
Il problema di certi ragionamenti è che si tende ad associare automaticamente un fatto a un altro per sostenere la propria tesi. Seguendo questa logica, qualcuno potrebbe dire: “Alcuni poliziotti sono stati condannati per casi come Aldrovandi, Cucchi o Diaz, quindi tutti i poliziotti sono criminali”. Ma sarebbe un ragionamento sbagliato. Allo stesso modo è sbagliato fare il contrario: difendere automaticamente chiunque indossi una divisa senza aspettare che i fatti vengano chiariti. Le responsabilità sono individuali, non collettive. Se un appartenente alle forze dell’ordine sbaglia, deve risponderne; se invece ha agito correttamente, deve essere riconosciuto. Il caso di Fakir, come ogni altro caso, deve essere valutato sulla base delle prove e delle indagini, non attraverso pregiudizi o slogan. Dire “sempre dalla parte della polizia” a prescindere non è giustizia, così come non lo è essere sempre contro le forze dell’ordine. Poliziotti e carabinieri sono persone: ci sono professionisti che ogni giorno fanno il loro dovere con coraggio e sacrificio, e ci sono stati casi in cui alcuni hanno commesso errori gravi. Proprio per questo serve un controllo indipendente: non per attaccare le forze dell’ordine, ma per garantire la verità e tutelare la fiducia nelle istituzioni.
Le responsabilità penali e disciplinari sono sempre personali, e difendere o condannare a prescindere le forze dell’ordine tradisce i principi di uno stato di diritto. Il dibattito pubblico sulla morte di Abderrahim Fakir dimostra proprio quanto sia necessario evitare la strumentalizzazione politica e attendere il lavoro della magistratura.
Sulla vicenda, la Procura di Bologna ha aperto un’inchiesta. Al momento, i magistrati stanno lavorando per chiarire l’esatta dinamica di quanto accaduto, vagliando i filmati e i dettagli dell’intervento. Parallelamente, la famiglia ha preso le distanze da chi ha tentato di strumentalizzare la tragedia per provocare scontri, affidando l’incarico al legale Fabio Anselmo per arrivare alla verità.