ha regolato i propri conti interni. 2) Nelle istituzioni di Europa non si vota solo per maggioranze, ma anche per Paesi, e spesso solo con l’unanimità. 3) Opporre che la “democrazia” ha le sue regole e definirne solo alcune significa prendere per i fondelli: io non ci sto, non so voi. 4) Non è Meloni ad aver portato l’Italia a destra, ma il popolo italiano con il suo voto: può non piacere -e a me non piace – ma è così. Che Meloni fosse la Presidente del ECR lo si sapeva. 5) Prima che Meloni potesse decidere se dare il primato a questa sua appartenenza europea o al fatto di essere italiana, è stata buttata fuori. La colpa è di Meloni? Questo è un comodo autoassolversi. 6) Oggi, che si chiede a Meloni di chiedere per l’Italia un posto non solo di prestigio, oggi Meloni ci rappresenta? Ieri no? Credo ci sia un limite alle nostre incoerenze. Quelle sulle quali la destra ha vinto, e vincerà ancora, in Europa

ITALIA: IN CALO IL BENESSERE DELLE FAMIGLIE
A dicembre 2023 l’associazione Altroconsumo ha chiesto ad un campione di circa 3000 persone tra i 25 e i 79 anni distribuite su tutto il territorio nazionale quanto sia stato difficile o meno per le loro famiglie affrontare le spese in sei ambiti basilari: casa, salute, mobilità, alimentazione, cultura e tempo libero, istruzione. Ne esce il quadro di un Paese dove aumenta il numero delle famiglie in difficoltà.
L’indagine, condotta annualmente dal network Euroconsumers in Italia, Spagna, Belgio e Portogallo, facendo pari a 100 il livello di chi dichiara di non avere alcuna difficoltà economica vede il livello medio di benessere degli italiani fermarsi al 45,1. Peggio di noi solo il Portogallo (43,4) subito sopra di noi la Spagna (46) e il Belgio (53,5).
Seguendo l’andamento del Termometro di Altroconsumo si può notare che in Italia, negli anni precedenti alla pandemia, il trend positivo era in crescita (46,5 nel ’18; 48,3 nel ’19; 48,9 nel ’20). Poi cala nel ’21 a 46,2 per effetto della diminuzione dei consumi imposta dalla pandemia, ma non riprende, anzi cala ancora nel ’22 al 45,2 e ulteriormente nel ’23 al 45,1.
Significativo il fatto che tra i quattro paesi europei considerati l’Italia sia l’unico col segno negativo nel passaggio dal ’22 al ’23.
Inutile qui allungare il discorso con considerazioni sulla risalita dell’Italia nel periodo 2014 – 2018 (governo Renzi) che ha prodotto una spinta positiva fino al ’20 (salvo pandemia), e l’attuale inarrestata curva discendente nonostante la chiacchiera propagandistica di Meloni.
L’ambito nel quale l’Italia si discosta di puù dagli altri è quello sanitario. La percentuale delle famiglie italiane in difficoltà a curarsi è del 47%, mentre è solo del 28% in Belgio, del 36% in Portogallo e del 38% in Spagna. Altri due ambiti in crisi sono la casa e la mobilità, anche se con uno scarto più ridotto con Spagna e Portogallo.
Le famiglie con i due partner laureati hanno una maggiore capacità di spesa, indice 50, rispetto a quelle nelle quali nessuno dei due partner ha conseguito la laurea, indice 39,8. Le famiglie numerose se la cavano peggio (indice 40,5) dei single (indice 49,3).
Per il 40% delle famiglie nel ’23 è stato impossibile risparmiare, nel ’22 gli impossibilitati erano il 35%. Per un 34% è stato difficile e solo il 7% è riuscito a risparmiare senza difficoltà.
In conclusione confrontando i dati positivi nell’ambito macroeconomico (occupazione, pil, export etc) con quelli negativi riguardo al livello di benessere reale delle famiglie, quello che appare è una strozzatura che non consente la migliore diffusione del benessere che pure sembra essere prodotto.
Sappiamo di salari e stipendi italiani più bassi della media europea, che non sembrano giustificati da una bassa produttività che non risulta esserci stando alla positività dei dati macroeconomici.
Dunque abbiamo un grande problema politico che riguarda l’assenza di una politica dei redditi, che non è quella a grana grossa della sinistra velleitaria, né quella della destra del tutto va bene con qualche contentino.
Serve una politica dei redditi che incentivi le famiglie a reddito basso e medio, che sperimenti la partecipazione dei lavoratori alle decisioni riguardanti la formazione e l’impiego dell’utile. Ecco lo spazio politico liberale e democratico, laico e progressista, dove battere il finto bipolarismo, populista e demagogico che sta ingessando il nostro Paese.
Va bene la casa comune dei riformisti, ma mettiamoci dentro anche qualche mobile.

