
Ve lo dico senza giri di parole. Per mesi Luigi Marattin ci ha impartito lezioni di purezza politica.
Lui era il liberale autentico. Il riformista senza compromessi. Il custode del centro puro, incontaminato, equidistante da tutti. Gli altri, naturalmente, erano traditori, opportunisti o sudditi del famigerato “Re Sole”.
Poi è arrivata la realtà.
E il grande progetto liberale è diventato una richiesta di ospitalità.
La casa politica nuova, moderna e indipendente? Non pervenuta.
Il centro destinato a rivoluzionare l’Italia? Sparito.
La gloriosa alternativa a Renzi? Ridotta alla ricerca di una sedia nel salotto di Forza Italia.
Un capolavoro.
Marattin ha lasciato Italia Viva accusando gli altri di incoerenza, ha promesso un partito autonomo e ha trascorso mesi a spiegare al mondo che lui non si sarebbe mai piegato alle vecchie logiche.
Adesso, dopo tutto quel rumore bussa , politicamente parlando, alla porta di Marina Berlusconi.
Altro che centro puro. Centro in comodato d’uso.
Altro che nuova casa liberale. Una stanza in affitto, possibilmente con posto garantito in lista.
E quelli che lo hanno seguito?
I dirigenti, gli amministratori, i militanti, i famosi quattromila iscritti e i cinquanta circoli?
Che cosa dovrebbero fare adesso?
Applaudire mentre il progetto per il quale hanno lasciato Italia Viva viene impacchettato e consegnato a Forza Italia?
Fingere che fosse questo il grande disegno fin dall’inizio?
Oppure ammettere che il sovrano era nudo e che, sotto tutta quella presunta superiorità morale, non c’era un progetto politico, ma soltanto un’ambizione personale?
Perché il punto è proprio questo.
Marattin accusava Renzi di essere il “Re Sole”, ma il suo vero problema non era il sole era non riuscire a brillare di luce propria.
Ha costruito la propria carriera politica grazie a Renzi, è arrivato in Parlamento grazie a quel percorso e poi ha pensato che, demolendo chi gli aveva aperto la strada, sarebbe diventato automaticamente un leader.
Non è successo.
Ha confuso l’uscita da un partito con la nascita di un consenso.
Ha scambiato qualche intervista per un movimento politico.
Ha preso gli applausi dei suoi fedelissimi per voti reali.
E adesso i numeri presentano il conto.
Quanto porta Marattin a Forza Italia?
L’1 per cento? Lo 0,5? Qualche decimale? Oppure soltanto il proprio nome, accompagnato dalla speranza che qualcuno gli trovi una candidatura?
L’uomo che voleva rifondare il liberalismo italiano rischia di essere ricordato soprattutto per aver rifondato il proprio curriculum.
E pensare che fino a ieri il traditore era Renzi perché aveva scelto il centrosinistra.
Peccato che Italia Viva nel centrosinistra ci sia sempre stata.
La vera acrobazia politica è un’altra: predicare per anni il centro equidistante, insultare chiunque scelga un campo e poi, appena il progetto personale si sgonfia, presentarsi con il cappello in mano alla porta del centrodestra.
Marattin voleva dimostrare di poter vivere politicamente senza Renzi , per ora ha dimostrato, a mio avviso, soltanto di non poter vivere politicamente senza qualcuno che gli offra un posto.
Era partito per fondare la nuova casa dei liberali, ha
finito per citofonare a casa Berlusconi.
E adesso aspetta sul pianerottolo, con la valigia in mano, sperando che gli aprano prima che si accorgano che dentro non porta voti.
Porta solo sé stesso. Ed è proprio questo il problema.