Da persona appassionata di cinema non posso fare altro che gioire quando vedo le nostre città al centro delle scelte delle produzioni cine-televisive, con locations che diventano protagoniste, considerando la centenaria egemonia di Roma, favorita anche dalla sua posizione geografica, dal clima e da una qualità della luce decisamente a favore. Ma senza entrare in tecnicismi vari, direi che adesso le nostre riflessioni sono cambiate. E con esse anche le priorità.

Con lo sguardo dell’amministratore locale — che non sono, peraltro — leggo con il giusto interesse e una certa curiosità i dati pubblicati dal Comune di Milano per celebrare questa statistica favorevole.
Nei primi sei mesi del 2026 sono state 414 le autorizzazioni rilasciate per riprese foto, video, produzioni audiovisive e pubblicitarie nel centro storico, nei parchi e nei giardini. Nel 2025 erano state 562, sostanzialmente in linea con le 560 del 2024 e le 536 del 2023.
In prevalenza la scelta è ricaduta su Piazza Duomo, Scala, Corso Vittorio Emanuele e altre vie e locations centrali. Ma anche il Parco Lambro rompe, fortunatamente, questa tendenza.
Ebbene, ragionando da persona che sta mettendo al centro della propria azione politica pragmatismo e trasparenza, vorrei poter rivolgere una serie di domande alla Giunta e agli assessorati competenti.
Perché non è sempre tutto oro ciò che luccica quando, a fronte di certi risultati, le spiegazioni verso la cittadinanza latitano.
Quanto valgono realmente queste autorizzazioni per le casse pubbliche?
Quali sono le ricadute economiche, occupazionali e culturali per la città? E soprattutto: quanto di questo valore torna concretamente ai cittadini?
Qual è l’impatto sui quartieri quando strade, piazze, parchi e spazi pubblici vengono trasformati temporaneamente in set?
Esiste un monitoraggio degli effetti, dei costi e dei benefici?
E ancora: i dati sono facilmente consultabili?
Possiamo sapere quali spazi vengono concessi, per quanto tempo, a quali condizioni e con quali risultati?
Perché una città che vuole essere moderna dovrebbe anche essere capace di misurare ciò che fa e rendicontarlo ai propri cittadini.
E se davvero Milano vuole diventare sempre più attrattiva per il cinema e per l’industria audiovisiva, perché non trasformare questa attrattività anche in una possibilità concreta per i giovani, per le realtà culturali, per le associazioni e per chi in questa città prova a fare cultura ogni giorno?
Perché non utilizzare meglio gli spazi pubblici, coinvolgere i territori, creare opportunità e fare in modo che il valore generato non rimanga circoscritto a chi arriva, gira e riparte?
Non servono necessariamente nuovi strumenti o nuovi carrozzoni amministrativi. Servono quelli che già abbiamo, ma usati con una logica diversa: più trasparenza, più monitoraggio, più partecipazione e una capacità reale di trasformare i dati in decisioni comprensibili.
E magari anche una piattaforma pubblica dove poter seguire l’avanzamento e l’impatto degli interventi e delle concessioni, così come previsto dalla nostra idea di amministrazione trasparente.
Perché la vita e la gestione di una città non sono un film o un’opera di finzione. Ci scontriamo con conti concreti da sistemare ogni volta.
Accrescere il valore della cultura e la visibilità di Milano rimangono per me spunti basilari. Ma proprio perché si attrae interesse e ricchezza, il nostro dovere diventa generare altro benessere e altro valore.
Altrimenti resterà sempre un parco giochi per pochi.
Non si ferma quindi la promozione del territorio.
Ma la cittadinanza merita. E, soprattutto, esige risposte.