GIORGIA, LA MATEMATICA E’ QUESTA: TI SERVE IL PALOTTOLIERE?


PPE+S&D+LIBERALI=399 SEGGI (38 in più della maggioranza di 361)
PPE+ECR(Meloni)+ID(Le Pen-Salvini)=329 SEGGI (32 in meno) GIORGIA, LA MATEMATICA E’ QUESTA. Il sospetto che Meloni non condividesse lo stesso concetto di democrazia delle principali forze politiche europee lo avevamo da tempo. Ma che contestasse anche l’aritmetica, pretendendo di relativizzare i numeri secondo la sua convenienza politica ci sembra bizzarro, forse allarmante. Prendiamola sul ridere e ricapitoliamo la situazione come farebbe Leporello a donna Elvira. Il Parlamento europeo ha 720 seggi, la maggioranza è dunque di 361 seggi. I deputati si riuniscono in gruppi politici che si formano non in base alla nazionalità, ma all’affinità politica. Tre partiti hanno raggiunto un accordo per proporre al Parlamento i tre incarichi principali dell’UE, cioè la Presidente della Commissione, il Consiglio dei capi di governo, l’alto rappresentante della politica estera. Si tratta del PPE, dei Socialisti&Democratici e dei Liberali, già maggioranza nella precedente legislatura, che insieme contano 399 deputati, 38 in più dell’indispensabile. Meloni lamenta di non essere stata nemmeno consultata dai negoziatori dei tre partiti e lo fa rivendicando il ruolo dell’Italia come il terzo paese, peraltro fondatore, più importante dell’Unione, ma anche ricordando che la forza politica che rappresenta, sia a livello nazionale, Fd’I, sia a livello europeo, il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR) del quale è leader è tra quelle premiate dal voto degli elettori. Per coprire agli occhi dell’opinione pubblica italiana i suoi errori politici Meloni propaganda la sua emarginazione politica come un affronto fatto all’Italia. Non è così. E’ l’Italia che è stata trascinata da Meloni nell’isolamento politico che oggi si manifesta nel modo più evidente. Da oltre un anno Meloni, del tutto legittimamente dal suo punto di vista, ha lavorato per unire la destra europea sotto le sue insegne dell’ECR con l’obbiettivo di convincere il PPE a chiudere con l’alleanza di centro – sinistra, con S&D e Liberali, e realizzare una maggioranza di centro – destra “a l’italienne”, con la sua ECR e magari col sostegno, in qualche forma, anche della destra estrema di Identità e Democrazia, dove siedono Salvini e Le Pen. Questo era l’obbiettivo dichiarato di Meloni, che si contrapponeva apertamente a quello dei S&D e dei Liberali, da sempre dichiaratamente contrari alla destra, e con una posizione ambigua del PPE, in maggioranza contrario ad una alleanza con l’ECR ed ancor più con ID, ma che con Ursula VdL e Metsola dialogava con Meloni in previsione di un possibile risultato elettorale che avrebbe potuto rendere appetibili i voti di Meloni per una loro rielezione. In questo quadro la PdC italiana non si è risparmiata polemiche e distinguo non solo con Francia e Germania, ma con l’Unione intera, quando ha fermato, e continua a farlo ancora oggi, l’approvazione dei decreti attuativi del Mes Salvastati approvati da tutti gli altri 26 paesi . Ma anche quando ha continuato ad ostentare il suo appoggio ad Orban mentre era contestato per il suo mancato rispetto dei diritti civili. Dunque il problema non è la discriminazione dell’Italia, ma l’emarginazione di Meloni dovuta ad una sua linea politica sbagliata che ha trascinato all’angolo l’Italia. Dove si vede chiaramente questo? Dal fatto che Meloni è ridotta a chiedere un incarico di rilievo per un italiano, ma non ha nessun argomento politico da giocare. Cosa ha da proporre? La maggioranza di centro – destra per la quale ha combattuto non esiste (PPE + ECR = 271). Imbarcando Le Pen e Salvini, invisi a quasi tutto il PPE, arriverebbero a 329. Che va cercando Meloni? Aggiungere i suoi voti a quelli dei S&D o dei Liberali è impossibile. Al massimo nel segreto dell’urna potrà cedere il voto di qualche suo fedelissimo per fare piacere a Ursula o a Metsola. Ma saranno voti aggiuntivi. Un commissario spetta di diritto a ciascun paese e questo è quanto. Dunque Meloni la smetta col piagnisteo e la finisca di estendere i suoi insuccessi politici a tutto il Paese.

