Prima, però, dovrebbe rispondere lui.
Perché la vera domanda non è cosa abbia fatto la procuratrice Nanni. La vera domanda è: come nasce davvero la storia di Graciela Torres?
Chi l’ha trovata? Chi l’ha contattata? Chi ha verificato le sue accuse? Chi ha tradotto i documenti? E perché, dopo settimane di clamore, molte di quelle accuse non hanno trovato conferma?
Se questa è la più importante inchiesta giornalistica degli ultimi mesi, capace di gettare un’ombra sul Presidente della Repubblica, allora merita la massima trasparenza.
Ecco 25 domande a cui Il Fatto Quotidiano dovrebbe rispondere.
1- Come siete arrivati a identificare Graciela Torres come fonte dell’inchiesta? Chi vi ha segnalato il suo nome?
2 – È stata la Torres a contattare Il Fatto Quotidiano oppure è stato il giornale a cercarla? Potete ricostruire con precisione la cronologia dei primi contatti?
3 – Chi ha messo in contatto Thomas Mackinson con Graciela Torres? Il contatto è stato diretto oppure mediato da terzi?
4 – Graciela Torres è una lettrice abituale del Fatto Quotidiano da Punta del Este oppure qualcuno le ha segnalato gli articoli di Mackinson? Se sì, chi?
5 – Come ha ottenuto il numero di telefono o il contatto diretto di Thomas Mackinson una massaggiatrice uruguaiana fino ad allora sconosciuta al pubblico italiano?
6 – La Torres parla italiano? In caso contrario, chi le ha tradotto gli articoli italiani che l’avrebbero spinta a parlare?
7 – In quale lingua si sono svolti i primi colloqui tra Mackinson e la Torres? Mackinson parla spagnolo oppure vi siete avvalsi di interpreti, collaboratori o consulenti locali?
8 – Chi ha fatto da ponte tra la redazione italiana e il mondo di Punta del Este? Un giornalista locale, un avvocato, un ex dipendente della tenuta, un attivista o altri soggetti?
9 – Chi ha verificato sul posto in Uruguay le dichiarazioni della testimone? Sono stati utilizzati giornalisti, fixer, investigatori o consulenti locali?
10 – Perché nessun giornale uruguaiano aveva mai lanciato questa storia prima dell’inchiesta del Fatto Quotidiano?
11 – Perché la stampa uruguaiana sembra aver scoperto la Torres soltanto dopo la pubblicazione degli articoli italiani e non prima?
12 – Perché la Torres avrebbe deciso di parlare dopo oltre vent’anni di silenzio? Quale elemento concreto l’ha convinta a esporsi pubblicamente proprio in quel momento?
13 – Avete verificato se la Torres avesse motivi personali, economici, professionali o giudiziari di conflitto con Giuseppe Cipriani o con il suo gruppo?
14 – La fonte vi è stata segnalata da qualcuno che aveva contenziosi aperti con Cipriani o con società a lui riconducibili?
15 – Quali verifiche indipendenti avete svolto sulle accuse più gravi prima della pubblicazione? Oltre alla testimonianza della Torres, quali riscontri documentali avevate raccolto?
16 – Esistono e-mail, messaggi, registrazioni o altri documenti che attestino il primo contatto tra la Torres e la redazione?
17 – Esistono ulteriori documenti, testimonianze o registrazioni che non sono stati pubblicati? Se sì, perché non sono stati resi noti?
18 – Se la testimone aveva realmente paura di esporsi, perché è stata pubblicata con nome, cognome e volto? Chi ha assunto questa decisione?
19 – Cosa è accaduto nei giorni in cui la Torres avrebbe manifestato ripensamenti? Perché avrebbe cercato di fermare o rinviare la pubblicazione?
20 – Chi ha sostenuto i costi di eventuali traduzioni, trasferte, verifiche e consulenze svolte in Uruguay?
21 – Dopo che diverse accuse non hanno trovato conferma negli accertamenti successivi della Procura Generale di Milano, considerate ancora la Torres una fonte pienamente affidabile?
22 – Come spiegate il mancato riscontro di alcune delle accuse che costituivano il nucleo centrale dell’inchiesta?
23 – Ritenete che le verifiche della Procura siano state incomplete oppure sostenete ancora integralmente la vostra ricostruzione dei fatti?
24 – Alla luce di quanto emerso successivamente, rifareste oggi l’inchiesta con gli stessi contenuti, gli stessi titoli e lo stesso impianto narrativo?
