
IL RISCHIO DI UNA SVOLTA A DESTRA SENZA FINE
Così le destre blindano i capilista, silenziano il merito femminile e fissano le regole del gioco per garantirsi il potere per i prossimi decenni.
Le forze di minoranza invocano una mobilitazione popolare contro una svolta strutturale che ipoteca il futuro della Repubblica, nell’attesa del vaglio decisivo del Quirinale.
Per capire davvero lo “Stabilicum”, la riforma elettorale che la maggioranza sta spingendo a tappe forzate al Senato, bisogna sgombrare il campo dalla retorica ufficiale.
La narrativa di facciata del centrodestra parla di “stabilità”, di “governi scelti dal popolo” e della fine della stagione dei ribaltoni e dei tecnici.
Ma la realtà politica è molto più pragmatica e stringente.
I fini veri di questa operazione sono essenzialmente due.
Il primo è di natura istituzionale: questa legge elettorale è il motore ausiliario del Premierato. Senza un meccanismo che garantisca artificialmente una maggioranza blindata in Parlamento al premier indicato sulla scheda, la riforma costituzionale voluta da Giorgia Meloni rimarrebbe una scatola vuota, un motore senza benzina.
Il secondo fine è di pura sopravvivenza geopolitica interna: blindare l’attuale assetto di potere.
Il centrodestra sa che l’onda del consenso è per sua natura mobile; bloccare le regole del gioco oggi con un premio di maggioranza generoso al 42% significa garantirsi la permanenza a Palazzo Chigi anche domani, pur in presenza di una flessione elettorale o di un forte astensionismo.
C’era una volta la Seconda Repubblica, quella nata sulle ceneri dei vecchi partiti e tenuta a battesimo dal sogno del bipolarismo alternativo.
Trent’anni dopo, l’Italia si ritrova ancora una volta ferma allo stesso semaforo, a discutere di una legge elettorale che assomiglia terribilmente a un abito sartoriale, cucito non sulle esigenze del Paese, ma sulle misure delle forze che in questo momento occupano le stanze del governo.
Il passaggio dello Stabilicum al Senato in questi giorni non è solo un dibattito tecnico per addetti ai lavori, è lo specchio di una forte ansia che attraversa la maggioranza.
Dopo aver archiviato il sistema dei collegi uninominali del Rosatellum, il centrodestra ha scelto di rifugiarsi in un proporzionale corretto da un premio di governabilità massiccio: 70 deputati e 35 senatori in regalo a chi taglia il traguardo del 42%. Una soglia che i critici definiscono pericolosamente bassa e che evoca spettri di incostituzionalità già visti all’epoca del Porcellum.
Il rischio, tutt’altro che teorico, è quello di consegnare le chiavi di una maggioranza assoluta e schiacciante a una coalizione che nel Paese reale rappresenta appena una minoranza relativa di elettori, specie se calcolata sulla base di un’affluenza in costante declino.
Ma il vero nervo scoperto, il terreno di uno scontro fratricida che in queste ore sta infiammando l’aula di Palazzo Madama, riguarda il meccanismo di scelta degli eletti.
È la complessa e tormentata questione delle preferenze.
La proposta iniziale della Camera blindava l’impianto delle liste bloccate: niente nomi da scrivere, solo un voto al simbolo che fa scattare i candidati scelti a tavolino dalle segreterie dei partiti.
Al Senato, sotto la pressione delle opposizioni e di una parte della stessa maggioranza, si sta facendo strada il compromesso dei capilista bloccati.
Un sistema ibrido in cui il primo nome del listino passa di diritto, mentre i seggi successivi vengono assegnati tramite le preferenze espresse dai cittadini.
Dietro questa mediazione si nasconde però una trappola che rischia di svuotare il principio del merito e, soprattutto, di infliggere un duro colpo alla rappresentanza di genere.
Se il capolista è bloccato e i posti utili per scattare in Parlamento sono ridotti all’osso, quel meccanismo di preferenza di genere, che prevede l’alternanza uomo-donna sulla scheda, diventa un’arma spuntata.
Le donne candidate nelle posizioni successive si troverebbero a competere tra loro per briciole di seggi, mentre le posizioni di vertice, quelle con il pass sicuro per Roma, rimarrebbero saldamente in mano alle oligarchie di partito, storicamente a trazione maschile.
Le parlamentari di diversi schieramenti hanno già sollevato il caso: blindare i capilista significa, nei fatti, edificare un soffitto di cristallo normativo che respinge l’elettorato femminile nei ruoli di comprimarie, penalizzando anni di battaglie per la parità di rappresentanza.
Per questo il PD ha proposto di togliere i capilista bloccati e lasciare la libera scelta ai cittadini.
Tuttavia, il pericolo più insidioso di questa stagione politica non risiede solo nei commi di una legge scellerata, ma nel profondo sonno democratico in cui sembra essere caduto il Paese.
C’è un’assenza di consapevolezza diffusa, un’assuefazione collettiva che spaventa più dei tecnicismi parlamentari.
Anni di delusioni, di promesse tradite e di costanti mutamenti delle regole del voto hanno generato un elettorato rassegnato, convinto che la legge elettorale sia una faccenda privata della casta, priva di ricadute sulla vita reale.
È un errore drammatico.
È necessario che la popolazione si risvegli, che ritrovi la forza della protesta e dell’indignazione, perché la posta in gioco questa volta è l’architettura stessa dello Stato.
Tollerare passivamente lo Stabilicum significa accettare la possibilità che una minoranza si trasformi in regime parlamentare per editto.
Se questa legge dovesse passare indenne, le destre non otterrebbero solo una vittoria congiunturale, ma metterebbero le mani su un’ipoteca pesante e a lunghissimo termine sul futuro dell’Italia.
Il combinato disposto tra il premio di maggioranza artificiale e il controllo ferreo delle nomine parlamentari potrebbe blindare le forze di governo attuali per i decenni a venire, innescando una svolta a destra strutturale, profonda e sistemica.
Proprio per questo, la partita che si gioca attorno allo Stabilicum non è una semplice schermaglia parlamentare, ma un tornante decisivo per la tenuta del nostro assetto democratico.
Quando le regole del gioco vengono scritte a colpi di maggioranza per piegare la rappresentanza alle esigenze della stabilità governativa, a vacillare sono le fondamenta stesse della Repubblica.
In questo scenario frammentato e privo di larghi consensi istituzionali, gli occhi del Paese non possono che rivolgersi al Quirinale.
Spetterà al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella sua alta funzione di custode supremo della Carta, valutare la costituzionalità di una legge che rischia di alterare profondamente l’equilibrio dei poteri.
La speranza è che il Colle, al momento della firma, si erga a baluardo invalicabile contro ogni distorsione della volontà popolare, ricordando a tutti che la democrazia non può essere sacrificata sull’altare di un laboratorio matematico e che il silenzio dei cittadini non può essere scambiato per assenso.