Dibattito Usa: Obama rompe il silenzio. Ecco cos’ha detto su Joe Biden

Fra i democratici che vorrebbero il passo indietro di Joe Biden dopo il disastroso dibattito con Donald Trump, non c’è Barack ObamaL’ex presidente, che ha governato in tandem con Biden per due mandati, gli ha rinnovato la fiducia su X, allontanando anche chi vorrebbe trascinare l’ex first lady Michelle Obama nell’arena politica.  Le parole di Barack Obama .”Succedono brutte serate di dibattito. Credetemi, lo so – esordisce Obama – Ma queste elezioni rappresentano ancora una scelta tra qualcuno che ha combattuto per la gente comune per tutta la vita e qualcuno che si preoccupa solo di se stesso. Tra qualcuno che dice la verità; chi sa distinguere il bene dal male e lo dirà chiaramente al popolo americano – e qualcuno che mente apertamente a proprio vantaggio. La notte scorsa la situazione non è cambiata, ed è per questo che la posta in gioco è così alta a novembre”. La fedeltà dell’ex presidente. Così Barack Obama rinnova la fiducia nel presidente in carica. Nonostante nelle ultime ore sempre più esponenti democratici, commentatori e analisti politici sostengano che insistere con una candidatura di Biden porterà il partito progressista dritto a schiantarsi alle elezioni di novembre.  Del resto, solo un passo indietro del diretto interessato potrebbe aprire la strada a una candidatura alternativa, che a questo punto della campagna elettorale risulterebbe molto complicata. E Biden non sembra voler rinunciare, come ha ribadito in un comizio elettorale il giorno dopo il dibattito presidenziale. 

Francia al voto: i lepenisti sognano la maggioranza assoluta e Macron pensa ad accordi post-voto.

