
C’è un effetto collaterale che la maggioranza non sembra aver messo in conto. Approvando lo Stabilicum a colpi di fiducia, a un anno dalla scadenza naturale della legislatura e mentre nel centrodestra si parla di urne in primavera, la destra ha affidato l’ultima parola sulle regole del voto alla Corte costituzionale. Proprio l’istituzione che da anni accusa di fare politica.
Il percorso è già tracciato. La rete di giuristi coordinata da Roberto Zaccaria ha pronti i ricorsi per una trentina di tribunali, da depositare appena la legge entrerà in vigore. Basta che un giudice ritenga fondato il dubbio e rimetta gli atti alla Consulta. I promotori contano su una decisione entro febbraio. È la strada che ha già portato alla bocciatura parziale del Porcellum nel 2014 e dell’Italicum nel 2017.
Con il voto alle porte, la Corte non potrà limitarsi a un monito. Dovrà fare quello che ha già fatto due volte: lasciare in piedi una legge applicabile dal giorno dopo, senza bisogno di un nuovo intervento del Parlamento. In gergo si chiama sentenza autoapplicativa. A chi sogna, o teme, giudici legislatori conviene però ricordare un limite. La Consulta può cancellare una norma o una sua parte. Non può scriverne una nuova, né fissare una soglia diversa o un altro numero di firme. Ritaglia, non riscrive.
Dove può tagliare?
Il primo bersaglio è il candidato premier. La legge obbliga ogni lista o coalizione a indicare il nome proposto per Palazzo Chigi, pena l’esclusione. Il testo richiama l’articolo 92 della Costituzione, che affida la nomina al Capo dello Stato, ma la clausola non scioglie il nodo: se l’indicazione è obbligatoria e il premio va a chi l’ha fatta, la scelta del Quirinale si riduce a una ratifica. È il punto più esposto della legge. Va detto però che anche il Porcellum chiedeva di indicare il “capo della forza politica”, e nel 2014 la Corte non lo toccò.
Poi c’è il premio: settanta deputati e trentacinque senatori in più a chi supera il 42%, fino a 220 seggi su 400 alla Camera. Nel 2017 la Corte giudicò legittimo il premio dell’Italicum al 40% al primo turno e fece cadere il ballottaggio. Sul piano dei precedenti, il 42% è difficile da contestare. È più vulnerabile il meccanismo del premio fisso, che può gonfiare una vittoria ben oltre il peso reale dei voti. Se la Corte lo cancellasse, resterebbe un proporzionale puro. Alzare la soglia non è nei suoi poteri.
Il terzo fronte è la parità di genere. I capilista bloccati sono già passati al vaglio nel 2017, ma questa volta tra loro non vale alcuna alternanza. Sono loro i più sicuri dell’elezione, e un partito può metterli in testa a tutte le liste senza vincoli di genere.
C’è poi la raccolta delle firme. I partiti che avevano un gruppo parlamentare entro il 2025 ne sono esentati; gli altri devono raccoglierne seimila per circoscrizione. È una barriera all’ingresso scritta da chi è già dentro. Qui però la Corte avrebbe difficoltà a trovare una soluzione automatica, e potrebbe fermarsi a un monito.
Infine il “miglior perdente”. Una lista coalizzata che resta sotto il 3% non elegge nessuno, salvo che sia la più votata tra quelle sotto soglia. Ne nasce un paradosso: a un piccolo partito può convenire spingere i propri elettori verso il concorrente diretto, perché superi il 3% e lasci a lui il titolo di miglior perdente. È un controsenso politico prima che giuridico, e difficilmente sarà la Corte a correggerlo.
Chi deciderà? Quindici giudici, cinque dei quali nominati da Sergio Mattarella, che alla Consulta ha seduto come giudice prima di salire al Colle. Il collegio cambierà già a novembre, quando scadrà il mandato del presidente Amoroso. Comunque vada, è probabile che le regole con cui voteremo le scrivano, per sottrazione, alcuni tra i giuristi più competenti del Paese. Per la qualità della legge è una buona notizia epistocratica ma non democratica. Per una democrazia parlamentare è un’ammissione di fallimento. E il fallimento non è dei giudici, ma di chi ha approvato una legge sapendo che sarebbe finita lì.