
C’è stato un tempo in cui i partiti dettavano la linea ai giornali. Oggi, paradossalmente, sembra che un giornale detti la linea a un partito. E il Fatto Quotidiano, con l’editoriale di Travaglio del 10 luglio, ha fatto esattamente questo: ha tracciato la rotta, ha indicato i buoni e i cattivi, ha stabilito chi è “pace” e chi è “riarmo”. Una divisione netta, binaria, perfetta per chi non vuole negoziare ma testimoniare. E il M5S? Si è allineato come se avesse ricevuto una circolare interna. È qui che la storia diventa pungente:

Travaglio sembra aver preso il posto di Bettini. Dove Bettini provava a costruire ponti, Travaglio costruisce muri e dove Bettini cercava alleanze, Travaglio pretende purezza. Dove Bettini ragionava, Travaglio divide. E Conte, che fino a ieri sembrava voler tenere insieme il campo largo, oggi appare come il leader di un partito che risponde più alle colonne del Fatto che alle esigenze della coalizione. La scena è questa: Napoli floppa, la piazza non decolla, il campo largo non scalda. Il Pd è nervoso, Schlein è silenziata, Avs è in apnea. E proprio in quel momento, come un deus ex machina, arriva l’editoriale di Travaglio: perentorio, moralistico, binario. Un “o con noi o contro di noi” che mette il M5S in trincea e il Pd in imbarazzo. Conte lo prende al volo, non perché sia obbligato, ma perché gli conviene. Perché gli permette di marcare distanza, di recuperare centralità, di tornare a essere il protagonista della sua narrazione. E soprattutto perché gli consente di non rispondere alla domanda che aleggia da Napoli il campo largo funziona davvero? La verità è che Conte sta facendo quello che fa sempre: si muove dove vede spazio. E oggi lo spazio non è nella coalizione, ma nella linea dettata dal Fatto. Una linea che non chiede compromessi, non chiede alleanze, non chiede piazze:chiede solo fedeltà. E allora sì, la sensazione è questa: non è più Bettini a tessere. È Travaglio a decidere. E il M5S, invece di dettare la linea ai giornali, sembra aver accettato che sia un giornale a dettare la linea al partito. La domanda finale è semplice e tagliente: può esistere un campo largo se uno dei suoi protagonisti risponde più a un editorialista che a un alleato?