Francia al voto: i lepenisti sognano la maggioranza assoluta e Macron pensa ad accordi post-voto. La sinistra da giorni lancia appelli per alleanze in modo da creare un fronte comune anti-Rn. A poche ore dal voto, il Rassemblement National continua a essere in testa delle intenzioni di voto per le legislatvie: 36% secondo un ultimo studio Elabe, una percentuale che garantirebbe tra 260 e 295 seggi, un’ampia maggioranza relativa ormai vicina a quella assoluta (289 seggi), il sogno di Bardella per poter governare. Poveri Francesi, quante illusioni! Cosa mai pensano che possa fare il rampollo della Le Pen? A parte i selfie e le moine su tiktok. Anche questi sono una banda di irresponsabili incoscienti che illudono la gente di poter fare la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ne sappiamo qualcosa anche noi, purtroppo. Il fascista di turno in Francia ha già assicurato che smonta la loro Fornero….. poveri francesi non sanno cosa li aspetta. La cosa bella delle destre europee è che chiedono il voto a nome degli indigeni (gli italiani, i francesi, i tedeschi) mentre in realtà fanno la fortuna di specifiche famiglie…e se poi il resto degli – ad esempio – francesi rimangono come prima, poco male. Mentre la Le Pen non ha ancora vinto ma già comincia a dire di voler cambiare certe regole !!! “Cambiare le regole” é lo sport preferito delle destre che arrivano al potere… Poi faccio notare che: La Le Pen è stata sempre filo russa e contro la Nato e l’UE. Vedremo se una volta al governo prenderà questa via o, come la meloni, rientrerà buona buona nei ranghi dell’occidente pro USA. Ai tanti superficiali tifosi lepenisti nostrani, ricordo che in Francia c’è il doppio turno. Attenzione, quindi, a fare pronostici troppo presto. Di sicuro al 2nd turno sarà NFP vs RN. Quindi secondo me, saranno decisivi i 20% (forse) di Macron e le indicazioni che darà ai suoi elettori (se lo ascoltano ancora). Altri tempi, altre soluzioni. Non credo ci siano pericoli per la pace sociale. La maggioranza vive nel benessere e vuole rimanerci, sia a destra sia a sinistra. Come qui in Italie. Ma l’elettori FRANCESI hanno una vaga idea della situazione in Francia al momento? L’unico vero rischio è che la Francia in pochi anni diventi un territorio di guerra civile costante, formazione di califfati vari sparsi per il territorio, impoverimento massiccio della classe media, situazione della sicurezza interna completamente fuori controllo. FRANCESI L’AVETE MESSO IN CONTO QUESTO VOSTRO AVVENIRE? speriamo che la vittoria di Le Pen, data per scontata dai sondaggisti, sia almeno inferiore alle previsioni. Un sussulto dei democratici francesi dell’ultimo minuto!!

