
Giorgia Meloni, il Calimero de noantri, si domanda perché mai un esponente della destra non potrebbe diventare un ottimo capo dello Stato. E attribuisce le eventuali obiezioni a una forma di «razzismo culturale». Un’accusa suggestiva, buona per quel vittimismo esasperato che ha sempre caratterizzato la sua carriera politica e che qualche successo, bisogna riconoscerlo, glielo ha pure regalato. Peccato che abbia il piccolo difetto di non avere nulla a che vedere con la questione.
Al Quirinale si sono alternati presidenti di culture politiche diversissime. Democristiani, liberali, socialisti, ex comunisti. Nessuno ha mai preteso che per diventare presidente della Repubblica si dovesse sostenere un esame di progressismo. I criteri erano altri: cercare il massimo consenso possibile in Parlamento, individuare figure estranee alla battaglia politica quotidiana e, soprattutto, scegliere qualcuno capace, una volta eletto, di smettere di appartenere alla propria parte politica per diventare il garante di tutti. Anche di quelli che non lo avevano votato.
Meloni, invece, sembra avere un’idea differente. E non tanto per quello che dice, quanto per quello che sta facendo.
Dopo la sportellata ricevuta al referendum sulla giustizia e dopo che la Corte costituzionale ha fermato i punti più controversi dell’autonomia differenziata, il governo ha trovato una strada più comoda delle riforme costituzionali: cambiare gli equilibri della Costituzione senza cambiarne una riga.
La nuova legge elettorale, con l’indicazione del candidato presidente del Consiglio e un consistente premio di maggioranza, rischia di alterare profondamente gli equilibri istituzionali. La nomina del presidente del Consiglio, che la Costituzione affida al capo dello Stato, diventerebbe nei fatti una ratifica di una scelta elettorale. E una maggioranza parlamentare artificialmente rafforzata dal premio potrebbe avere un peso determinante anche nell’elezione del presidente della Repubblica, soprattutto dopo i primi tre scrutini, quando non è più richiesta la maggioranza dei due terzi. Il rischio è che il Quirinale, anziché rappresentare il punto di equilibrio tra maggioranza e opposizione, finisca per diventare un’altra casella da occupare dopo la vittoria elettorale.
E a quel punto scatterebbe un meccanismo ancora più insidioso. Se un presidente del Consiglio rivendica di essere stato scelto direttamente dagli italiani, perché non dovrebbe diventare anche presidente della Repubblica? Avrebbe dalla sua, almeno nella narrazione politica, la legittimazione popolare, mentre qualsiasi altra figura potrebbe essere facilmente dipinta come espressione dei palazzi. In tempi di populismo è facile immaginare il ragionamento: perché affidare il Quirinale a un grigio burocrate scelto nelle stanze chiuse, quando potrebbe andarci un leader che ha ricevuto milioni di voti? La legittimazione popolare diventerebbe così l’argomento per trasformare la massima carica di garanzia nella consacrazione di un capo politico.
Del resto, a destra diversi esponenti politici hanno già introdotto l’idea che un leader impegnato quotidianamente nella battaglia politica possa passare direttamente dalla guida di una parte alla presidenza di tutti. Un’ambizione che aveva già accarezzato Silvio Berlusconi, ma che oggi si accompagna a un disegno istituzionale ben più preciso.
In Francia il presidente della Repubblica è il protagonista della competizione politica. Si candida, combatte, vince e governa. È un sistema legittimo, previsto dalla Costituzione francese. In Italia abbiamo scelto un altro modello.
Se Meloni vuole una Repubblica presidenziale, lo dica. Proponga una riforma costituzionale, affronti il Parlamento e chieda agli italiani di pronunciarsi. Sarebbe una discussione seria, sulla quale ci si potrebbe dividere legittimamente.
Quello che non può fare è introdurre un presidenzialismo di fatto attraverso la legge elettorale e poi accusare di razzismo culturale chi si accorge del trucco.