Il Dfp certifica che nei mesi favorevoli l’Italia non ha consolidato i conti: debito/PIL in aumento e saldo primario debole. Ora, tra shock energetico e maxi rifinanziamenti, lo spazio fiscale è minimo: il vincolo vero è la fiducia degli investitori, non Bruxelles.
Il Documento di Finanza Pubblica fotografa, ancora una volta, uno dei mali cronici della politica italiana: la mancanza di lungimiranza nella gestione dei conti pubblici. La logica vorrebbe che nei periodi favorevoli – energia a buon mercato, materie prime accessibili, commercio mondiale in espansione e inflazione sotto controllo – un Paese gravato da un debito enorme come l’Italia approfitti della bonaccia per alleggerire il carico.
Qui il punto è quasi rovesciato : meno enfasi sui vincoli esterni, più richiamo alla responsabilità interna. Ed è, in linea di principio, un’impostazione più seria.
L’idea di fondo è difficilmente contestabile. Un Paese con il debito italiano dovrebbe usare le fasi favorevoli per costruire margini e prepararsi agli shock. È un principio elementare di finanza pubblica. Il problema è che il ragionamento appare troppo lineare rispetto alla realtà recente. Il cosiddetto “ciclo favorevole” non è stato una vera bonaccia: uscita dalla pandemia, inflazione elevata, rialzo rapido dei tassi, primi shock energetici già nel 2022. Più che un periodo tranquillo, una fase instabile con qualche finestra di respiro. In questo contesto, imputare la mancata riduzione del debito solo a una carenza di lungimiranza rischia di essere una semplificazione. PIU POSSIBILE CARENZA DI COMPETENZA. C’è poi un altro punto che nel pezzo resta sullo sfondo: il governo attuale non parte da zero. È erede di una struttura di finanza pubblica e di scelte accumulate negli anni, che restringono i margini e rendono più difficile qualunque correzione rapida. Questo non assolve dalle responsabilità. BASTAVA NON FARE CERTE SCELTE: le scelte contano sempre — ridimensiona l’idea che tutto si giochi nell’ultimo biennio.
Il passaggio più convincente resta quello finale, quando si smonta l’alibi di Bruxelles. Qui il punto è netto: il vincolo vero è di mercato. Se il debito cresce, qualcuno deve finanziarlo, e chi compra titoli di Stato guarda alla credibilità complessiva del Paese.
Nel complesso è un’analisi più solida della precedente, ma con un limite opposto: meno alibi esterni, ma anche una lettura troppo “pura” della responsabilità interna, che rischia di sottovalutare sia il contesto recente sia il peso dell’eredità.
