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Il dilemma della guerra giusta e l’asimmetria del terrore nel conflitto mediorientale

È possibile ricondurre la guerra intrapresa dall’esercito israeliano contro Hamas e Hezbollah – scaturita in risposta al massacro del 7 ottobre 2023 – ai paradigmi della teoria della guerra giusta? Di contro, sono moralmente difendibili il terrorismo e chi lo esercita?

Per sua stessa natura, il terrorismo colpisce intenzionalmente civili innocenti, selezionati in modo casuale e privi di una specifica colpa. Il suo fine ultimo è radicare una profonda paura nella quotidianità, violando sistematicamente la sfera pubblica e privata.

Sebbene l’atto in sé appaia arbitrario, esso risponde a una volontà programmaticamente mirata. È il risultato di una pianificazione strategica, studiata a tavolino da gruppi organizzati che scelgono la violenza in totale libertà.

Queste strutture, altamente burocratizzate, presentano divisioni interne e sottosezioni specializzate per evitare sovrapposizioni e massimizzare l’efficacia.

Lo dimostrano le architetture organizzative dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), di Hamas e di Hezbollah, le cui competenze sono ripartite anche su base territoriale.

L’addestramento e il finanziamento necessari per compiere l’eccidio del 7 ottobre costituiscono la prova tangibile di questo rigoroso approccio programmatico.

Come sottolinea Michael Walzer nel suo saggio Sulla guerra:

«Il terrorismo è casuale, umiliante e spaventoso. Questo è il suo segno distintivo e questa è, ancora una volta, la ragione per cui non può essere difeso».

Se la condanna morale resta assoluta, il dibattito pubblico contemporaneo tende talvolta a giustificare tali dinamiche, obliterando le matrici ideologiche di Hamas e Hezbollah.

I terroristi vengono spesso riabilitati come “combattenti per la libertà” o “resistenti”, asseritamente spinti all’azione da condizioni di vita disperate e dall’assenza di vie d’uscita.

In quest’ottica, risulta utile analizzare l’evoluzione storica dei rapporti tra le organizzazioni palestinesi e lo Stato di Israele, per verificare se siano mai esistite reali alternative diplomatiche.

Il fallimento dei negoziati di Camp David nel 2000 ne è un esempio lampante: lo stesso presidente Bill Clinton attribuì la responsabilità storica a Yasser Arafat, colpevole di aver rigettato la proposta israeliana che prevedeva la nascita di uno Stato palestinese sul 96% della Cisgiordania e sull’intera Striscia di Gaza, con capitale Gerusalemme Est.

Nemmeno il ricorso al concetto walzeriano di “emergenza suprema” – intesa come reazione immediata a una minaccia di estinzione fisica o politica – appare solido.

Storicamente, il terrorismo è stato impiegato come mero strumento di pressione politica e mai come argine a imminenti catastrofi umane.

La stagione dei dirottamenti aerei promossa negli anni ’70 dal FPLP di George Habash ne è la conferma: la distruzione di un velivolo non ha mai evitato un disastro, ma ha rappresentato un espediente per imporre precise scelte geopolitiche.

Allo stesso modo, prima dell’attacco del 7 ottobre, non era in atto alcun genocidio né esisteva una minaccia esistenziale imminente da parte israeliana contro la popolazione palestinese.

La scelta del terrore riflette, inoltre, una debolezza intrinseca del movimento rispetto alla popolazione che dichiara di voler rappresentare. L’incapacità di mobilitare le masse porta a una drastica riduzione delle opzioni strategiche.

La linea perseguita per anni dall’OLP si è dimostrata radicalmente diversa rispetto alla mobilitazione popolare della Prima Intifada: i giovani delle manifestazioni non erano gli spietati esecutori addestrati delle fazioni armate; ciò che chiedevano era un accordo di pace fondato sul mutuo riconoscimento.

Una pace che, anche attualmente, presuppone la legittimazione del sionismo. Un riconoscimento che il terrorismo, al contrario, esclude a priori, scartando le vie della resistenza non violenta o delle manifestazioni di massa.

