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IL VALZER DELLE COLPE

A Palazzo Madama è andato in scena il solito valzer.

Renzi ha citato Gigi Proietti per descrivere la politica di oggi: quando va bene, il merito è mio. Quando va male, la colpa è sempre degli altri.

Di Monti, di Renzi, di De Pretis, di Crispi, dell’Europa-Moloch.

E mentre a Bari si festeggiava un record di longevità, a Taranto partivano 2495 lettere di licenziamento per l’Ilva. Due Italie a cento chilometri di distanza.

Forse, come insegna il mito della la Fenice, non è questione di dare la colpa al fuoco, ma di avere il coraggio di rinascere dalle proprie ceneri. Assumersi le proprie responsabilità.

Perché un Paese non ha bisogno di avvocati che trovano alibi, ma di artigiani che costruiscono ponti.

Questo POST è una riflessione critica sulla politica italiana, centrata sul tema dell’assunzione di responsabilità e sulla narrazione del continuo scaricabarile tra leader e governi.

Ecco un’analisi dei punti chiave del testo:

1. Il “Valzer delle colpe” e la citazione di Proietti

Il testo si apre citando un intervento di Matteo Renzi a Palazzo Madama (il Senato). Renzi richiama una celebre massima di Gigi Proietti per descrivere il vizio della politica odierna: intestarsi i successi e attribuire i fallimenti a chi è venuto prima o a entità esterne. Vengono menzionati ironicamente colpevoli di tutte le epoche:

  • Mario Monti e Renzi stesso (politica recente)
  • Agostino Depretis e Francesco Crispi (figure storiche dell’Ottocento, pilastri del trasformismo e del decisionismo d’altri tempi)
  • L’Europa-Moloch (il classico capro espiatorio sovranazionale)

2. Il paradosso delle “Due Italie”

L’autore utilizza un contrasto geografico e sociale fortissimo, ambientato in Puglia a soli 100 chilometri di distanza, per fotografare le contraddizioni del Paese:

  • Bari: Festeggia un record di longevità (simbolo di benessere, qualità della vita e speranza).
  • Taranto: Vede la partenza di 2495 lettere di licenziamento per l’ex Ilva (simbolo di crisi industriale, dramma occupazionale e fallimento della gestione politica).

3. La metafora della Fenice e la conclusione

Il testo si chiude con una nota propositiva e morale. Piuttosto che cercare “alibi” e colpevoli nel passato (il fuoco), l’Italia dovrebbe trovare la forza di “rinascere dalle ceneri”.
L’appello finale è un netto rifiuto dei politici intesi come “avvocati” (esperti nel difendersi e trovare scuse) a favore di leader intesi come “artigiani”, figure concrete capaci di rimboccarsi le maniche per ricostruire e unire il Paese (“costruire ponti”).

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