C’è un’idea fondamentale che ha contribuito a trasformare il mondo da un’economia rimasta quasi stagnante per secoli in quella moderna, capace di produrre una crescita continua della ricchezza: l’economia non è una torta di dimensioni fisse.
Se io divento più ricco, non significa necessariamente che qualcun altro debba diventare più povero. La torta può crescere.
È il principio del win-win: uno scambio può convenire contemporaneamente a entrambe le parti. È uno dei fondamenti dell’economia di mercato e, a pensarci bene, anche delle relazioni umane più sane.
David Ricardo lo spiegò due secoli fa con la teoria del vantaggio comparato, usando l’esempio di Inghilterra e Portogallo. Se al Portogallo conviene relativamente di più produrre vino e all’Inghilterra tessuti, non ha senso che ciascuno cerchi di produrre tutto proteggendosi dall’altro con barriere e dazi. Conviene specializzarsi e commerciare: entrambi diventano più ricchi.
Donald Trump sembra non avere mai assimilato questo concetto.
La sua concezione del mondo è profondamente a somma zero: se tu guadagni, io devo aver perso. Se un paese esporta negli Stati Uniti più di quanto importi, sta «fregando» l’America. Se un immigrato trova lavoro, lo ha sottratto a un americano. Se un alleato ottiene qualcosa da un accordo, gli Stati Uniti devono aver negoziato male.
È una filosofia che Trump sembra applicare alle relazioni personali, alla politica internazionale e all’economia. Ed è non soltanto una concezione piuttosto triste delle relazioni umane: è cattiva economia.
Un recente articolo del New York Times ha raccolto una quantità impressionante di dati sulle conseguenze di questa filosofia. Il Joint Economic Committee del Congresso ha calcolato che i dazi di Trump avevano già comportato, a gennaio 2026, la cifra stratosferica di ben 200 miliardi di dollari di costi per i consumatori americani, ai quali potrebbero aggiungersene almeno altri 330 miliardi quest’anno. La Tax Foundation stima inoltre una perdita, in ore lavorate, equivalente a 367.000 posti di lavoro a tempo pieno. https://www.nytimes.com/…/trumps-tariffs-winners-losers…
Inoltre, è accaduto ciò che gli economisti avevano previsto: il costo dei dazi non è stato pagato dai cinesi, dagli europei o dai messicani. È ricaduto in larghissima parte sugli importatori, sulle imprese e sui consumatori americani.
Trump aveva promesso che, grazie ai dazi, «posti di lavoro e fabbriche torneranno in massa nel nostro paese». Invece, secondo diverse stime citate dal Times, gli Stati Uniti hanno perso decine di migliaia di posti di lavoro nel settore manifatturiero.
Lo stesso errore concettuale si ritrova nell’immigrazione. Un immigrato non è semplicemente un lavoratore che compete per una quantità fissa di posti di lavoro. Se lavora, produce beni e servizi, paga imposte e contributi previdenziali, consuma e crea a sua volta domanda e occupazione. Può diventare imprenditore e creare posti di lavoro. In società che invecchiano rapidamente (come l’Italia, ma sempre più anche nel resto dell’Occidente, USA compresi), lavoratori più giovani contribuiscono alla sostenibilità del sistema previdenziale. Le rimesse inviate alle famiglie sostengono poi consumi e investimenti nei paesi d’origine.
Ma anche qui il win-win non è automatico. Una politica migratoria intelligente deve massimizzarne i benefici e minimizzarne i costi: favorire l’ingresso e soprattutto l’integrazione di persone che lavorano, studiano, producono, pagano imposte e contributi e rispettano le regole; ed essere contemporaneamente capace di espellere rapidamente, nel rispetto delle garanzie di legge, gli stranieri senza diritto a rimanere che commettono reati gravi o reiterati, evitando che l’immigrazione si trasformi in una condizione permanente di esclusione dal lavoro e dipendenza dall’assistenza pubblica.
Difendere l’immigrazione non significa quindi sostenere che qualsiasi immigrazione, in qualsiasi quantità e a qualsiasi condizione, sia positiva. Significa costruire un sistema nel quale sia vantaggiosa tanto per chi arriva quanto per la società che lo accoglie.
Ancora una volta: la torta può crescere. Ma servono regole intelligenti.
E qui bisogna riconoscere qualcosa che i sostenitori della globalizzazione hanno troppo spesso minimizzato. Dire che il commercio internazionale produce benefici complessivi non significa affatto che tutti ne beneficino.
