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Campo largo, se passerà la linea di M5S e AVS vorrà dire che il PD è stato sciolto…

Siamo arrivati all’ora della verità su una questione politica fondamentale: la collocazione internazionale del campo largo, con particolare riferimento all’Ucraina. Il tema ha ricadute che riguardano l’Unione europea, la Nato e l’Occidente in quanto tale, e ha ricadute assai forti per il futuro, ma dovrebbe anche averne per il presente. Sull’Ucraina dal 2022 si sta giocando una partita decisiva sui confini Nord dell’Europa, ma di lì per connessione sull’equilibrio europeo nel suo complesso. Anzi, a voler guardare le cose da un punto di vista geopolitico, si tratta di un tassello fondamentale nel confronto in atto dalla fine degli anni Ottanta in poi tra l’Europa, l’Occidente e quello che non esitiamo a chiamare “l’asse del male”, cioè Cina-Russia-Iran-Corea del Nord. Questa partita ha un impatto notevole sulla dialettica politica italiana. Da sempre, su questo nodo entrambi gli schieramenti sono divisi al loro interno, ma nel centrodestra finora ha sempre prevalso nettamente la linea imposta da Giorgia Meloni, con il sostegno convinto di Forza Italia e anche di quello degli storici governatori leghisti.

Fino a qualche giorno fa, nel campo largo c’è stato un confuso “tiro della coperta”, ma in questi ultimi giorni il dibattito è andato incontro a un brusco chiarimento. Prima Bonelli, con uno dei suoi soliti comizi in diretta televisiva, e poi Conte hanno assunto una posizione assai precisa: basta gli aiuti all’Ucraina per favorire la trattativa. Siccome nessuno dei due ha alcuna possibilità di piegare Putin (che per parte sua non ha alcuna intenzione di farlo), allora vorrebbero privare l’Ucraina delle armi indispensabili per difendersi per costringerla a una pace simile a una resa. L’accentuazione dei bombardamenti russi in questi giorni va vista in questo contesto, e probabilmente tiene anche conto di queste prese di posizione.

Mentre sulle questioni programmatiche di politica interna tutti i compromessi e le ambiguità fanno parte dell’ordine normale delle cose, sulla politica estera nessuno può scherzare ma nemmeno tacere. Se si prolunga ancora di qualche giorno il silenzio del gruppo dirigente del Pd, siccome l’ambiguità e il trasformismo su un tema come questo non possono durare oltre lo spazio di un mattino, o si sceglie il bianco o si adotta il rossobruno. Esistono a questo proposito segnali assai significativi: da un lato l’uscita dal Pd di esponenti riformisti; dall’altro il condizionamento, in parte esplicito, in parte silenzioso, di due “grandi vecchi” come Bettini e D’Alema, entrambi favorevoli alla Cina sul quadro internazionale e a Conte sul piano interno. La prevalenza delle posizioni del M5S e di Avs sul piano politico e di Conte sul piano della leadership vorrebbe dire una sola cosa: che il Pd come partito – anzi, per dirla con un termine tratto dal lessico tipico di un lontano passato come “intellettuale collettivo” – è stato nella sostanza sciolto. E non ci saranno neanche le edizioni Einaudi a raccoglierne quaderni inesistenti.

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