
C’è un genere letterario che in Italia non morirà mai: la favola dell’uomo potente che non sa mai niente. Non vede, non sente, non ricorda, non interviene, non decide. Però, curiosamente, tutti gli passano accanto, tutti lo evocano, tutti lo tirano in ballo, tutti sembrano muoversi intorno al suo mondo. E lui? Lui resta sempre lì, candido, immacolato, quasi offeso dal fatto che qualcuno osi porgli una domanda.
Il racconto di Claudia Majolo, riportato da Simone Di Meo su Libero, è politicamente interessante proprio per questo: non perché emetta sentenze, ma perché accende l’ennesima luce su un ambiente che per anni ci è stato presentato come il tempio della trasparenza, della legalità, dell’uno vale uno e delle mani pulite anche quando stringevano quelle giuste.
Luca Di Donna, l’avvocato delle consulenze Covid, viene descritto come uomo prudente, anzi prudentissimo: cellulari consegnati al cameriere, messaggi ridotti all’osso, WhatsApp usato come fosse una stanza imbottita. Una vita normale, insomma. Chi di noi, andando a cena con amici, non lascia il telefono al cameriere per paura delle intercettazioni?
Poi c’è il rapporto con Conte. O meglio, il non-rapporto. Perché nella saga contiana i rapporti esistono finché sono utili al curriculum, poi evaporano appena diventano scomodi. Stesso studio, stesso maestro, stesso ambiente professionale, stesse conoscenze: ma guai a pensare che tutto questo possa significare qualcosa. Sarebbe fango. Sarebbe propaganda. Sarebbe l’ennesimo attacco al povero avvocato del popolo, sempre circondato da coincidenze e mai da responsabilità.
La parte più gustosa, se non fosse seria, è quella della candidatura grillina della Majolo. Vince, sembra destinata alla Camera, poi improvvisamente viene esclusa. Motivo ufficiale: vecchi post su Berlusconi. Magnifico. Nel Movimento che ha cambiato idea su tutto, dalle alleanze alla Nato, dal Pd ai due mandati, il vero peccato mortale sarebbe un post di dieci anni prima. La coerenza, quando serve, diventa mannaia.
E quando Majolo incontra Conte sotto casa, lui — secondo il racconto — non chiede chi sia, non cade dalle nuvole, non mostra stupore. Risponde: “So chi è lei”. Ecco, appunto. Il problema è sempre questo: sanno quando conviene, dimenticano quando serve.
Naturalmente nessuno condanna nessuno. Ma una domanda resta, semplice e fastidiosa: quante coincidenze servono prima che diventino un sistema?
Perché Conte può anche continuare a recitare la parte del perseguitato elegante, del professore assediato, del martire con la pochette. Ma prima o poi la politica dovrebbe smettere di vivere di nebbia.
E la memoria degli italiani, per fortuna, non sempre si consegna al cameriere.