Immaginando un mondo con Trump e Le Pen al comando

Finché ci sarà una sinistra che si culla nel suo immaginario complesso di superiorità, anziché ritornare tra la gente, con serie proposte per affrontare i problemi del nostro Paese: preferisce i salotti della TV, specialmente quelli in cui viene adulata da conduttori e giornalisti compiacenti, gli elettori continueranno a scegliere il non voto. La sapete una cosa , non ho mai visto tanto autoritarismo e “disordine” come in questi ultimi anni in cui ci sono state le sinistre al potere. Pandemie generate dolosamente , guerre , crisi economiche . Una vera delusione . La mia conclusione è che tutta la classe dirigente mondiale andrebbe totalmente cambiata , destra e sinistra senza distinzioni. Più della metà degli europei non ha votato sfiduciando di fatto la UE perchè non si sente rappresentata da nessuno ma si tira dritto come non fosse successo nulla . Se non è autoritarismo questo , come lo chiamate? Immaginando un mondo con Trump e Le Pen al comando Paradossalmente proprio l’avvento delle forze più rigidamente autoritarie rischia di produrre il massimo disordine sulla scena mondiale. Che mondo sarà quello che vedrà Donald Trump maramaldeggiare alla casa Bianca e la destra francese di Marine Le Pen assediare l’Eliseo dopo aver conquistato il Parlamento? Sarà un mondo sicuramente in cui lo Stato dovrà ripensarsi.  Paradossalmente proprio l’avvento delle forze più rigidamente autoritarie rischia di produrre il massimo disordine sulla scena mondiale. I delicati equilibri del federalismo statunitense saranno definitivamente scompaginati dall’arrivo sul Mall di Washington delle armate trumpiane. Lo stato è il problema, non la soluzione, lo slogan dell’anarco conservatorismo diventerà la bandiera degli stati del sud che chiederanno al loro campione diventato presidente di praticare la nuova strategia di privatizzazioni galoppanti. Ma questo innesterà uno scontro frontale su temi nodali, quali ambiente, energia, immigrazione e soprattutto sulle relazioni internazionali, con lo sganciamento della superpotenza statunitense dalla piattaforma atlantica e un nuovo gentlement’s agreement con Mosca.  I legami fra le diverse aree del paese potrebbero entrare in sofferenza, con il potere centrale che troverebbe un’inedita convergenza con le forze più autonomistiche, come i vertici di stati quali il Texas o l’Alabama. La strategia americana si sdoppierebbe in una politica autonomistica dei ceti medio bassi degli stati trumpiani, e invece la bussola del cosidetto deep state che manterrebbe la sintonia con le forze finanziarie del nord. Una nuova guerra di secessione che vedrebbe questa volta le componenti più reazionarie all’attacco, con l’obiettivo di liberare in tutto l’occidente le componenti più affini per dare un colpo irreversibile alle conquiste sociali dell’ultimo secolo. La Francia sarebbe un naturale interlocutore, insieme all’Italia di Giorgia Meloni, attendendo lo spostamento a destra del gigante tedesco. Uno scenario da rabbrividire che farebbe ricordare con tenera nostalgia le proteste contro l’imperialismo a stelle e strisce di qualche decennio fa. La sinistra si troverebbe del tutto avulsa in questa dinamica. La base popolare di queste svolte reazionarie, dove sono proprio i ceti più legati alle produzioni materiali a richiedere protezione anti globalizzazione ma anche distanza da uno stato ingombrante, spiazza completamente il fronte dei partiti eredi del movimento operaio. L’imbarazzo con cui è stata seguita la campagna elettorale americana, in cui ancora riecheggiavano nella cultura radicale la contrapposizione a una potenza americana vista come unitaria ed omogenea, in cui Donald Trump era solo il poliziotto cattivo rispetto a quello buono impersonato da Joe Biden, mostra l’incapacità di cogliere le mutazioni nella dinamica politica.  La mancanza di massa critica a sinistra, nella transizione fra la vecchia area di consensi – il mondo del lavoro e l’intellettualità letteraria, traslocate a destra- del tutto dispersa e l’incapacità di trovare nuovi riferimenti nelle componenti professionali della sfera digitale, lascia la sinistra del tutto impotente. La difficoiltà di creare allenze e dare forma a piattaforme di governo, come vediamo in Italia, e in Francia, ma anche in Germania e nella stessa Spagna, dove si logora la ridotta maggioranza di Pedro Sanchez, ci annuncia un secolo dove sarà del tutto muto lo schieramento progressista dinanzi allo scontro fra due destre, quella radicale e quella liberal. Un quadro in cui sembra del tutto inaridito il centro moderato, che la vecchia scolastica elettorale vedeva con il pendolo da conquistare. La geografia delle consultazioni di queste ultime tornate in tutto l’occidente vedono una mappa praticamente omogenea: le grandi città, con i centri storici gonfi di pensionati e di percettori di redditi pubblici, a sinistra, mentre le campagne e le periferie, dove si gioca la partita fra le dinamiche globalizzanti e le forze tecnologiche che protestano buttandosi a destra. Il buco nero che sbilancia la partita è l’assenza di un protagonismo politico ed elettorale di una vasta area di attività e professioni digitali che si assenta dalla scena elettorale. In quello scacchiere di nuove forze c’è l’unica risorsa che potrebbe ridare spazio a una sinistra del XXI° secolo, dove la forma partito sia sensibile alle ambizioni di partecipazione deliberativa a cui sono abituati oggi i millenials.  In sostanza ci troviamo con una destra al governo e un cantiere aperto su stato e partiti da ridisegnare. Senza una sinistra che possa incidere. La situazione è davvero confusa, e a differenza di quanto sosteneva il presidente Mao la prospettiva non appare per niente positiva.

Democrazie in crisi.

