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L’antisemitismo è un’Idra dalle mille teste

Molto bello il pezzo, qui pubblicato, di Filippo Piperno sul comico e commentatore politico americano Bill Maher . La tesi di Maher, sottolinea Piperno, è semplice: “destra e sinistra, per ragioni diverse e con linguaggi diversi, si sono ritrovate sullo stesso terreno. Non nello stesso punto ideologico, ma nello stesso esito retorico: trasformare Israele e gli ebrei nel bersaglio su cui scaricare ossessioni, rancori e fantasie di purificazione politica”.

Una tesi che designa l’ennesima evoluzione di quello che, per distinguere le persecuzioni subite dagli ebrei nei secoli XIX e XX dalla tradizionale ostilità antigiudaica di epoche anteriori, viene definito “antisemitismo moderno”. Come ha osservato Manuel Disegni, tuttavia, si tratta di un’espressione tutt’altro che scontata, bensì di un ossimoro (“Critica della questione ebraica”, Bollati Boringhieri, 2024). “Antisemitismo moderno” è infatti una contraddizione in termini.

L’emarginazione sociale degli ebrei, i pregiudizi e le calunnie teologiche, i ghetti, i pogrom, sono tutti fenomeni tipicamente premoderni, caratteristici di una società ignorante e brutale non ancora rischiarata dall’Illuminismo; insomma, un emblema dei cosiddetti secoli bui.

Ancora al tempo di Marx il termine “antisemitismo” non esisteva. Si tratta di un neologismo coniato soltanto nella seconda metà dell’Ottocento, che perciò non può essere riferito a epoche precedenti se non in modo impreciso e anacronistico. A rigore, non vi è altro antisemitismo all’infuori di quello “moderno”. E non è forse “curioso il caso di un neologismo coniato per indicare qualche cosa che esiste ed è nota ai più già da tempo immemorabile?” [Disegni].

Ma il fatto che si fosse resa necessaria l’introduzione di un termine nuovo prova che qualcosa era cambiato, se non altro le circostanze medesime. Ma nella storia sono proprio le circostanze a fare la differenza. E la storia dell’antisemitismo è millenaria. Questo fatto così singolare suscita l’impressione che esso abbia in sé qualcosa di misterioso e oscuro, antichissimo, quasi primordiale.

Appare come una mitologica Idra, un mostro immortale capace di manifestarsi con infinite facce diverse e pure sempre identico a se stesso; un fenomeno incommensurabile che sfugge alle nostre capacità d’indagine razionale. Il ricercatore “è tentato di arrestarsi di fronte all’opacità impenetrabile del mistero, oppure di rifugiarsi in spiegazioni di tipo mitologico e irrazionale” [Disegni].

L’antisemitismo viene concepito come una sorta di destino universale e ineluttabile, una costante antropologica, un male inestirpabile, l’unica modalità possibile di rapporto fra ebrei e gentili. È questa un’idea cara tanto alla propaganda antisemita stessa, interessata a rappresentare gli ebrei come nemici dell’umanità intera, quanto a quella del nazionalismo ebraico, interessato a rappresentare l’umanità intera come nemica degli ebrei.

Ora, la ricerca storica ha il compito di analizzare le diverse forme e i diversi contesti in cui si manifesta la straordinaria longevità dell’antisemitismo. Deve cioè superare la concezione di un’atavica “avversione per gli ebrei”, sempre uguale a se stessa attraverso i secoli, e sostituire le definizioni di questo genere, necessariamente astratte, con lo studio della genesi sociale di questo sentimento e della funzione specifica che esso assolve nei contesti politici in cui di volta in volta compare.

L’antisemitismo può essere conosciuto come un oggetto storico solo attraverso le sue trasformazioni.

Le rivoluzioni moderne e la nascita della società borghese avevano suscitato l’illusione che l’antisemitismo fosse ormai prossimo a scomparire. In seguito alle conquiste napoleoniche, anche nell’arretrata Germania gli ebrei avevano ottenuto i diritti civili ed erano divenuti membri a pieno titolo della nuova comunità politica. Le porte dei ghetti erano finalmente state aperte.

