
Nel giro di poche ore Washington passa dall’escalation al congelamento delle operazioni. Sul campo però non cambia nulla: Hormuz resta chiuso e il conflitto senza sbocco
Donald Trump cambia di nuovo linea sulla guerra in Iran. E lo fa nel giro di poche ore dall’ultima sterzata, aggiungendo un nuovo capitolo a una strategia che appare sempre più improvvisata. Martedì sera il presidente americano ha annunciato la sospensione di “Project Freedom”, la missione militare avviata appena il giorno prima per scortare le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz. In un post sui social ha spiegato che lo stop sarà «per un breve periodo», citando «grandi progressi» verso un accordo con Teheran. Ma nello stesso messaggio ha precisato che il blocco navale contro l’Iran «rimarrà pienamente in vigore».
La decisione arriva poche ore dopo dichiarazioni di segno opposto. Il segretario di Stato Marco Rubio aveva appena assicurato che gli Stati Uniti avevano concluso le operazioni militari principali e che si stavano concentrando proprio sulla nuova missione nello stretto. «L’operazione è finita, siamo passati a questa nuova fase», aveva detto.
Come ricorda il New York Times, questo è solo l’ultimo dietrofront di Trump in una guerra entrata nel terzo mese. La missione, peraltro, ha prodotto risultati minimi: «Solo tre navi commerciali sono riuscite ad attraversare lo stretto» dall’inizio dell’operazione, contro le circa centotrenta al giorno prima del conflitto.
La situazione sul campo resta infatti bloccata. Il traffico marittimo è quasi fermo, con centinaia di navi e migliaia di membri degli equipaggi intrappolati nel Golfo Persico. L’Iran continua a sostenere che il passaggio è consentito solo con la sua autorizzazione, mentre gli Stati Uniti rivendicano di poter garantire la sicurezza della rotta. Il risultato è una contraddizione evidente: da un lato Washington sostiene che sia «intollerabile» lasciare all’Iran il controllo di una delle principali arterie energetiche del mondo; dall’altro sospende proprio l’operazione che avrebbe dovuto riaprirla.
Il Guardian sottolinea come la decisione di Trump «sembri andare in direzione opposta» rispetto a quanto dichiarato poche ore prima dal Pentagono e dallo stesso Rubio. Anche perché la missione era stata presentata come essenziale per sbloccare una crisi che sta già avendo effetti globali: il quasi totale blocco dello stretto ha fatto salire i prezzi di petrolio e gas e aumentato la pressione sull’economia mondiale.
Dietro le oscillazioni c’è anche un problema politico interno. La Casa Bianca insiste nel dire che la guerra è finita o quasi, ma «la semplice proclamazione non la rende vera», scrive David Sanger sul New York Times: i missili continuano a essere lanciati e gli obiettivi dichiarati all’inizio del conflitto restano in gran parte non raggiunti.
Nel frattempo, Trump alterna messaggi diversi: minacce di escalation, aperture negoziali, annunci di vittoria. Una linea che riflette più la necessità di tenere insieme pressione militare, costi economici e consenso politico che una strategia coerente.
Lo Stretto di Hormuz resta così il simbolo di questa ambiguità: formalmente al centro della guerra, di fatto ancora chiuso, mentre Washington e Teheran continuano a contendersi il controllo – e a negoziare, senza dirlo apertamente, su come uscirne.