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Quando i diritti si scontrano.Il 9 luglio, a Strasburgo, i contrari erano più dei favorevoli. Eppure il provvedimento è passato.

È troppo tempo che accettiamo limitazioni alla libertà individuale di ciascuno di noi in nome di battaglie contro qualcosa, che sia la mafia, la pedofilia, la corruzione poco importa.
Si sposta il confine impercettibilmente sinché un giorno ci ritroveremo nel grande fratello

Non c’è alcun errore. Si votava sul respingimento della posizione del Consiglio e, per respingerla, serviva la maggioranza assoluta del Parlamento: 360 voti. I contrari si sono fermati a 314. Il resto è procedura.

È una differenza che conta. Quando si interviene su una libertà fondamentale, il modo in cui una decisione viene presa pesa quasi quanto la decisione stessa. Non è irrilevante che una maggioranza dei votanti si sia espressa contro e che il testo sia comunque sopravvissuto grazie al meccanismo parlamentare utilizzato.

Così la deroga alle norme sulla riservatezza delle comunicazioni, quella che consente alle piattaforme di individuare materiale pedopornografico attraverso sistemi automatizzati di rilevazione, viene prorogata fino al 2028. Era scaduta ad aprile. È tornata in aula all’inizio di luglio con una veste giuridica diversa. La partita, peraltro, non è ancora conclusa: il testo dovrà tornare all’esame degli Stati membri.

Difficile immaginare una materia più delicata. Da una parte ci sono i bambini vittime di abusi. Dall’altra centinaia di milioni di cittadini che affidano alle proprie comunicazioni una parte essenziale della loro libertà. Mettere questi due diritti uno contro l’altro è già una sconfitta. Fingere che uno dei due non esista sarebbe peggio.

Va detto anche ciò che molti hanno omesso. Il Parlamento ha approvato un emendamento che, nell’ambito di questa proroga, mantiene fuori dal perimetro le comunicazioni protette da crittografia end-to-end. WhatsApp e Signal, almeno in questa fase, restano escluse. Parlare di sorveglianza generalizzata delle chat è quindi inesatto.

Questo, però, non esaurisce il problema.

La scansione rimane possibile per altri servizi largamente utilizzati, come i messaggi diretti di Instagram, Discord, Snapchat e la posta elettronica su Gmail o iCloud. In pratica, una parte consistente della vita digitale di milioni di europei. La cifratura rischia così di diventare il privilegio di chi sa come difendersi, non una tutela accessibile a tutti.

Anche chi sostiene la proroga ha argomenti solidi. Le segnalazioni automatiche delle piattaforme hanno permesso di identificare vittime e di avviare indagini che altrimenti non sarebbero mai partite. Sarebbe intellettualmente disonesto far finta che questo risultato non esista.

Il punto critico è un altro.

Per secoli le democrazie liberali hanno costruito il diritto penale intorno a un’idea semplice: si limita la libertà di qualcuno quando esistono elementi concreti per sospettarlo di un reato. Qui il percorso si inverte. Si accetta che una platea immensamente più ampia di persone, che non è sospettata di nulla, possa essere coinvolta in un sistema di rilevazione perché, tra milioni di cittadini, potrebbero nascondersi gli autori di quei reati.

È un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico.

Non riguarda soltanto la privacy. Riguarda il rapporto tra cittadino e Stato. La prevenzione prende gradualmente spazio rispetto al sospetto individuale. È una differenza sottile, ma nelle democrazie le differenze sottili sono spesso quelle che lasciano i segni più profondi.

Naturalmente nessuno propone di rinunciare alla lotta contro la pedopornografia. Sarebbe assurdo. Il problema non è l’obiettivo. È lo strumento scelto per raggiungerlo.

Ogni limitazione di una libertà fondamentale nasce quasi sempre da una buona ragione. È normale che sia così. Le cattive ragioni difficilmente trovano consenso. Proprio per questo il confine va sorvegliato con attenzione. Oggi la motivazione è la tutela dei minori. Domani potrebbe essere un’altra emergenza, altrettanto seria e altrettanto difficile da contestare.

Ecco perché il voto del 9 luglio conta più della deroga che proroga.

La vera questione non è Chat Control nella sua forma attuale. La vera questione è il precedente che introduce. Se si accetta il principio che, in determinate circostanze, sia legittimo comprimere preventivamente la riservatezza delle comunicazioni per impedire un reato, il terreno del confronto si sposta inevitabilmente più avanti.

Non si discuterà più se quel principio sia ammissibile. Si discuterà fin dove possa essere esteso.

Ed è proprio lì che inizia il dibattito su Chat Control 2.0.

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