
L’antisemitismo torna a mostrarsi anche nel linguaggio pubblico: certe identità vengono taciute per prudenza, altre esibite senza esitazione. Una doppia misura che rivela quanto l’odio verso gli ebrei sia ormai entrato nella normalità del discorso occidentale.
Tutti i giornali italiani hanno dedicato molte pagine al terribile episodio di Modena e quasi tutti hanno definito l’attentatore, Salim El Koudri (nato a Seriate, in provincia di Bergamo, da famiglia di origine marocchina), un italiano di seconda generazione; solo in seguito, leggendo gli articoli, emergevano ulteriori dettagli sulla sua origine familiare.
Poche settimane fa, un altro ragazzo girava per Roma con una pistola ad aria sparando: è stato arrestato e tutti i giornali che hanno riportato questo evento hanno definito il ragazzo “un ebreo”.
Non può non emergere la diversità di trattamento.
Oggi gli ebrei della diaspora si nascondono, mandano i loro figli a scuola protetti dalla polizia, si tolgono la kippah, evitano la sinagoga, sono nell’ombra, ormai difesi da pochi intellettuali o da cittadini che vengono regolarmente attaccati.
La parola ovvia è “antisemitismo”, anche se, e questa è forse la posizione più ambigua, molti danno la colpa a Israele e alla politica del premier israeliano per spiegare e giustificare quello che sta avvenendo in Occidente, dimostrando di non avere né l’apertura mentale né la cultura per capire che un attacco così ampio e così violento contro gli ebrei della diaspora ha radici più antiche e conseguenze ben più gravi sulla tenuta dei valori occidentali.
La normalità con la quale ormai è stato dato per acquisito l’antisemitismo è paradossale: è normale definire il giovane di Roma un ebreo, ma è evidente il desiderio di non voler essere politicamente scorretti sottolineando subito l’origine familiare dell’autore del grave fatto di Modena.
In qualche modo, i fatti di Roma mettono sotto accusa tutti gli ebrei, tutta la comunità ebraica, colpevole di estremismi.
Ma è giusto evitare che i fatti di Modena siano il pretesto per incitare l’odio contro i migranti, magari installati nel nostro Paese da molto tempo, o contro chiunque non abbia origini simili alle nostre.
Quindi dire “ebreo” non è politicamente scorretto, mentre indicare subito l’origine familiare di un giovane che ha commesso un atto gravissimo diventa discriminante e politicamente scorretto.
Lo stesso è avvenuto in Inghilterra dopo l’attentato sulle ferrovie di oltre un anno fa, quando ci si è ben guardati dal definire la nazionalità degli autori, perché questo sarebbe stato ritenuto politicamente inaccettabile.
Se lo stesso attentato fosse stato compiuto da ebrei, sarebbe stato scritto in tutti i titoli dei media britannici. Un ulteriore motivo di riflessione, in questi giorni, su come l’onda di antisemitismo stia crescendo, al di là dei numeri che purtroppo lo raccontano in modo impietoso.
Resta la domanda: se domani in Medio Oriente tornasse la pace, se Israele, che è una democrazia in cui si vota, decidesse di chiudere la fase di Netanyahu a settembre con le elezioni, gli ebrei italiani, francesi, tedeschi, inglesi sarebbero finalmente liberi di vivere senza essere circondati dall’odio e dalla paura?
Non credo.
Perché l’antisemitismo è il comodo rifugio di tutte le società fallite. E noi purtroppo lo siamo.
POI Cè IL ROVESCIO DELLA STESSA MEDAGLIA : E SEVE AGIRE INMEDIATAMENTE COME CI FA NOTARE MATTEO RENZI.