Democrazie in crisi, la scelta Biden-Trump e l’ascesa di Le Pen: mai dimenticare le parole di Churchill. Le democrazie non vivono un momento brillantissimo, a partire da quella americana che si trova a scegliere, al momento, tra un demente e un delinquente, è questo non è una bella cosa. Preciso che non sono espressioni mie quest’ultime ma vengono usate comunemente negli Stati Uniti. In Francia, domenica 30 giugno, è possibile che vinca le elezioni legislative una forza di estrema destra (Rassemblement National, il partito di Marine Le Pen) il cui carattere democratico è stato in discussione almeno fino a un po’ di tempo fa. In Europa ci sono, dopo le ultime elezioni di inizio giugno, movimenti che definire democratici è un azzardo: sono forze sovraniste, populiste. E ci sono, sempre in Europa, Paesi dove stanno crescendo quelle che vengono ormai definite democrazie illiberali. La crisi delle leadership. Vi è dunque una crisi delle leadership di profilo alto, c’è una disaffezione elettorale crescente, c’è una crisi della politica, del rapporto tra élite e popolo. Possiamo parlare di democrazie in crisi ma dobbiamo anche non drammatizzare perché abbiamo già visto in altri momenti della storia che le riserve di energie delle democrazie sono grandi. L’adagio di Churchill. Al momento continua a valere sempre quel vecchio adagio di Winston Churchill che diceva: “E’ stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Al momento è bene continuare a tenercele care queste democrazie malgrado tutti i limiti che hanno.

LA FOTO PIÙ INTELLIGENTE DI TUTTI I TEMPI

Un momento topico della storia della conoscenza scientifica e non solo. Forse irripetibile! COME è CAMBIATO IL MONDO! Siamo nel 1927 in una città europea e nessuno dei presenti è italiano. L’Italia era impegnata nel perfezionare il fascismo. Mi chiedo se non si stia preparando qualcosa di simile adesso. Non il fascismo di allora perché sono altri tempi. Forse però uno ancora più irragionevole e autolesionista. Nel 1927, quando nel mondo si cercava di capire la struttura dell’atomo, le implicazioni della relatività, quando faceva i primi passi la fisica quantistica, in Italia parlavamo di neoidealismo con quel trombone di Gentile. In Italia non c’è mai stata una cultura scientifica degna di nota: tolto il Rinascimento, a Galileo volevano metterlo sul rogo; più avanti, Fermi e Segré dovettero emigrare in USA…E attualmente vogliamo dire due parole come è stato trattato il nostro unico leader politico ITALIANO DAL NOME MATTEO RENZI? Come disse Troisi in Non ci resta che piangere, anche questi hanno fatto un CONSULTO TRA INTELLIGENTI. E anche Noi potremmo aggiungere quasi distrattamente: “Ma 9×9 farà 81?”. LA FOTO PIÙ INTELLIGENTE DI TUTTI I TEMPI Nella fotografia appaiono: Nell’ultima fila, da sinistra a destra: Auguste Piccard, Émile Henriot, Paul Ehrenfest, Édouard Herzen, Théophile De Donder, Erwin Schrödinger, Jules Emile Verschaffelt, Wolfgang Pauli, Werner Heisenberg, Ralph Fowler, León Brillouin.
Nella fila centrale, da sinistra a destra: Peter Debye, Martin Knudsen, William Lawrence Bragg, Henrik Anthony Kramers, Paul Dirac, Arthur Holly Compton, Louis de Broglie, Max Born, Niels Bohr.
Prima fila, da sinistra a destra: Irving Langmuir, Max Planck, Marie Curie, Hendrik Lorentz, Albert Einstein, Paul Langevin, Charles-Eugene Guye, Charles Thomson Rees Wilson e Owen Richardson. 
Nel 1927, un evento riunì in un’unica stanza alcune delle più grandi menti del mondo. Quell’anno, 29 scienziati si incontrarono a Bruxelles per il quinto Congresso Solvay. Convocata dal chimico e industriale belga Ernest Solvay, l’argomento della conferenza di quell’anno era “Elettroni e fotoni”, argomenti discussi nelle nuove teorie della meccanica quantistica. Tra loro c’erano premi Nobel e professori con prestigiose cattedre universitarie, tra cui nomi leggendari come Marie Curie, Albert Einstein, Niels Bohr ed Erwin Schrödinger. Durante l’evento, i partecipanti si sono riuniti per quella che è stata definita “la foto più intelligente” di tutti i tempi: una semplice istantanea scattata in uno dei momenti più emozionanti.
Il fotografo Benjamin Couprie catturò nel 1927 quella che è considerata una foto storica nella scienza.