L’apertura delle economie ha prodotto enormi quantità di ricchezza, ma anche perdenti. Interi settori manifatturieri americani sono stati travolti dalla concorrenza internazionale. Fabbriche hanno chiuso, comunità industriali sono decadute, lavoratori con impieghi relativamente ben pagati si sono ritrovati disoccupati o costretti ad accettare lavori peggiori.
Nel frattempo vedevano proprietari del capitale, azionisti, dirigenti e lavoratori altamente qualificati diventare enormemente più ricchi.
Andare da chi ha perso il lavoro e spiegargli che il PIL nazionale è aumentato grazie al vantaggio comparato significa non avere capito il problema.
Il grande errore della globalizzazione non è stato far crescere la torta. È stato distribuire male le nuove fette e compensare troppo poco chi sopportava i costi della trasformazione.
Ed è precisamente in questo fallimento che prospera Trump. Ma sarebbe un errore considerarlo un fenomeno esclusivamente americano. In forme e intensità diverse, la stessa rivolta attraversa ormai buona parte dell’Occidente: da Nigel Farage nel Regno Unito all’AfD in Germania, fino, in Italia, a Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Roberto Vannacci e, pur provenendo da una storia politica diversa, al Movimento 5 Stelle.
Non propongono tutti le stesse politiche di Trump, naturalmente. Ma intercettano una parte dello stesso malessere: la sensazione che globalizzazione, immigrazione e apertura dei mercati abbiano prodotto grandi vincitori, mentre i costi siano stati scaricati soprattutto su determinate categorie sociali.
E liquidare tutto questo come ignoranza, razzismo o arretratezza sarebbe un errore.
La critica non è interamente sbagliata. È soprattutto la ricetta a esserlo.
La storia offre molti esempi di diagnosi almeno parzialmente corrette accompagnate da terapie disastrose. Marx individuò contraddizioni reali del capitalismo ottocentesco: concentrazione della ricchezza, sfruttamento, enorme squilibrio di potere tra capitale e lavoro. Che una parte della sua diagnosi fosse fondata non significa che lo fossero la previsione del collasso inevitabile del capitalismo o, tantomeno, le soluzioni politiche costruite successivamente in suo nome.
Qualcosa di analogo accade oggi. Trump e le nuove destre hanno ragione quando indicano alcuni perdenti reali della globalizzazione, quando denunciano l’abbandono di comunità deindustrializzate e quando sostengono che l’immigrazione debba essere governata invece di essere semplicemente subita.
Hanno torto quando da questa diagnosi deducono che la soluzione sia trasformare nuovamente l’economia mondiale in una lotta nella quale, per far vincere noi, bisogna necessariamente far perdere qualcun altro.
La loro risposta è politicamente formidabile perché offre colpevoli facilmente identificabili: il cinese che produce la tua automobile, il messicano che attraversa la frontiera, l’europeo che vende agli Stati Uniti più merci di quante ne compri.
Ma la cura — muri, deportazioni indiscriminate, protezionismo e dazi — rischia di impoverire proprio coloro che pretende di proteggere.
Il problema esiste. La diagnosi populista ne coglie una parte. È la medicina che rischia di uccidere il paziente.
La risposta dovrebbe essere opposta: mantenere aperta l’economia e utilizzare una parte maggiore della ricchezza prodotta per aiutare chi rischia di perdere nella trasformazione.
Non attraverso una dipendenza permanente dai sussidi, ma investendo in ciò che permette alle persone di ripartire: sanità accessibile, istruzione universitaria gratuita o quasi, formazione e riqualificazione professionale, asili, trasporti pubblici efficienti, edilizia sociale e investimenti nelle comunità colpite dalla deindustrializzazione.
E questo significa chiedere un contributo maggiore a chi dalla crescita ha beneficiato di più: grandi redditi e patrimoni, grandi successioni e imprese altamente redditizie.
Il capitalismo e la globalizzazione hanno dimostrato una capacità straordinaria di creare ricchezza. Molto meno quella di distribuirne spontaneamente i benefici. La risposta intelligente non è smontare il meccanismo che fa crescere la torta. È fare in modo che quella crescita raggiunga anche chi rischia di rimanere indietro.
Perché il fallimento degli ultimi decenni non è stato credere nel win-win. È stato accontentarsi che fosse win-win nelle statistiche aggregate mentre, per milioni di persone, rimaneva concretamente win-lose.
Trump e i suoi imitatori offrono loro una risposta semplice: per tornare a vincere, bisogna far perdere qualcun altro.
La risposta migliore è più difficile, ma anche molto più ambiziosa: possiamo vincere insieme. Facciamo crescere la torta, ma distribuiamone molto meglio le nuove fette.
