
Per anni Marco Travaglio e il Fatto Quotidiano hanno costruito una parte rilevante della loro identità editoriale sulle vicende giudiziarie di Matteo Renzi e della sua famiglia. L’iscrizione nel registro degli indagati diventava notizia politica, il sospetto diventava racconto, e il garantismo era una fastidiosa eccezione.
Oggi la Procura di Napoli indaga sui rapporti tra UniPegaso-Multiversity e diversi gruppi editoriali. Tra gli indagati figurano anche Peter Gomez e Cinzia Monteverdi, esponenti di vertice dell’universo del Fatto Quotidiano. Si tratta di accuse tutte da verificare e per le quali vale, senza se e senza ma, il principio costituzionale della presunzione d’innocenza ed è proprio per questo che colpisce il cambio di clima.
Dove sono i titoloni? Dove sono le campagne quotidiane? Dove sono i moralisti che per anni hanno confuso le ipotesi investigative con le sentenze?
La prudenza di oggi è sacrosanta. È l’assenza della stessa prudenza ieri che merita una riflessione.
Perché il garantismo non si misura quando a essere indagato è un amico o un collega. Si misura quando sotto accusa finisce un avversario.
E c’è un ultimo dettaglio che non passa inosservato: una notizia che, se avesse riguardato Renzi, avrebbe probabilmente occupato prime pagine, aperture di siti e talk show per settimane, oggi viene trattata con sorprendente discrezione da molti degli stessi media che per anni hanno alimentato il circuito mediatico-giudiziario.
Più che l’inchiesta, che farà il suo corso e dovrà essere valutata nelle sedi competenti, colpisce il silenzio.
E il silenzio, a volte, racconta molto più delle parole.