
Matteo Renzi ha indicato con chiarezza la strada: se il centrosinistra vuole battere Giorgia Meloni, dovrà trovare il modo di scegliere il proprio candidato alla Presidenza del Consiglio attraverso le primarie di coalizione.
E nella sua prospettiva Casa Riformista dovrebbe avere un ruolo essenziale in questa competizione.
Lo schema, dunque, è abbastanza semplice: da una parte Elly Schlein, sostenuta dal Partito Democratico; dall’altra Giuseppe Conte, con il Movimento 5 Stelle; e infine un candidato espressione di Casa Riformista, chiamato a rappresentare quell’area riformista, liberale, centrista e moderata che Renzi considera indispensabile per costruire una coalizione realmente competitiva.
Ma proprio qui nasce una domanda politica che, prima o poi, Renzi dovrà affrontare.
Chi sarà il candidato di Casa Riformista alle primarie?
E soprattutto: perché non dovrebbe essere Matteo Renzi?
Non è una domanda dettata da una questione personale. È una questione di coerenza politica.
Se Renzi sostiene che Casa Riformista è indispensabile per vincere le elezioni contro Meloni, allora quella formazione non può presentarsi alle primarie semplicemente con una candidatura di servizio. Deve presentare una leadership capace di competere alla pari con Schlein e Conte.
Perché Schlein si candiderebbe in prima persona. Conte si candiderebbe in prima persona. Il candidato riformista dovrebbe fare altrettanto.
Immaginiamo una scheda con tre nomi: Schlein, Conte e il candidato di Casa Riformista.
Se quel candidato fosse Renzi, la partita sarebbe limpida. Tre leadership, tre culture politiche, tre proposte diverse per il futuro del centrosinistra.
Renzi potrebbe vincere e ottenere una nuova legittimazione democratica. Oppure potrebbe perdere. Ma anche in quel caso avrebbe dimostrato di avere accettato fino in fondo il giudizio degli elettori e di essere disposto a mettere il proprio progetto politico davanti alla propria leadership personale.
Il problema nasce se Renzi decidesse invece di non candidarsi, scegliendo un’altra figura.
Naturalmente nulla impedirebbe a una persona diversa da Renzi di rappresentare Casa Riformista. Anzi, potrebbe essere proprio questa la scelta giusta per costruire una leadership nuova e più ampia.
Ma allora dovrebbe verificarsi una condizione essenziale: quella leadership dovrebbe essere realmente autonoma da Renzi.
Perché se Renzi non si candidasse, ma continuasse a determinare la linea politica, la scelta del candidato e le strategie della competizione, il rischio sarebbe quello di trasformare le primarie in una sorta di leadership per procura.
Il caso di una candidatura come quella di Silvia Salis rende evidente il problema.
Una figura nuova, riconoscibile, con una propria storia e una propria capacità di intercettare consenso, potrebbe certamente rappresentare una novità interessante. Ma se fosse percepita come la candidata attraverso la quale Renzi continua a esercitare la propria leadership, gli avversari avrebbero gioco facile nel sostenere che la competizione non riguarda davvero la scelta del nuovo leader del centrosinistra, ma la scelta del candidato che dovrà rappresentare Renzi.
E questo sarebbe un problema serio.
Perché le primarie di coalizione hanno senso soltanto se decidono realmente chi guiderà la coalizione.
Non possono essere una consultazione nella quale Schlein e Conte mettono in gioco direttamente la propria leadership mentre Renzi mette in gioco quella di un altro.
C’è però una strada alternativa, ed è perfettamente legittima.
Renzi potrebbe decidere di non candidarsi proprio per dimostrare che Casa Riformista non è una costruzione personale e che il riformismo italiano è finalmente pronto a produrre una nuova classe dirigente.
Ma, in questo caso, dovrebbe essere conseguente.
Dovrebbe lasciare al candidato di Casa Riformista piena autonomia politica e dichiarare preventivamente, come ha già fatto, di essere pronto ad accettare qualsiasi esito delle primarie.
Se il candidato riformista vincesse, sarebbe lui il leader della coalizione.
Se vincesse Schlein, Renzi dovrebbe sostenerla.
Se vincesse Conte, dovrebbe accettare il verdetto degli elettori e mettere a disposizione della coalizione la propria forza politica.
Questa sarebbe una scelta di grande coraggio.
Perché la vera prova di leadership non consiste soltanto nel conquistare il potere. Consiste anche nel saperlo mettere in gioco.
Ed è proprio qui che la candidatura di Renzi potrebbe avere, paradossalmente, un valore politico superiore alla semplice possibilità di vincere.
Se Renzi si candidasse alle primarie, eliminerebbe alla radice ogni sospetto di leadership indiretta.
Non ci sarebbe nessun candidato “di Renzi”.
Ci sarebbe Renzi.
Non ci sarebbe nessuno da mandare avanti al posto suo.
Ci sarebbe il confronto diretto con Schlein e Conte.
E soprattutto ci sarebbe una domanda alla quale gli elettori potrebbero rispondere senza intermediari: quale delle tre culture politiche è in grado di guidare il centrosinistra contro Giorgia Meloni?
Questa potrebbe diventare una vera competizione politica e non soltanto una procedura per individuare il candidato premier.
Da una parte il centrosinistra a guida PD di Schlein. Dall’altra il populismo del Movimento 5 Stelle di Conte. Dall’altra ancora il progetto riformista di Casa Riformista.
Tre idee diverse di centrosinistra.
Tre leadership.
Tre possibili modi di affrontare la sfida alla destra.
È proprio per questo che la questione della candidatura di Renzi non può essere liquidata come una semplice scelta personale.
Se Casa Riformista è davvero indispensabile per vincere contro Meloni, deve presentarsi alle primarie con una leadership capace di chiedere direttamente il consenso.
E Renzi, che di Casa Riformista è il principale artefice, ha davanti a sé due strade entrambe legittime.
La prima: candidarsi, mettersi in gioco e accettare il verdetto degli elettori.
La seconda: non candidarsi, ma fare un passo indietro reale, lasciando che emerga una leadership nuova e autonoma.
Quella che sarebbe molto più difficile da sostenere è una terza strada: non candidarsi, ma continuare a decidere chi dovrà candidarsi e quale linea dovrà seguire.
Perché in quel caso la domanda diventerebbe inevitabile:
se Schlein e Conte mettono in gioco se stessi, perché Renzi mette in gioco qualcun altro?
E soprattutto: se Casa Riformista vuole davvero essere la forza decisiva per battere Meloni, può permettersi di presentarsi alle primarie con un candidato che abbia l’aria di essere un delegato del suo leader, invece che con una leadership pienamente autonoma e contendibile?
Alla fine, la questione è tutta qui.
Le primarie dovrebbero servire a scegliere chi guiderà il centrosinistra, non chi rappresenterà gli equilibri interni dei suoi leader.
E se Renzi è davvero convinto che Casa Riformista sia la strada per vincere, forse il modo più semplice per dimostrarlo è anche quello più difficile:
mettere il proprio nome sulla scheda e accettare che siano gli elettori a decidere.