LE NEWS DI BEZZI FER:Di-tutto-di-piu-senza-peli-sulla-lingua-e-senza-fake.

Blog di bezzifer – DI TUTTO DI PIU SENZA PELI SULLA LINGUA …BASTA CLICCARE SUL TITOLO BLU QUI SOPRA E VI SI ARE UN MONDO DI NOTIZIE REALI E ATTUALI. Qui troverai i post che puoi leggere liberamente e se ti iteressano li puoi condividere con chi vuoi. Ricordatevi che informare corettamente è un fattore fondamentale per una ottima democrazia duratura .Buona lettura se vuoi conoscere il mio pensiero sulla situazione politica economica e tante altre informazioni utile nel mondo moderno e democratico.

Io sono Giorgia. Votatemi. Faro uscire l’Italia dall’Europa.

 “Giorgia Meloni al Consiglio europeo ha condannato all’irrilevanza l’Italia rispetto al nuovo governo europeo. Sul fronte interno Giorgia Meloni condanna l’inchiesta anziché invece intervenire per ripulire le sezioni giovanili del partito da questi odiosi comportamenti e nostalgie nazifasciste” L’Italia è ininfluente nella decisione delle nomine ed è completamente isolata in Europa. Un altro grande risultato di Giorgia Meloni, detta Giorgia. OK: Non c’è molto da gioire sono stati riconfermati tutti quelli di prima. Da qui alla patrimoniale più o meno green, al blocco delle grandi opere al più sussidi e manette per tutti .. insomma ricomincia la giostra, come se, nulla fosse accaduto. Sono sicuro che se Renzi fosse stato eletto avrebbe impedito la rielezione della Von der Leyne.  Sto guardando Crozza in TV: “L’ego di Renzi. Con il 3% ha l’ego di Putin”. Quindi tu non hai votato per STATI UNITI D’EUROPA, perché volevi trombare Renzi, proprio come è successo per il referendum costituzionale del 2018 per trombare Renzi gli italiani si sono auto rombati. PORELLI CHI LO DENIGRA! E PER COLPA LORO GRIDIAMOLO A SQUARCIA GOLA “POVERA ITALIA”  E trombati per non aver dato fiducia al RENZI! ora state tranquilli, e preoccupatevi per lei non per Renzi, premesso che è ancora senatore, ma lui è abbastanza preparato e intelligente da non aver nessun problema a trovare chi gli dà un lavoro che faccia consulenze dagli arabi o agli inglesi o a altri ancora…non è mica un asino come certi politici che magari votate anche voi… D’altronde senza un politico decente cosa vi aspettavate. Continuate a buttar fuori i migliori ,pochi giusto un paio. Poi vi lamentate? conclusione in Italia l’avete votata, in Europa hanno capito l’ambiguità della meloni, si vede che in Europa sono più svegli. QUESTA è LA REALTA DEI FATTI! E CARI TROMBATI DALLA GIORGIA: Se non si fosse capito, la nuova triplice alleanza. Le pen …meloni …orban…e siamo fritti.