Sotto il profilo dei risultati, la strategia della violenza si è rivelata fallimentare: dall’adozione della lotta armata a oggi, le condizioni del popolo palestinese non hanno registrato alcun miglioramento concreto.

L’opzione della dirigenza di perpetuare lo status di profughi, anziché investire sulla qualità della vita a Gaza, ne è la dimostrazione più evidente.

Questo schema affonda le radici nel passato, nella storica mancata accoglienza dei profughi all’indomani della nascita dello Stato di Israele e nel sistematico rifiuto di concedere loro la cittadinanza nei Paesi arabi ospitanti, con l’unica eccezione della Giordania.

In questo scenario, l’accusa di “Stato terrorista” rivolta a Israele appare come un tentativo di equiparare uno Stato sovrano alle sigle jihadiste.

Tuttavia, una riflessione si impone: che senso ha sostituire una forza dominante con un’altra? Può essere questo il vero significato della liberazione?

Le violenze, le torture e l’uso di scudi umani perpetrati da Hamas e Hezbollah ai danni delle loro stesse popolazioni civili costituiscono un dato di fatto inoppugnabile.

Dall’altro lato, la risposta militare di Israele dopo il 7 ottobre – l’offensiva a Gaza, l’intervento nel Libano meridionale e lo scontro aperto con l’Iran – si colloca sul terreno della controffensiva e della ritorsione.

Diventa allora fondamentale chiedersi: in che misura le forze israeliane hanno cercato di preservare i civili palestinesi?

La salvaguardia della popolazione non combattente è il fulcro della questione (jus in bello), poiché la popolazione civile non può essere considerata collettivamente complice.

Rifiutare la logica dei terroristi ed evitare derive assimilabili al terrorismo di Stato, anche a costo di pesanti compromessi operativi, è l’unica via per preservare una prospettiva di pace futura.

La distinzione tra combattenti e civili resta la chiave di volta etica e legale di ogni conflitto.

Ed è proprio per erodere questo discrimine fondamentale che i sostenitori delle fazioni islamiste ricorrono all’accusa di “genocidio” contro Israele: un tentativo di sovversione concettuale teso a delegittimare lo Stato e, più in generale, il popolo ebraico.

Un capovolgimento di senso che esprime un bisogno di liberazione da un senso di colpa occidentale: le vittime di allora diventano i carnefici di oggi, chiudendo, all’apparenza ma non nella realtà, un capitolo vergognoso della storia.

Qualsiasi operazione militare deve misurarsi con questo metro di giudizio etico e legale: il divieto assoluto di trasformare i civili in bersagli.

Un principio che si scontra, tuttavia, con la realtà di una guerra combattuta in aree ad altissima densità demografica e caratterizzata dall’uso spregiudicato di scudi umani da parte di Hamas, fattispecie che configura precisi crimini di guerra e contro l’umanità.

L’uso strumentale della propria popolazione offre lo spunto per un’ultima riflessione.

Di norma, la costruzione ideologica del nemico mira a disumanizzarlo, inglobandone i civili in un unicum indistinto; nel caso dell’islamismo radicato, tale processo poggia sul concetto di guerra contro l’infedele.

Di conseguenza, la totale mancanza di empatia dei leader terroristi verso il proprio popolo comporta un ampliamento della categoria del “nemico” fino a includere i propri stessi cittadini, sacrificati sull’altare del jihad.

Ciò rende esplicito il fallimento del movimento di liberazione: incapace di mobilitare le masse, il terrorismo finisce per agire in totale astrazione e assenza dal popolo.

In conclusione, l’unica via strategica percorribile, oltre al disarmo di Hamas e delle altre fazioni presenti a Gaza, risiede nel consolidamento degli accordi diplomatici con gli Stati arabi moderati della regione.

Proseguendo la strada tracciata dagli Accordi di Abramo, è necessario giungere a un formale riconoscimento dello Stato di Israele e all’attivazione di canali commerciali e sinergie economiche, presupposti indispensabili per avviare un serio e strutturato piano di ricostruzione e sviluppo per la Striscia di Gaza.

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