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Resa totale

Il negoziato col Cremlino è solo l’alibi per il sacrificio degli ucraini

Dopo la Leopolda è chiaro che nel campo largo non c’è più una forza politica in grado di opporsi alla vulgata anti-bellicista, tacendo che un’iniziativa diplomatica europea potrà esserci solo se Putin sarà disposto a trattare su qualcosa

La posizione di tutti i partiti del campo largo – nessunissimo escluso, possiamo dire dopo la Leopolda – è che rispetto alla guerra all’Ucraina servirebbe un’iniziativa diplomatica europea e che la sua assenza sarebbe la causa principale della prosecuzione del conflitto e andrebbe addebitata alla paranoia bellicista degli Stati volenterosi, stoltamente persuasi di potere risolvere la partita sul campo di battaglia. 

I partiti del campo largo si dividono poi, al proprio interno, tra quanti in questo schema negoziale vorrebbero usare estorsivamente le forniture militari difensive per ammorbidire la posizione ucraina, e quanti vorrebbero semplicemente cessarle per affrettare la capitolazione di Zelensky, come sostengono Conte e tutto il fronte pacifista, per i quali questa volta, a differenza del 1938 a Monaco, pagando il prezzo del ricatto dal disonore non sortirebbe una guerra mondiale, ma una pace perpetua.

A ben guardare, insomma, la tesi trattativista è solo un corollario del teorema disarmista perché la sua logica non è quella di aumentare la pressione sull’aggressore, per moderarne le pretese, ma di condizionare o legittimare le protezioni sull’aggredito, di modo da privarlo di qualunque alternativa alla resa, con effetti solo formalmente circoscritti ad alcune aree territoriali oggi occupate o rivendicate dalla Russia. 

A confermare che la trattativa non avrebbe al Cremlino interlocutori, ma solo beneficiari sono peraltro le stesse autorità russe che quasi quotidianamente escludono ogni ipotesi, a partire dal cessate il fuoco lungo la linea del fronte, che non incorpori la sovranità di Mosca sui territori formalmente annessi. Lo spazio per un vero negoziato diplomatico si aprirà solo quando la Russia sarà disposta a trattare qualcosa, non solo a pretendere tutto.

La tesi dell’inerzia diplomatica europea è in realtà l’altra faccia della critica alla reazione che molti Stati europei, dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, hanno dimostrato supportando economicamente e militarmente la resistenza ucraina e che nella vulgata pacifista – di sinistra, ma anche di destra – sembrano diventati i veri responsabili della prosecuzione del conflitto e del boicottaggio di una pace a portata di mano.

La realtà dei fatti – ma anche la verità morale della vicenda – è che proprio sul campo di battaglia, nelle trincee fortificate del fronte orientale, nella difesa militare della popolazione e delle infrastrutture civili, si gioca la possibilità di indebolire la posizione russa e aprire a una logica negoziale che non sia di mera ratifica dei desiderata di Putin. 

Sempre a proposito di verità morali, fa impressione come la liturgia pacifista, con la sua enfasi retorica sulla sfida disarmata e disarmante a una logica di morte, serva ad apparecchiare e giustificare il sacrificio umano degli ucraini, per propiziare una pace europea costruita sul tributo obbligato del loro sangue e della loro libertà individuale e identità nazionale.

Escludendo la dissidenza individuale di pochi parlamentari che, uti singuli, hanno ancora il coraggio di denunciare nella trattativa la semplice consegna dell’aggredito all’aggressore, nel campo largo non esistono forze politiche intenzionate o capaci di opporsi a questa truffa e a riconoscere che lo spirito e la lettera di un pacifismo anni Trenta porterebbe, quasi un secolo dopo, agli stessi esiti.

Nella destra c’è qualcosa di diverso? C’è un partito disposto a denunciare l’infamia e l’irrealtà di una pace costruita a spese degli aggrediti? No, anche se, Lega esclusa, senza sfidare il senso comune anti-bellicista, si concede retoricamente qualcosa di più al patriottismo ucraino, sempre precisando prudentemente che «non siamo nemici della Russia».

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