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Le primarie e la guerra (post nato )

Non ho mai condiviso la scelta di fare le primarie, in particolare aperte, per scegliere il segretario/a del PD.

Per vari motivi, il primo è quello della assoluta irrilevanza della volontà degli iscritti, detronizzati dal voto dei non iscritti. Schlein infatti ha vinto così, altrimenti avrebbe vinto Bonaccini.

Il secondo perché le primarie sostituiscono la responsabilità prima di un gruppo dirigente, quindi dei propri organismi, di trovare una sintesi, dimostrando debolezza politica.

Il terzo perché la scelta sul nome del segretario/a ai gazebo nasconde, quindi senza esplicitarla, la diversa impostazione politica dei contendenti.

Insomma le primarie più che un esercizio di democrazia diventa un esercizio calcolato e organizzato di potere, in cui i votanti vengono indirizzati al voto e alla scelta sulla base del potere di influenza delle linee di comando da Roma alla periferia. Anche la Schlein non è sfuggita a questo meccanismo, le linee di comando c’erano eccome.

Quindi le primarie per scegliere il segretario non producono più democrazia interna, producono viceversa il consolidamento delle divisioni interne. Le registra.

Diverso é il ragionamento sulle primarie di coalizione, ovvero primarie che superano i confini del singolo partito mettendo in campo fattori diversi che ne cambiano il senso.

In questo caso non si tratta di scegliere un nome e basta, ma di scegliere, tra i soggetti che compongono la coalizione, la forza che incarna meglio una politica.

Quando Conte insiste sul programma intende proprio questo. O si trova una sintesi condivisa o siano le primarie a scegliere. Il punto, lo sapete, è la guerra.

Ergo la scelta sul nome porta con sé una politica. È esplicito.

Pertanto il voto ai gazebo scioglie il nodo vero di divisione della futura coalizione. Fa chiarezza e legittima una linea politica. In questo caso sulla guerra.

Conte lo ribadisce quando afferma ” per un progetto progressista la Pace deve essere dirimente, serve una svolta negoziale, con reciproche concessioni“ e sollecita la decisione sulla data per svolgere le primarie.

Pertanto in questo caso le primarie sono sacrosante, perché sono l’unica imperdibile occasione per dire NO alla guerra.

Invece la Schlein temporeggia, attende il pronunciamento della Consulta sulla legge elettorale, la quale può ritenere incostituzionale totalmente o parzialmente la legge. Se così fosse cambierebbero le carte in tavola. Ovvero addio alle primarie, ritenute a quel punto inutili. L’argomento sarebbe che non ci sarebbe più la necessità di scegliere il premier, il programma. Coalizione si, ma ognun per sé.

Naturalmente io mi auguro che sulla guerra si trovi una sintesi condivisa, immaginate la campagna elettorale come sarebbe!!

Nel caso contrario, la coalizione sul tema guerra marcera’ divisa e solo il voto alle elezioni politiche scioglierà il nodo.

Mi auguro altresi che Conte sia ben consapevole che in caso di pareggio o di una minima distanza tra centrodestra e centrosinistra si potrebbe enucleare un ennesimo Governo di larghe intese.

Il che starebbe a significare che andremo bellamente in guerra con il M5S all’opposizione.

E il cerchio si chiude.

La riflessione solleva questioni centrali sul funzionamento dei partiti e sulla natura delle coalizioni politiche in Italia. Il dibattito sui limiti delle primarie di partito e sul valore delle primarie di coalizione come chiarimento programmatico è molto vivo tra analisti ed esponenti politici.

Il dibattito sulle primarie interne al PD

La critica alle primarie aperte per la scelta del segretario trova riscontro in diverse analisi politiche:

  • Il peso degli iscritti contro i non iscritti: Il caso delle primarie del Partito Democratico del 2023 ha evidenziato questa dinamica. Stefano Bonaccini aveva ottenuto la maggioranza dei voti tra gli iscritti nei circoli (circa il 52,9%), mentre Elly Schlein ha ribaltato il risultato nel voto aperto ai gazebo (con circa il 53,7%), diventando segretaria. Questo esito ha alimentato la discussione interna sull’identità del partito e sul ruolo dei militanti tesserati rispetto agli elettori occasionali.
  • Delega della sintesi e correnti: Molti politologi osservano che l’uso delle primarie può talvolta esonerare i gruppi dirigenti dal compito di negoziare una sintesi politica, trasferendo la decisione all’esterno. Inoltre, critici della misura sostengono che le strutture organizzate del partito e le diverse correnti (le cosiddette “linee di comando”) mantengono una forte capacità di mobilitazione e influenza anche nel voto ai gazebo.
  • Rischio di polarizzazione: Secondo questa prospettiva, anziché sanare le divergenze, la competizione nei gazebo rischia di cristallizzare le divisioni in fazioni contrapposte, rendendo più complessa la gestione unitaria del partito all’indomani del voto.

Le primarie di coalizione come scelta programmatica

Il ragionamento si sposta su un piano diverso quando si considerano le primarie all’interno di una coalizione (come il campo progressista o di centro-sinistra):

  • Arbitrato tra linee diverse: In questo contesto, le primarie non servono a definire l’identità di una singola forza politica, ma a stabilire quale sensibilità debba guidare l’alleanza. Quando i partiti di una potenziale coalizione presentano visioni distanti su temi cruciali, la consultazione popolare può diventare uno strumento per misurare il consenso attorno a una specifica linea politica.
  • Il nodo dei programmi e la leadership: Esponenti politici, tra cui Giuseppe Conte del Movimento 5 Stelle, hanno spesso sottolineato che un’alleanza non può basarsi solo su accordi di vertice o cartelli elettorali, ma necessita di una chiara identità programmatica. Temi complessi come la politica estera, il posizionamento sui conflitti internazionali e la ricerca di una svolta negoziale per la pace sono considerati da molti elementi identitari non negoziabili.
  • Legittimazione democratica: Da questo punto di vista, se i tavoli programmatici non riescono a trovare una sintesi condivisa, il voto dei gazebo su candidati che incarnano visioni opposte (ad esempio, un approccio più atlantista/interventista contro uno fortemente orientato al pacifismo o alla via diplomatica) ha il compito di fare chiarezza, dando al vincitore il mandato popolare per imporre quella specifica linea alla coalizione.
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