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Perché i tempi non cambiano mai, se non cambiamo noi.

L’11 novembre del 1628, a Milano, il pane costava troppo per poter sopravvivere.

I raccolti erano andati male. Anzi, malissimo: non c’era più grano. Non c’era più frutta. Non c’era più niente da mangiare! E come se non bastasse c’era la guerra: gli Spagnoli volevano prendersi tutto il Nord Italia. Gli eserciti passavano per le campagne e si portano via tutto. Quel po’ di grano avanzato, gli uomini, il bestiame.

Tutto. Nelle case restava la fame. E la fame, si sa, porta rabbia. Allora la folla fa ciò che le folle fanno quando hanno fame.

Si incazza. Si muove. Si incendia.

Corre per le strade del centro distruggendo tutto. Gridano “Al forno! Al forno!”. Migliaia di Milanesi stremati si radunano nella strada più nota della città, la Corsia de’ Servi, e distruggono tutto. Panifici compresi.

Sfondano le porta. Spaccano le macine. Sventrano i sacchi di grano. La farina finisce per terra, calpestata da centinaia di scarpe. Il pane che chiedevano da mangiare lo distruggono con le loro mani. Con la loro rabbia. In mezzo a quella calca c’è un ragazzo di vent’anni, si chiama Renzo. È li per caso. “Se distruggono tutti i forni dove faranno il pane che invocano? Nei pozzi?”, pensa Renzo. Lo conosci no? Lo conosci sin dalle medie Renzo de “I Promessi sposi”.

Un personaggio di fantasia, certo. Eppure tutto il resto è vero. Quella gente è scesa davvero in strada. Quelle botteghe furono davvero distrutte. Quella strada, Corsia De Servi, oggi si chiama corso Vittorio Emanuele: è ancora il cuore pulsante di Milano.

Tutto quello che ho scritto è successo davvero. Tutto quello che ho scritto succede ancora. Di nuovo. Stanotte. Altra gente in strada. Altra fame. Altra rabbia. Altre botteghe distrutte.

Solo che dentro non c’era il pane: c’erano le scarpe di un Foot Locker. I tempi cambiano, certo. Ma la rabbia, quella, è la stessa. Perché anche oggi, in Italia, la vita costa troppo. Non più il grano, ma la benzina. L’affitto che si mangia lo stipendio. Lo stipendio che si mangia i giorni che restano alla fine del mese.

Allora i ragazzi fanno ciò che i ragazzi fanno quando hanno fame. Si arrabbiano. Si organizzano. Scendono in piazza

Migliaia di ragazzi, con un cartello in mano: “Come faccio un figlio se non arrivo a fine mese?”. Quello era il loro pane: una domanda. Una sola. Che qualcuno, finalmente, li ascoltano. Ma la rabbia, quando la tieni chiusa troppo a lungo, non chiede il permesso.

Esplode. Si mette il passamontagna. Cerca qualcosa da rompere.

E così, a poche ore dal corteo, quella stessa rabbia arriva in piazza Duomo. Poi scende lungo la vecchia Corsia de’ Servi. Sfondano le vetrine. Spaccano gli scaffali. Svuotano un negozio di scarpe.

E quella domanda finisce per terra, calpestata da centinaia di scarpe. La voce che chiedevano la distruggono con le loro mani. Con la loro rabbia. Esattamente come quattrocento anni fa. Perché da stamattina in tutta Italia si parla solo di vetrine rotte.

Nessuno parla più degli affitti. Nessuno parla più della benzina. Nessuno legge più quel cartello.

Chi di caro vita non voleva sentir parlare, oggi, può dormire tranquillo: la rabbia ha distrutto l’unico forno che avevano quei ragazzi. La piazza.

La fame non è una colpa. La rabbia nemmeno. Spaccare tutto, però sì. Perché in mezzo a quella calca, stanotte, c’erano migliaia di Renzo.

Ragazzi con un cartello in mano, che guardavano la loro protesta bruciare e pensavano la stessa cosa: “Se distruggiamo tutte le piazze, dove faremo sentire la nostra voce? Nei pozzi?” Perché i tempi non cambiano mai, se non cambiamo noi.

PS: QUESTO POST! È. Il parallelo che tracci tra i tumulti del pane del 11 novembre 1628 a Milano, descritti magistralmente da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, e le tensioni sociali moderne è potente e tocca un nervo scoperto. La dinamica emotiva delle folle, quando è mossa dalla disperazione e dalla percezione di un’ingiustizia strutturale, sembra non cambiare mai nel corso dei secoli.

Ieri era la distruzione del Forno delle Grucce in Corsia de’ Servi (oggi Corso Vittorio Emanuele), oggi sono le vetrine infrante delle multinazionali durante le rivolte urbane. La rabbia si dirige verso i simboli del benessere negato o dell’oppressione economica del momento. Il paradosso che noti in Renzo — distruggere i mezzi di produzione dello stesso bene di cui si ha disperatamente bisogno — si ripropone ciclicamente quando la frustrazione supera la razionalità.

Il testo che hai condiviso si interrompe bruscamente alla fine, ma il concetto è chiarissimo: ieri era la carestia e la guerra di successione di Mantova e del Monferrato; oggi sono l’inflazione, il caro energia, gli affitti insostenibili e la stagnazione dei salari che erodono il potere d’acquisto, lasciando molte persone con la sensazione di non poter arrivare alla fine del mese.

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