L’età delle rivoluzioni, 1789-1848, secondo la periodizzazione di Eric Hobsbawm, fu per gli ebrei un’epoca di emancipazione. Gli ebrei tedeschi nati attorno al 1800 crebbero con la speranza di uscire per sempre dalla loro condizione di emarginazione ed entrare finalmente a far parte davvero della società.

A questa prima generazione emancipata appartenevano fra gli altri il poeta Heinrich Heine, amico di Marx dagli anni del comune esilio parigino, il professor Eduard Gans, che gli insegnò la filosofia hegeliana all’Università di Berlino, e i suoi stessi genitori.

La fiducia nutrita da questa generazione in un riscatto epocale dalla loro secolare oppressione si comprende nel quadro più ampio del comune sentire progressista del movimento liberale e della borghesia rivoluzionaria del primo Ottocento, convinto di essersi lasciato alle spalle i secoli bui: che la violenza nei rapporti fra gli uomini fosse stata ormai abolita dal diritto, l’intolleranza e i pregiudizi sradicati dall’Illuminismo, la barbarie sconfitta dalla civiltà.

Il corso degli eventi successivi, invece, corrispose tanto poco a queste aspettative che verso la fine del secolo dovette essere introdotto nel linguaggio politico il termine “antisemitismo”.

L’emancipazione ebraica non provocò la fine dei pregiudizi e delle persecuzioni. Determinò semmai una loro trasformazione, ma nessuna diminuzione del tasso di violenza e barbarie.

Per un contadino del Sacro Romano Impero gli ebrei erano figuri ignoti e misteriosi, stranieri seguaci di un culto oscuro e antico, privi di fede e di carità, privi di proprietà immobili, privi di cognomi. Vivevano ai margini della società feudale e avevano con essa rapporti minimi. Le comunità locali, a loro volta, riservavano loro atteggiamenti più o meno ostili, a seconda delle congiunture e delle opportunità.

Nella società moderna, invece, gli ebrei sono cittadini titolari di pari diritti. Il nemico di un antisemita moderno è un membro della sua stessa comunità politica, un borghese come lui, un vicino di casa, un collega, un concorrente; inoltre stampa giornali, costruisce ferrovie, detiene cattedre all’università e seggi in Parlamento.

Gli ebrei non rappresentano più una minoranza errante e malvista da incolpare opportunamente in occasioni contingenti, come per esempio la diffusione di un’epidemia, il danneggiamento di un raccolto o la sparizione di un bambino; non più semplicemente un capro espiatorio o una valvola per lasciar sfogare la rabbia popolare senza mettere in pericolo l’autorità e i poteri costituiti.

Nella propaganda antisemita otto-novecentesca la figura dell’ebreo assurge al ruolo di una minaccia universale che incombe sulla collettività intera (chiamata “popolo”). Rispetto ai secoli trascorsi, il pensiero antisemita si fa universale, sistematico, scientifico. Si secolarizza.

Da crocifissori di Cristo gli ebrei si trasformano in affamatori dei popoli, da succhiatori di sangue cristiano in parassiti del lavoro sociale. L’avido banchiere prende il sopravvento sul perfido giudeo. Anziché la fine dell’antisemitismo, la nascita della società moderna segna la sua elevazione da semplice credenza superstiziosa a visione complessiva del mondo.

L’improvviso impeto di violenza brutale e cruenta dei pogrom non si estingue, ma viene razionalizzato, modernizzato, trasformato fino a diventare un progetto politico metodico di contrasto, espulsione e infine distruzione totale degli ebrei.

“Antisemitismo moderno”, dunque, non è un’espressione pleonastica, bensì necessaria per circoscrivere storicamente l’oggetto di indagine e cogliere il suo carattere di novità. Qui sta l’importanza di un monologo come quello di Bill Maher (che vale quanto cento articoli sulla “questione ebraica”).

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