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L’ultima illusione della classe media   Marc Benioff lo ha detto in pubblico.

L’ultima illusione della classe media   Marc Benioff lo ha detto in pubblico, in un’intervista a un podcast americano, senza imbarazzo. Ha ridotto il customer service di Salesforce da novemila a cinquemila persone. Gli servono meno teste, ha spiegato, perché oggi metà delle interazioni con i clienti le fanno gli agenti di intelligenza artificiale. Quattromila posti di lavoro evaporati, sostituiti da sistemi che il suo stesso gruppo vende ad altre aziende perché possano fare lo stesso.   Nel 2025 Microsoft ha licenziato oltre quindicimila persone, circa il sette per cento della forza lavoro, mentre investiva ottanta miliardi in infrastrutture per l’AI e registrava profitti record. Meta ne ha tagliate tremilaseicento mentre Zuckerberg dichiarava che presto un modello farà il lavoro di un ingegnere di medio livello. Klarna, che tra il 2022 e il 2024 aveva sostituito circa settecento operatori del customer service con un sistema costruito con OpenAI, ha dovuto fare marcia indietro e riassumere personale umano, ammettendo che la qualità del servizio era crollata.   Anche i ripensamenti raccontano la stessa cosa: le aziende stanno provando, sbagliando, riprovando, ma la direzione è chiara.   Non sono numeri da crisi economica. Sono numeri da trasformazione antropologica.   Per due secoli ci siamo raccontati la stessa favola: ogni macchina avrebbe distrutto un mestiere per crearne un altro. È successo nelle campagne, nelle fabbriche, negli uffici. Il progresso lasciava dietro di sé una scia di espulsi, ma alla fine il capitalismo trovava nuovi bisogni, nuovi consumi, nuove occupazioni. Era il suo patto implicito con le società occidentali: sopportate il trauma del cambiamento e il futuro vi restituirà qualcosa.   Per la prima volta, quella promessa sembra incrinarsi. E questa volta a incrinarla è una tecnologia che non sostituisce il braccio, ma la testa.   Le società non crollano in un giorno. Continuano a funzionare mentre si svuotano lentamente. Conservano le loro istituzioni, le città illuminate, le statistiche rassicuranti, perfino la crescita economica. Ma sotto la superficie iniziano a perdere coesione, fiducia, senso di utilità collettiva.   La vera minaccia non è la disoccupazione di massa. È la perdita di centralità economica dell’essere umano.   Per anni alle classi medie occidentali è stato insegnato che studiare avrebbe garantito protezione. Bastava accumulare competenze, imparare le lingue, specializzarsi, diventare flessibili. Il sapere come assicurazione contro il declino. Il merito come religione civile della globalizzazione.   Ora proprio quella classe istruita scopre di poter essere sostituita. Non gli operai soltanto, non i lavori manuali ripetitivi che il capitalismo considera sacrificabili da decenni. Questa volta il bersaglio è più vicino al cuore delle società avanzate: analisti, grafici, consulenti junior, traduttori, programmatori, impiegati amministrativi, copywriter, professionisti dell’informazione, personale intermedio che produce documenti, sintesi, codice, immagini, procedure, linguaggio.   Va detto con precisione che i dati macroeconomici, per ora, non mostrano un collasso occupazionale. Alcuni studi registrano aumenti di produttività più che distruzione immediata di lavoro. Quello che si vede oggi è soprattutto una traiettoria, una percezione che inizia a produrre effetti politici prima ancora che economici. Le grandi crisi sociali cominciano quasi sempre così: dalla sensazione molto prima che dai numeri.   Le precedenti rivoluzioni industriali colpivano soprattutto il corpo. Questa colpisce il prestigio. L’identità. L’idea stessa di essere necessari. Non siamo davanti a una semplice trasformazione produttiva. Siamo davanti a una crisi antropologica della classe media occidentale.   Il capitalismo può convivere con enormi disuguaglianze. Può tollerare periferie impoverite, precarietà diffusa, perfino lavoro povero. Quello che fatica a reggere è una massa crescente di persone istruite che smette di percepirsi utile.   Quando un uomo perde reddito cerca un altro impiego. Quando perde funzione sociale, cerca un colpevole.   È già accaduto. La globalizzazione aveva prodotto vincitori giganteschi e perdenti invisibili. Per anni le élite economiche considerarono marginale la rabbia delle province industriali svuotate. Poi quella rabbia prese forma politica, culturale, identitaria. Non nacque soltanto dalla povertà. Nacque dall’umiliazione. Dal sentirsi materiale umano superato.   L’intelligenza artificiale rischia di moltiplicare quello shock su scala molto più ampia. Con una differenza decisiva: questa volta a sentirsi minacciati non sono soltanto i lavoratori manuali, ma le professioni che costruivano il prestigio delle democrazie occidentali. Le persone che scrivevano, pianificavano, progettavano, organizzavano. Il ceto che per decenni ha prodotto consenso culturale e stabilità sociale.   Qui va detta una cosa scomoda. La sinistra ha imparato a parlare di umiliazione sociale soprattutto quando ha cominciato a riguardare i suoi figli. Gli operai espulsi dalla globalizzazione li abbiamo guardati con distrazione per trent’anni. I riders, le partite IVA precarie, i magazzinieri Amazon li abbiamo trattati come un rumore di fondo della modernità. Adesso che la minaccia tocca laureati e professionisti, scopriamo improvvisamente la questione antropologica.   