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La fabbrica dei fatti mai accaduti

Istruzioni per la campagna elettorale prossima ventura

Prepariamoci a mesi di dichiarazioni false, frasi mai pronunciate e immagini ritoccate prima del voto

La prossima campagna elettorale italiana rischia di girare anche intorno a frasi mai pronunciate e programmi mai scritti. Per fabbricarli basta un titolo, e poi qualcuno che lo faccia girare.

Si vede in Serbia. Nelle prime tre settimane di campagna, FakeNews Tragač ha verificato ventitré casi di disinformazione. I trucchi più usati sono sempre gli stessi: citazioni deformate e posizioni attribuite agli avversari. Un commentatore ha perfino messo in giro i «cinque punti reali» del programma della lista studentesca. Uno era cacciare dagli asili i figli degli iscritti al partito di governo. È falso, ma la paura è arrivata prima che qualcuno chiedesse di leggere il programma vero.

Il meccanismo è semplice. Si inventa una posizione dell’avversario e poi si discute di quanto sia scandalosa. Chi viene colpito insegue, smentisce, spiega, e intanto parla del tema scelto da chi l’ha falsificato.

La Lettonia, che ha votato sabato, aggiunge qualcosa. Secondo Re:Baltica, la propaganda russa e bielorussa ha raccontato su TikTok e Telegram un paese che dà tutto all’Ucraina. Il punto è che i partiti di casa hanno fatto lo stesso lavoro da soli: aggressioni di immigrati mai avvenute, video generati con l’intelligenza artificiale, obblighi inesistenti attribuiti alla Convenzione di Istanbul. Re:Baltica non ha visto alcuna impennata di disinformazione straniera alla vigilia del voto. Non ce n’era bisogno.

Poi c’è il riciclaggio. DFRLab ha seguito una falsa notizia attribuita a Politico, secondo cui l’Europa avrebbe respinto i pomodori armeni. In 29 ore è arrivata in diciotto lingue ed è finita in un talk show della tv di Stato bielorussa. L’embargo, in realtà, l’aveva deciso Mosca. Il nome di una testata vera era servito a rovesciare un fatto vero.

L’Italia non è la Serbia né la Lettonia, e nessuna di queste analisi dimostra che da noi stia succedendo lo stesso. Il percorso però lo conosciamo bene. La frase tagliata diventa una clip, la clip un titolo, il titolo arriva in un talk show. A ogni passaggio la provenienza si perde e l’autorevolezza cresce. Immigrazione, sicurezza, carovita, Europa, Ucraina: il pubblico pronto a crederci c’è già. E per servire il Cremlino non servono istruzioni da Mosca, basta che una bugia convenga a chi la rilancia.

Per questo tocca ai giornalisti fare di più che contare i minuti concessi ai partiti. Devono contare anche le falsità lasciate passare, risalire alla prima fonte, accorgersi quando dieci siti ripetono la stessa notizia, dare alla smentita lo stesso spazio dell’accusa. Non è eccesso di zelo: il mestiere di giornalista è questo.

La par condicio non può diventare il diritto di mentire a turno. Né un talk show è equilibrato perché ha dato la parola a chi inventa e a chi smentisce. Il conduttore che si limita a passare il microfono fa parte della catena di distribuzione. Se il programma dell’avversario lo scrive chi vuole screditarlo, la scheda è già truccata prima che qualcuno entri in cabina.

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