
La Destra e pure sinistra ha scoperto improvvisamente che una legge elettorale può avere un difetto imperdonabile: costringerla a dire la verità prima del voto.
Non dopo, quando cominciano le trattative, le consultazioni, i tavoli, i caminetti e la solita lotteria dei nomi. Prima. Davanti agli elettori. Il primo mattone della nuova legge elettorale è stato posato alla Camera, dove l’articolo 1 è stato approvato con 208 voti favorevoli, 143 contrari e tre astenuti.
Il cuore della riforma è un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza: 70 deputati e 35 senatori andrebbero alla lista o alla coalizione capace di raggiungere almeno il 42% dei consensi. L’obiettivo dichiarato è evitare che il responso delle urne venga smontato il giorno successivo nei palazzi romani.
Ma il vero detonatore politico non è soltanto il premio.
È l’obbligo, per ogni coalizione, di indicare la persona che intende proporre al Presidente della Repubblica per la guida del Governo. Nessuna elezione diretta del Premier e nessuna invasione delle prerogative del Quirinale: il Capo dello Stato continuerà a esercitare le funzioni previste dalla Costituzione.
Molto più semplicemente, gli italiani sapranno prima del voto chi ambisce a entrare a Palazzo Chigi. Una piccola rivoluzione di trasparenza che agita soprattutto il centrosinistra. I contrari hanno parlato di “premierato mascherato”, tentando di cancellare la previsione. Il sospetto è che il problema non sia costituzionale ma terribilmente politico: la nuova regola impedisce al campo largo di continuare a traccheggiare.
Fino a oggi la coalizione progressista ha vissuto grazie a una formula comoda quanto inconsistente: tutti insieme contro chi governa.
Poi si vedrà.
Prima si organizza la manifestazione, si prepara il palco, si scatta la fotografia di gruppo e si scrive un comunicato abbastanza generico da non scontentare nessuno. Solo in seguito, possibilmente dopo le elezioni, si affrontano i dettagli. Tra questi, un particolare insignificante: chi dovrebbe governare l’Italia. Con la nuova legge questo giochino diventerebbe molto più complicato.
Elly e Conte non potrebbero più sorridere uno accanto all’altra mentre entrambi coltivano l’ambizione di guidare la coalizione. Uno dei due dovrebbe accettare di farsi da parte. Oppure bisognerebbe tirare fuori dal cilindro un terzo nome, il famoso “Papa straniero” che serve a non far vincere nessuno dei contendenti.
Solo che anche questa soluzione avrebbe qualche controindicazione.
Elly guida il partito con il maggior numero di voti del campo largo e difficilmente potrebbe presentarsi ai suoi elettori annunciando di voler sostenere Conte.
L’ex Presidente del Consiglio, dal canto suo, non sembra intenzionato a recitare il ruolo del gregario. Dopo la vittoria del NO al referendum ha rilanciato l’idea delle primarie, terreno sul quale potrebbe rivendicare il proprio peso politico e personale.
Elly si è dichiarata disponibile alla consultazione, ma tra il pronunciare la parola primarie e accettarne davvero il risultato passa un oceano.
E poi ci sono gli altri.
Calenda, Fratoianni, Bonelli, i sindaci trasformati periodicamente in possibili candidati nazionali e tutti i cespugli che compongono la grande foresta progressista. Ognuno pretende di contare ma nessuno vuole essere contato.
Ognuno pone condizioni, veti e confini invalicabili. La coalizione che dovrebbe scegliere un solo candidato Premier fatica persino a stabilire con precisione quali partiti ne facciano parte. La questione del nome, inoltre, non può essere separata da quella del programma. Conte e Elly non sono divisi soltanto da una rivalità personale.
Sul sostegno militare all’Ucraina, sulla politica internazionale, sull’Europa, sul rapporto con la Nato, sulle infrastrutture e sulla politica economica emergono continuamente differenze che vengono nascoste sotto il tappeto dell’anti governo MELONI. Finché l’unico obiettivo è occupare insieme una piazza, il problema può essere aggirato. Quando si tratta di indicare il capo del Governo, invece, la finzione diventa più difficile da sostenere. E a proposito di programma ha parlato proprio Elly in una intervista a Repubblica.
“Sono tre anni che facciamo proposte unitarie in Parlamento sui bisogni concreti dei cittadini. Salario minimo, congedo paritario, politiche industriali per far ripartire la crescita e ridurre le bollette, su sanità, trasporto pubblico locale, scuola, ricerca e università che loro hanno tagliato, facendo finire nella palude le nostre proposte, senza neanche avere il coraggio di votare contro. Si sa già cosa faremo appena vinceremo le elezioni.
I tasselli per il futuro alternativo dell’Italia li abbiamo messi”. Ma la parte più divertente è un’altra.
Sì, perchè Elly ha sottolineato poco dopo: “Noi ci vediamo e sentiamo quasi tutti i giorni per discutere di questi temi, è un lavoro che ora si intensificherà e da settembre faremo con tutte le forze della nostra alleanza ma non dovrà essere limitato alle sole forze politiche: bisognerà coinvolgere le persone, le associazioni, il mondo sindacale e produttivo per completare un programma in grado di rispondere alle sfide del Paese”.
Avete letto bene: a settembre. In queste ore chiedono elezioni anticipate e crisi di Governo ma il programma arriverà solo a settembre.
Dopo le ferie.
CASA RIFORMISTA HA GIA PRESENTATO IL SUO PRPGRAMMA! E CHI NELLA COALIZIONE! IN CASO DI VITTORIA! CHI PRENDE UN VOTO IN PIU! IL LEADER DE PARTITO VINCITORE ! SARA IL CANDIATO A PRIMO MINISTRO.
PURE: Il centrodestra, con tutte le sue tensioni, almeno dispone di un meccanismo politico riconoscibile: guida la coalizione il leader del partito che prende più voti. È avvenuto nel 2022 con la Meloni e nessuno, dopo l’apertura delle urne, ha dovuto convocare le primarie, consultare i militanti o cercare un tecnico disposto a mettere d’accordo tutti. A sinistra, invece, l’indicazione preventiva del candidato Premier viene raccontata quasi come un attentato alla democrazia.
Curioso. Chiedere ai partiti di spiegare agli italiani chi vogliono portare a Palazzo Chigi dovrebbe essere il minimo sindacale della politica. Non significa sottrarre poteri al Presidente della Repubblica ma togliere margini agli specialisti dell’ambiguità. È questo che la nuova legge elettorale rischia di smascherare. Il campo largo non è ancora una coalizione pronta a governare ma un’alleanza elettorale costruita soprattutto per mandare a casa la Meloni. Non ha un leader riconosciuto, non ha un programma realmente condiviso e non ha ancora deciso neppure dove terminino i suoi confini. Ora, però, il tempo delle fotografie potrebbe finire. Elly e Conte dovranno uscire allo scoperto. Dovranno scegliere se sfidarsi, accordarsi oppure affidarsi a un terzo nome. E dovranno farlo prima delle elezioni non nel retrobottega del giorno dopo. Ecco perché la riforma fa tanta paura alla sinistra. Non perché limita la scelta degli elettori ma perché finalmente la rende più chiara. ALMENO IN QUESTO FATTORE IN DISCUSIONE NEL POST.