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Basta con i luoghi comuni e con la facile retorica del “se vuoi, puoi”.

Basta con i luoghi comuni e con la facile retorica del “se vuoi, puoi”. Ridurre il percorso di un giovane a una mera questione di impegno individuale significa ignorare colpevolmente le fondamenta di una società profondamente diseguale, in cui le opportunità non sono mai equamente distribuite alla linea di partenza.

Dire che “basta il merito” in un contesto segnato da divari territoriali, economici e sociali significa colpevolizzare chi rimane indietro, trasformando un fallimento strutturale in una colpa personale.

Quante volte sentiamo ripetere da alcuni volti noti della televisione sermoni e prediche che pretendono di valere per chiunque, ignorando che la vita reale è fatta di variabili complesse, imprevisti, barriere invisibili e condizioni di partenza drammaticamente differenti.

Questa narrazione aggiunge retorica su retorica, finendo per criminalizzare chi fatica ad emergere o chi avrebbe semplicemente bisogno di un supporto concreto per poter esprimere il proprio potenziale.

La realizzazione personale non può e non deve essere un privilegio riservato a chi nasce con le spalle coperte; è, al contrario, un sacro diritto che lo Stato e la collettività hanno il dovere di tutelare. Garantire sostegno non significa fare beneficenza o elargire favori, ma adempiere a un principio di giustizia sociale fondamentale: fare in modo che nessuno venga lasciato per strada.

È tempo di smantellare la narrazione tossica della meritocrazia cieca e di pretendere un sistema che non si limiti a premere l’acceleratore per chi corre già veloce, ma che tenda una mano, offra risorse reali e riduca le distanze, affinché il futuro di ogni ragazzo non sia deciso dal caso o dal punto di partenza, ma dalla dignità che ogni persona merita di veder riconosciuta

Il tema del merito e della meritocrazia in relazione alle disuguaglianze di partenza è al centro di un intenso dibattito sociologico, politico ed economico, che vede contrapporsi visioni differenti sul ruolo dello Stato, dell’individuo e della società.

Le critiche alla “meritocrazia cieca”

Molti sociologi ed economisti concordano con l’analisi secondo cui una fede acritica nella meritocrazia possa trasformarsi in una forma di legittimazione delle disuguaglianze esistenti.

  • Il peso delle condizioni di partenza: Autori come il filosofo di Harvard Michael Sandel (nel suo saggio La tirannia del merito) argomentano che definire “meritorio” il successo individuale senza considerare i vantaggi socio-economici, familiari o geografici di partenza sia un’illusione. Chi fallisce viene così colpevolizzato per il proprio destino, mentre chi ha successo tende a dimenticare il ruolo della fortuna e dei propri privilegi.
  • L’art. 3 della Costituzione Italiana: Questo punto di vista trova un solido riscontro giuridico nel secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione italiana, che affida alla Repubblica il compito fondamentale di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Da questa prospettiva, la vera giustizia sociale richiede politiche attive di welfare, investimenti nella scuola pubblica e supporti concreti per livellare il terreno di gioco.

La difesa del principio del merito

Sul fronte opposto, i sostenitori del merito non lo intendono necessariamente come uno strumento per abbandonare chi rimasta indietro, ma come l’unica alternativa storicamente valida a sistemi basati sul privilegio ereditario, sul clientelismo o sul nepotismo.

  • Ascensore sociale ed efficienza: In questa visione, valorizzare il merito significa premiare il talento e l’impegno indipendentemente dall’origine sociale, offrendo proprio ai più capaci tra i meno abbienti la possibilità di emergere. Un sistema che ignora il merito rischia di livellare verso il basso le competenze, disincentivare l’eccellenza e danneggiare la produttività complessiva del Paese.
  • Pari opportunità vs Uguaglianza degli esiti: Per i fautori di questo approccio, lo Stato deve concentrarsi nel garantire rigorose ed eque opportunità di partenza (tramite borse di studio, orientamento e servizi essenziali), ma deve poi lasciare che siano le inclinazioni e gli sforzi dei singoli a determinare i diversi percorsi di vita, accettando una differenziazione dei risultati basata sul contributo offerto da ciascuno alla comunità.

Il nodo cruciale del dibattito contemporaneo non è quasi mai l’abolizione totale del concetto di merito, quanto piuttosto la ricerca di un equilibrio: come valorizzare l’impegno e il talento individuale senza che questo si traduca in una giustificazione morale delle disuguaglianze strutturali.

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