25 – Quale ritenete sia oggi il punto più solido dell’intera inchiesta e quale, invece, il punto che merita ulteriori chiarimenti?

Mattarella conferma la grazia a Minetti e seppellisce Travaglio: il Quirinale chiude il caso
Il capo dello Stato ha aspettato gli esiti del supplemento d’inchiesta sulla grazia per Nicole Minetti da lui stesso richiesti dopo l’inchiesta del Fatto sui presunti elementi torbidi della vicenda. Poi, dopo la conferma del parere positivo da parte della Procura generale di Milano, ha sferrato il colpo del KO. Lo stile di Mattarella, un misto di discrezione e rigida etichetta istituzionale, ma l’intento del comunicato diffuso ieri dal Quirinale, e orientato personalmente dal Presidente, è palese e durissimo.
Il Colle “ha preso atto con rispetto delle conclusioni della Procura generale di Milano in base alle quali non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento”. Il presidente ricorda di aver chiesto lui gli accertamenti “sulla asserita infondatezza delle condizioni che hanno portato alla concessione della grazia. Sottolinea che le “accurate verifiche” sono state effettuate sia dalla polizia italiana che dall’Interpol e che hanno concluso che i “presunti fatti raffigurati in notizie stampa” semplicemente “non corrispondono al vero”. Mattarella ringrazia il ministero della Giustizia per aver risposto sollecitamente alla sua richiesta e ribadisce “la propria fiducia nella magistratura” ed è una stilettata ai giustizialisti del Fatto. Ma è nella seconda parte del comunicato che il presidente passa davvero al contrattacco chiarendo alcuni elementi che erano stati in realtà la punta di lancia delle polemiche contro di lui. Avrebbe potuto farlo subito ma Sergio Mattarella è un politico di lungo corso e vasta esperienza. Se avesse risposto prima degli accertamenti le sue parole sarebbero suonate come un tentativo di giustificarsi. Dopo che le accuse contro di lui sono state smantellate può farlo con effetto letale decuplicato.
Da subito era stato rinfacciata al presidente l’inopportunità della grazia per Minetti in base a ragionamenti strettamente politici oltre tutto postumi dal momento che avrebbero riguardato una sorta di “riabilitazione” di Silvio Berlusconi. “Per corretta e autentica informazione”, il presidente ricorda che sin dall’inizio del suo primo mandato “quando una domanda di grazia è accompagnata dal parere favorevole degli organi giudiziari competenti, il Presidente concede abitualmente la grazia senza farsi influenzare da considerazioni estranee alle finalità umanitarie”. Non è il Colle ad aver usato un occhio di riguardo in base alla vicenda politica della condannata. È chi lo critica a chiedere di applicare una sorta di “aggravante politica che avrebbe dovuto impedire la grazia”. Il colpo di grazia arriva alla fine. La “pistola fumante” che avrebbe dovuto inchiodare Mattarella era il non aver emesso un comunicato per notificare la grazia concessa, caso, avevano scritto in molti, più unico che raro. A supplemento d’inchiesta terminato, Mattarella può infine rispondere: “Per opportuna informazione va aggiunto che, per il decreto di grazia in questione, il Quirinale non si è discostato dai comportamenti abituali, senza alcuna inconsueta segretezza: nella maggior parte dei casi di concessione di grazia non viene emesso comunicato da parte del Quirinale, in ragione della presenza di dati sensibili – malattie, vicende e relazioni familiari, coinvolgimento di bambini e altri aspetti delicati – che vanno doverosamente tenuti al riparo da forme di divulgazione”. Nella vicenda Minetti quegli aspetti sensibili che avrebbero meritato maggior rispetto c’erano tutti.
Quindi il Colle passa ai numeri per dimostrare quanto infondata fosse l’accusa di aver tenuto nascosta solo la grazia per Minetti: “Nel mandato presidenziale in corso, da oltre quattro anni sono state concesse 42 grazie: per 12 di esse vi è stato un comunicato che le ha rese note, mentre non vi è stato comunicato per 30 casi perché questi coinvolgevano dati sensibili. La Presidenza della Repubblica osserva il rispetto del divieto della loro diffusione”. Non è un’autodifesa, come sarebbe stato se il presidente avesse diffuso subito i dati: è un micidiale affondo. È dare dei miserabili a quelli che, pur di colpire il Quirinale, hanno ignorato il riserbo dovuto ai “dati sensibili” e buttato tutto alla rinfusa nel tritacarne mediatico, senza doverli neppure nominare. Gioco, partita, incontro.