
La sfida di Giorgia Meloni
«Vannacci è come Conte. Non ci alleeremo con lui». La dichiarazione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, è politicamente forte. E lo è per una ragione precisa: pone un vincolo al centrodestra e, al tempo stesso, rivendica una scelta di coerenza.
Niente ammucchiate raccattavoti. Niente alleanze costruite soltanto sulla convenienza elettorale.
È una posizione che produce anche un riflesso inevitabile sull’opposizione di centrosinistra: chi, al contrario, tenta di aggregare tutto e il contrario di tutto pur di mettere insieme qualche voto in più finisce per rendere evidente l’assenza di una piattaforma politica realmente condivisa.
Il problema del cosiddetto campo largo è ormai sotto gli occhi di tutti. E la postura di Italia Viva ne è, a mio avviso, una dimostrazione emblematica. Chi per anni ha costruito la propria identità sulla distanza politica e culturale dal Movimento 5 Stelle ha progressivamente attenuato ogni elemento di contrasto pur di mantenere aperta la prospettiva di un contenitore elettorale comune.
Anche il silenzio di ieri, nell’anniversario del 7 ottobre, sulla pagina ufficiale di Italia Viva mi è sembrato politicamente significativo. Su questioni di questa portata, la chiarezza non dovrebbe essere sacrificata alle convenienze di coalizione.
Nel frattempo si moltiplicano i tentativi degli attempati maître à penser del centrosinistra di sacrificare le naturali ambizioni di Elly Schlein pur di tenere Giuseppe Conte agganciato al carro del campo largo.
Ma qui emerge la contraddizione fondamentale: il rapporto tra Conte e il campo largo può essere risolto politicamente soltanto assumendo fino in fondo la questione della leadership. Se il Movimento 5 Stelle deve sopravvivere elettoralmente, è difficile immaginare che possa farlo rinunciando proprio alla figura che ne rappresenta oggi il principale riferimento.
Per questo la coerenza, in entrambi gli schieramenti, imporrebbe una scelta netta: Vannacci fuori dal centrodestra e Conte fuori dal centrosinistra.
Non per impedire a qualcuno di rappresentare le proprie idee, ma per restituire alla competizione politica confini riconoscibili, programmi comprensibili e alleanze fondate su una visione del Paese, non sulla semplice somma aritmetica dei voti.
È anche nell’interesse nazionale avere una competizione elettorale trasparente e impermeabile a interferenze straniere, comprese quelle russe.
In questo scenario, l’area riformista e laica ha una responsabilità particolare. Se, come giustamente chiede, vuole che i due poli si confrontino finalmente sui programmi di governo, deve mantenere convergenza e unità d’azione.
Perché dal campo largo esiste un esodo.
La vera sfida, per i riformisti, è passare e votare in CASA RIFORMISTA prima che si trasformi in astensione.