Il dibattito.Biden in difficoltà di fronte alle bugie di Trump

La performance debole del presidente nel duello televisivo manda nel panico i democratici, e mette in secondo piano le enormi quantità di frottole e di minacce alla democrazia dello sfidante. La disperazione dei democratici ha cominciato a diffondersi già dopo i primi minuti del dibattito. In quel momento tutti hanno capito che il presidente Jo Biden, sempre difeso e protetto nelle sue fragilità, politiche e anagrafiche, non sarebbe riuscito a far nascere un nuovo slancio per la sua candidatura alla rielezione. L’onda di panico tra i democratici di conseguenza ha poi lasciato lo spazio, tra social e chat private, alla domanda se davvero se dovesse essere lui il candidato. In ogni caso, nel corso di 90 minuti, un Biden dalla voce roca ha lottato per pronunciare le sue battute e contrastare un Donald J. Trump tagliente, disonesto e scorretto al punto da sollevare dubbi sulla capacità del presidente in carica di riuscire ad affrontare una campagna vigorosa e competitiva nei prossimi quattro mesi. Piuttosto che dissipare le preoccupazioni sulla sua età, Biden, 81 anni, ne ha fatto la questione centrale. E allora i commenti usciti mentre il duello era in corso, presentavano tonalità dall’imbarazzante al cinico. Eccone alcuni, emblematici del mood: «Joe aveva una enorme riserva di supporto democratico. Si è prosciugata». Oppure: «I partiti esistono per vincere, ma l’uomo sul palco con Trump non può vincere». La paura di Trump ha soffocato le critiche a Biden. «Ora quella stessa paura alimenterà le richieste di dimissioni». I commenti più benevoli, insomma, sono stati quelli sullo stile di Mark Buell, uno dei finanziatori più importanti di Biden e del Partito Democratico: «Ehi, ragazzi, abbiamo tempo per mettere qualcun altro lì dentro?». Per poi chiuderla così: «La leadership democratica ha la responsabilità di andare alla Casa Bianca e mostrare chiaramente che cosa pensa l’America, perché qui è in gioco la democrazia, e siamo tutti nervosi».  Il signor Trump, 78 anni, ha affrontato il dibattito senza problemi, snocciolando una falsità dopo l’altra senza avere di fatto un contendente. Falso ma controllato, ha evitato il comportamento prepotente che lo aveva danneggiato durante il suo primo dibattito con Biden, nel 2020. Insomma ha lasciato che il suo avversario facesse tutto da solo. Jo Biden ha giocato in difesa per la maggior parte del tempo e non ha usato le battute preparate per lui dagli spin doctor della sua campagna, o al limite le ha borbottate di sfuggita. Gli assistenti hanno poi detto che il presidente ha avuto un raffreddore negli ultimi giorni, il che spiegava la sua voce rauca. In sintesi, a questo punto, è chiaro che lo staff del presidente avrà parecchio da fare nelle prossime settimane.

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Vox populi. La vittoria percepita di Meloni e le nomine Ue con i voti degli altri

E VI SPIEGO IL PERCHE! Nella narrazione della presidente del Consiglio, contano solo le preferenze date ai partiti di destra. Un meccanismo di rifiuto della realtà tipico del trumpismo che ha portato all’isolamento politico dell’Italia. Ormai grazie a Giorgia Meloni abbiamo una nuova categoria della politica: la democrazia percepita. Come la temperatura segna trenta gradi all’ombra e quella percepita è di quaranta, per Meloni «i popoli hanno votato a destra», anche se non è vero. Ma questo è il risultato delle europee da lei percepito, e a nulla vale farle notare che gli altri hanno preso di più, come se questi non fossero voti del popolo ma di qualche entità iperuranica, ostinatamente contraria alla sua soggettiva interpretazione del risultato elettorale. Il popolo è quello che vota lei e i suoi compagni (ops) della destra europea mentre chi ha votato popolare, socialista, liberale non è popolo e dunque conta di meno, questi sono voti di radical chic scesi dalle terrazze, ex sessantottini con la pancetta e la seconda e terza casa, sono comunisti nullafacenti, la solita borghesia medio-alta moralmente accattona, gli intellò che leggono Alessandro Piperno – ammesso che la presidente del Consiglio sappia chi sia – e guardano Corrado Formigli e quelle fastidiose inchieste di regime di Fanpage da fare vedere a Sergio Mattarella: ma che vorrà dire, «inchieste di regime», non l’ha capito nemmeno lei. Il popolo siamo (semo) noi, vota per noi e siamo sempre a Fantastichini-Mezzalupi di “Ferie d’agosto”: «Nun ce state a capì un cazzo, ma da mò!». Ma finché si scherza si scherza. Qui invece è la presidente del Consiglio che parla. Con questo retropensiero di aver vinto le europee, Giorgia Meloni si è presentata a Brux