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IERI, 10 ottobre, è la Giornata Mondiale per la Salute Mentale.

La salute mentale è importante tanto quanto quella fisica: ribadirlo oggi e ogni giorno serve a scardinare un tabù che coinvolge ancora troppe persone. La vergogna non è averne bisogno, la vergogna è negarla.

Il Ministro Schillaci l’ha definita “la grande sfida della nostra epoca” e ha rivendicato il Piano nazionale 2025–2030, con 80 milioni stanziati per il 2026. Guardiamo però i numeri.

Non sono risorse aggiuntive, ma una quota del fabbisogno sanitario standard, cioè di ciò che si spenderebbe comunque. L’aumento a 85 milioni nel 2027 (+6,25%) viene in buona parte assorbito dall’inflazione e, dal 2029, la dotazione scende a 30 milioni l’anno: un taglio nominale di due terzi. Solo 30 milioni l’anno sono vincolati alle assunzioni, e dal secondo anno gli stipendi ricadono sui bilanci ordinari delle Regioni, con il rischio di accentuare le disuguaglianze territoriali.

Intanto nei dipartimenti di salute mentale mancano oltre 8.300 professioniste e professionisti rispetto agli standard Agenas, e il fabbisogno complessivo si avvicina alle 15.000 persone. Il Piano stanzia 285 milioni in quattro anni; i direttori dei dipartimenti ne avevano chiesti almeno due miliardi per il solo organico.

L’intera architettura del Piano del governo ruota attorno al presidio sanitario e lascia fuori la scuola, dove il disagio si manifesta per primo e dove lo psicologo scolastico non è ancora una figura strutturata. Restano fuori anche lavoro, casa, reti sociali, contrasto alle disuguaglianze.

Servono cure universalmente accessibili a tutte e a tutti, servizi per ogni fascia d’età, sportelli nelle scuole di ogni ordine e grado, sensibilizzazione e cultura.

Lo abbiamo già detto, lo ribadiamo: rispondere alle alluvioni con i secchielli non basta #SaluteMentale

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