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QUEL CAMPO LARGO CHE VORREI E QUELLO CHE HO VISTO A NAPOLI?

La manifestazione di Napoli doveva essere la “prima foto” del campo largo.

E invece è stata la prova che una foto non basta a fare una coalizione. La piazza del Gesù, già complicata di suo, si è trasformata in un piccolo teatro di contestazioni: sirene, megafoni, bandiere che si agitano più dei leader sul palco. Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni hanno provato a tenere la scena, ma la scena non li ha tenuti.

E mentre il comizio si interrompe, mentre i manifestanti gridano “buffoni, traditori”, io guardo quelle immagini e mi torna addosso una tristezza che non riesco più a mascherare , perché da elettrice di centrosinistra, io vorrei crederci.

Vorrei vedere una squadra solida, un progetto chiaro, un programma che non sia solo un collage di slogan.

E invece continuo a vedere un minestrone di identità, quattro figure che sembrano insieme solo perché devono esserlo, non perché ci credono davvero.

Quattro che, diciamolo, nelle foto non vengono nemmeno bene: non per estetica, ma perché non trasmettono la forza di un progetto comune.

È come se ognuno guardasse un punto diverso, e la direzione collettiva non si vedesse mai. E mentre guardo quella piazza che si ribella, penso a un’altra scena, molto più silenziosa: quella della Casa Riformista.

Niente palchi, niente sirene, niente comizi interrotti.

I gazebo per promuovere la proposta di legge sulle preferenze ; qualche firma, persone che si fermano, ascoltano, chiedono, sorridono.

Un lavoro tranquillo, quasi invisibile, ma che costruisce credibilità giorno dopo giorno.

Un lavoro che non ha bisogno di foto di gruppo per esistere, perché la sua forza sta nel territorio, nelle relazioni, nella moderazione che non è debolezza ma metodo.

E ieri — lo hai visto anche tu — quel gazebo ha raccontato più politica di un intero comizio.

La simpatia di molti, la curiosità di altri, la voglia di un centrosinistra diverso, più serio, più concreto.

Un centrosinistra che non si presenta come un collage di identità, ma come un progetto riconoscibile: pragmatico, riformista, credibile. Renzi non era invitato a Napoli.

Ma anche se lo fosse stato, è difficile immaginare che avrebbe accettato di salire su quel palco.

Non per arroganza: per lucidità politica.

Perché quel palco non è ancora un progetto, è un esperimento.

E la Casa Riformista, piaccia o non piaccia, un progetto ce l’ha: chiaro, definito, coerente. Io non sono contraria al campo largo; sono contraria a questa versione fragile, improvvisata, fotografica del campo largo.

Vorrei un centrosinistra che non si faccia interrompere da una piazza, che non si perda in quattro linee diverse, che non viva di simboli ma di contenuti.

Vorrei un programma serio, condiviso, credibile.

Vorrei smettere di provare questa malinconia ogni volta che li vedo insieme.

Spero che la politica progressista ritrovi una direzione, una voce, una maturità.

Perché oggi, guardando Napoli e guardando i gazebo, vedo due mondi diversi:

uno che cerca di partire, e uno che, silenziosamente, sta già camminando. Per fortuna abbiamo casa riformista, un luogo dove si cerca di dare un idea di futuro. A me dei quattro mi danno l’impressione. Che non gliene frega niente di governsre: troppa fatica e responsabilità! Meglio stare nell’anonimato di una opposizione nullafacente ma ben salda da decenni nelle loro poltrone, onorevoli compresi. È bene che Matteo Renzi confermi l’autonomia elettorale di Italia Viva Casa Riformista per evitare, se accettasse di entrare nel campo largo, che le viperose linguacce grilline, fratoianne, bonelliane, bettiniere ecc., si intestino il merito della eventuale sua rielezione, oppure lo inchiodino a sua responsabilità nella eventualita che la sinistra perda le elezioni.

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