Chiamatelo come volete. Io lo chiamo tradimento politico. Centinaia di dirigenti, amministratori ed elettori di centrosinistra hanno seguito Luigi Marattin fuori da Italia Viva. Lo hanno fatto in buona fede. Credevano a una promessa: costruire un centro liberale, democratico, autonomo. Non di destra e non di sinistra. Coerente. Oggi quella promessa è carta straccia. Con 5 miseri voti di scarto in Direzione, 26 a 21, Marattin archivia tutto e svolta a destra. E quegli elettori che volevano un’alternativa liberale si ritrovano, senza che nessuno glielo abbia mai chiesto, a braccetto con Meloni, Salvini e persino Vannacci. Questa non è politica. È usare le persone come un taxi: le fai salire per una battaglia di idealità, le fai pagare il biglietto con la fiducia e la reputazione, e poi le scarichi nell’accampamento della destra sovranista appena ti conviene. Andrea Marcucci e l’altra metà del gruppo hanno fatto benissimo a sbarrare la strada a questo ribaltone. Perché il problema non è cambiare idea. Il problema è sacrificare la storia politica di centinaia di persone per convenienza personale. Puoi vincere una votazione 26 a 21. Ma quando trascini i tuoi elettori a destra per convenienza personale, hai già perso tutto. La faccia, la credibilità, la dignità. Marattin non ha portato il centro a destra. Ha portato gli elettori di sinistra in braccio alla destra.

Il POST descrive la recente e profonda spaccatura interna al Partito Liberaldemocratico (PLD), culminata nella riunione della Direzione Nazionale del 3 novembre 2026. In tale occasione, la relazione del segretario Luigi Marattin è stata approvata con 26 voti favorevoli e 21 contrari, segnando un’apertura al dialogo con le forze di centrodestra.
Il dibattito riflette due visioni contrapposte sul posizionamento strategico dell’area liberaldemocratica in Italia:
La posizione dei critici (area Marcucci e centrosinistra)
Secondo gli esponenti della minoranza interna guidati dal presidente del partito Andrea Marcucci, e i commentatori di area centrosinistra, la scelta di Marattin rappresenta una smentita del progetto originario. Le principali critiche sostengono che:
- Tradimento del mandato autonomo: Il movimento era nato con la promessa di costruire una terza via liberale ed europea, equidistante dai due poli principali.
- Schiacciamento sulla destra di governo: L’apertura alle forze di maggioranza rischia di portare gli elettori e i dirigenti di cultura riformista e progressista a sostenere indirettamente la coalizione guidata da Giorgia Meloni.
- Frammentazione dell’area di centro: Questa mossa spacca il partito a soli 18 mesi dalla fondazione, allontanando le prospettive di una coalizione unita con altre forze centriste ed europeiste.
La posizione dei sostenitori (linea Marattin)
Di contro, Luigi Marattin e la maggioranza della Direzione difendono la svolta strategica ritenendola una necessità pragmatica dettata dall’attuale sistema politico:
- Rifiuto del “Campo Largo”: Marattin ha più volte espresso l’impossibilità di convergere con un centrosinistra trainato da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, giudicato troppo sbilanciato su posizioni stataliste e assistenzialiste.
- Riformismo nel centrodestra: L’obiettivo dichiarato è l’interlocuzione con le componenti moderate del centrodestra, in primis Forza Italia, per contendere spazio ai sovranismi e promuovere istanze liberali su tasse, concorrenza e spesa pubblica dall’interno o in coalizione.
- Rappresentanza pragmatica: I sostenitori affermano che in un sistema bipolare, l’isolamento al centro rischia di condannare l’area all’irrilevanza elettorale.
L’esito del voto ha aperto scenari di scissione formale all’interno del Partito Liberaldemocratico, con la minoranza che ha già annunciato la partecipazione a iniziative autonome volte a ricostruire un polo centrista alternativo alla destra.