
Il POST analizza criticamente l’approccio di destra e sinistra sul decreto legge riguardante il velo integrale e il tetto agli alunni stranieri, evidenziando limiti speculari in entrambi gli schieramenti.
I limiti delle posizioni politiche
- La destra: Sfrutta la misura sul velo integrale (niqab e burqa, distinti dal comune hijab) e il tetto agli alunni non italofoni principalmente a fini propagandistici. Si tratta di problemi marginali o già regolati da norme e circolari preesistenti, affrontati con un impianto autoritario che non risolve i problemi strutturali della scuola.
- La sinistra: Cade nel difetto opposto, rifugiandosi nel “benaltrismo” e nell’astrazione dei princìpi. Evita di affrontare il merito delle difficoltà reali legate all’integrazione, ai modelli culturali e alla coesione sociale (come l’importanza dell’apprendimento della lingua italiana quale strumento di emancipazione).
Il nodo della coesione sociale
- La questione culturale: Ignorare la distanza tra determinati modelli tradizionali e i diritti democratici rischia di favorire la segregazione e l’isolamento, in particolare delle donne. [1]
- Il ruolo della lingua: L’insegnamento dell’italiano non è solo un fatto didattico, ma un fattore essenziale di liberazione e di rispetto delle regole comuni.
- CHI HA SETE (SE LA) BEVE.
Il bipolarismo impone che la ragione stia tutta da una parte e il torto dall’altra. La realtà, spesso, dice l’opposto. L’ultima vicenda legata al decreto legge sul divieto del velo islamico a scuola e sul tetto agli alunni stranieri che non parlano italiano è la prova che destra e sinistra riescono a sbagliare contemporaneamente e in modo speculare.
Partiamo dai fatti. Sul divieto del velo si è generata una profonda confusione. In molti hanno capito che la norma vietasse l’hijab, il velo più diffuso al mondo, quello che lascia il viso del tutto scoperto. Non è così. La misura riguarda invece il niqab, che copre il volto lasciando liberi solo gli occhi, e il burqa , l’abito integrale afghano che copre interamente corpo e volto dietro una retina.
Ma qui emerge la prima incoerenza. Esiste già una legge dello Stato che vieta di circolare a volto coperto nei luoghi pubblici, scuola compresa. A questa si aggiungono le circolari ministeriali che, da oltre trent’anni e sotto governi di ogni colore, ribadiscono il no al viso coperto in aula. Ma quante studentesse si presentano oggi a scuola in burqa o niqab?
I dati non pervenuti suggeriscono che i rari casi isolati siano sempre stati gestiti e risolti dai dirigenti scolastici. La maggioranza ha quindi giocato sull’equivoco per fare propaganda e vellicare la pancia del proprio elettorato, conoscendone la natura grossolana e incline al gradimento della fuffa, sventolando una bandiera ideologica su un problema virtualmente inesistente nei termini proposti.
Discorso simile per il limite di alunni stranieri non italofoni nelle classi. Anche in questo caso le norme e le circolari esistono da decenni, ciclicamente adeguate al variare dei flussi demografici. Scegliere la via della legge invece di aggiornare gli strumenti amministrativi è un’altra operazione d’impatto mediatico, utile per fare propaganda, irrilevante per la salute di una scuola che continua a soffrire di altre e note carenze strutturali.
Se la risposta della destra è pura propaganda, significa che i problemi non esistono? Tutt’altro. Riconoscere le falle dell’esecutivo non significa fare “benaltrismo”. Ed è qui che la sinistra fallisce la sua missione. Invece di limitarsi a liquidare il provvedimento come fuffa elencando i soliti storici mali della scuola ai quali la destra non ha messo riparo, l’opposizione avrebbe dovuto dimostrare una vera cultura di governo approfondendo quei punti specifici.
Il tema dell’impatto della presenza islamica – di cui il velo è solo un sintomo superficiale – e le difficoltà gestionali nelle classi a forte presenza di alunni non italofoni sono questioni concrete.
Esiste o no una distanza tra i modelli culturali islamici e le conquiste democratiche europee? Una distanza che, se ignorata, diventa separazione sociale, contrapposizione e una rigida cristallizzazione dell’esclusione, in primo luogo delle donne.
Quante donne straniere vivono segregate o private dei documenti dai capi famiglie? Quante ragazze subiscono la pressione di comunità conservatrici fino a perdere la propria libertà? A volte la vita! In quest’ottica, l’insegnamento dell’italiano non è solo un semplice strumento didattico, è un dispositivo di liberazione per donne, giovani e famiglie in cerca di un futuro diverso. Garantire e pretendere la conoscenza della lingua costituisce il primo passo verso una reale coesione sociale,
Dico coesione perché non riguarda solo gli stranieri, ma anche noi con loro. Sia nella conoscenza della lingua, sia nel rispetto delle regole e delle leggi comuni ad entrambi.
La destra affronta la questione con la solita lente gerarchica e autoritaria. La sinistra, dal canto suo, rincorre rifugiandosi nel benaltrismo e nell’astrazione dei principi supremi. Il risultato? I cittadini non la capiscono e finiscono per preferire le risposte semplici, per quanto illusorie, della destra.
Per usare una metafora, se un cittadino ha sete, la sinistra gli presenta il progetto di un acquedotto, la destra gli offre subito un bicchiere d’acqua, anche se torbida. Ma chi ha sete, alla fine, se la beve.