È un’onestà che dobbiamo a noi stessi prima ancora che ai lettori. Senza riconoscerla, ogni proposta politica rischia di sembrare soltanto paura di perdere il proprio posto nella gerarchia sociale.   Il problema, comunque, non è soltanto occupazionale. È che il lavoro umano rischia di perdere valore molto più rapidamente della capacità delle società di ridefinire un equilibrio politico. L’automazione cognitiva non distribuisce produttività. Concentra potere. Chi controlla i modelli, i data center, le infrastrutture energetiche, i semiconduttori e le piattaforme computazionali accumula una forza economica senza precedenti nella storia industriale contemporanea.   Non è soltanto ricchezza. È capacità di orientare informazione, linguaggio, lavoro, accesso alla conoscenza. È la formazione di una nuova aristocrazia tecnologica costruita non sul possesso della terra, ma sul controllo dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture che la rendono possibile.   Nel frattempo il resto della società rischia una lenta marginalizzazione economica. Non miseria assoluta, almeno all’inizio. Qualcosa di più ambiguo e forse più destabilizzante: una progressiva perdita di potere contrattuale, reddito, dignità. Le persone continueranno a lavorare, ma sempre più spesso in funzioni intermittenti, declassate, subordinate agli algoritmi o economicamente irrilevanti.   In molti uffici il cambiamento non arriverà con un licenziamento collettivo. Arriverà nel silenzio. Un team che prima occupava un piano intero ridotto a poche persone. Professionisti cinquantenni che continuano a lavorare ma capiscono improvvisamente che il loro tempo vale la metà. Laureati che tornano a dipendere economicamente dai genitori dopo anni di studio. Riunioni in cui metà delle attività viene svolta da strumenti automatici mentre gli esseri umani restano a supervisionare processi che non controllano più davvero.   Una società apparentemente occupata ma attraversata da una sensazione permanente di sostituibilità.   Per quarant’anni l’Occidente ha ridotto la tassazione sul capitale mentre aumentava la pressione indiretta sul lavoro e sui consumi. Quel modello si reggeva sull’idea che la crescita globale avrebbe redistribuito benessere in modo spontaneo. Oggi quella convinzione appare sempre più fragile. Se la ricchezza prodotta dall’intelligenza artificiale si concentrerà in poche imprese monopolistiche, continuare a tassare prevalentemente salari e redditi ordinari significherà accelerare la frattura sociale.   Eppure le classi dirigenti sembrano paralizzate. Una parte ripete il catechismo dell’innovazione inevitabile, come se la velocità tecnologica rendesse automaticamente legittime tutte le sue conseguenze. Un’altra reagisce con una nostalgia impotente, immaginando di poter fermare il processo storico attraverso divieti e protezionismi culturali. Entrambe evitano la questione centrale.   Il problema non è fermare la tecnologia. È impedire che la transizione consegni le democrazie a un’oligarchia computazionale capace di concentrare ricchezza, infrastrutture e conoscenza in una misura incompatibile con l’equilibrio democratico.   Servirà redistribuire potere economico prima ancora che reddito. Significa cose concrete: una digital services tax europea rafforzata, una tassazione proporzionata al consumo energetico e computazionale dei data center (la cosiddetta compute tax di cui si discute in sede OCSE), un prelievo sulle rendite monopolistiche delle piattaforme che generano valore attraverso l’automazione cognitiva. Significa costruire protezioni per chi verrà espulso o declassato. Ridurre la dipendenza sociale dal solo salario come misura della dignità individuale.   Soprattutto servirà riconoscere un fatto che il neoliberismo ha tentato di cancellare per decenni: il mercato non distribuisce automaticamente valore umano.   Nessun partito italiano oggi ha l’attrezzatura culturale per affrontare questo passaggio. E l’Unione Europea, che sarebbe l’unico livello istituzionale capace di tassare effettivamente le rendite computazionali, è anche quello che meno sta investendo politicamente sulla questione. È esattamente per questo che il vuoto sarà riempito da chi parla di vendetta prima ancora che di protezione.   Una democrazia può sopravvivere a forti disuguaglianze. Fatica invece a sopravvivere quando milioni di persone iniziano a percepirsi superflue.   E forse il segnale più inquietante è proprio questo: la sensazione di superfluità non abita più soltanto le periferie dimenticate o il lavoro manuale impoverito. È entrata negli uffici, nelle professioni intellettuali, nelle università, dentro quella parte di società che fino a ieri si considerava al riparo dalla storia.   Le grandi crisi iniziano sempre così. Non quando il sistema smette di produrre ricchezza, ma quando smette di produrre appartenenza.   Il problema, allora, non sarà soltanto economico. Diventerà morale. Politico. Democratico.   Perché una società in cui milioni di individui si sentono sostituibili è una società pronta a consegnarsi a chi prometterà vendetta prima ancora che protezione.

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