Il 30 giugno, è scaduto il termine fissato dal PNRR per la realizzazione delle Case di Comunità, il nuovo pilastro della sanità territoriale, finanziate con oltre 2 miliardi di euro. Secondo gli obiettivi minimi, entro questa data avrebbero dovuto essere aperte oltre mille Case di Comunità, sulle 1.717 previste. Per il ministro Schillaci, il traguardo è stato raggiunto. Ma è davvero così? Gli ultimi dati certi disponibili, pubblicati da Agenas e riferiti al 31 dicembre 2025, raccontano una situazione diversa e preoccupante. Le mura delle strutture in gran parte ci sono, ma il problema principale riguarda medici, infermieri e operatori sanitari. Secondo quei dati, alla fine dello scorso anno, appena il 4% delle Case di Comunità (66 in tutta Italia, di cui 22 in Lombardia) risultava pienamente operativo e dotato di tutto il personale necessario. Un ulteriore 13% era sì operativo, ma senza il personale indispensabile a garantire tutti i servizi previsti. È vero, quei dati non sono aggiornati. Ma la corsa dell’ultimo minuto, dopo la bocciatura del decreto Schillaci che avrebbe dovuto riformare la medicina di base, per raggiungere un’intesa in Conferenza Stato-Regioni sulla presenza dei medici di famiglia nelle nuove Case di Comunità dimostra che il problema è tutt’altro che risolto. A confermarlo è stato lo stesso assessore Bertolaso, che ha definito quell’accordo un semplice «pannicello caldo», difficilmente risolutivo. Sulla carta, le Case di Comunità dovrebbero alleggerire la pressione sugli ospedali, creando una rete capillare di assistenza sociosanitaria sul territorio. Senza il personale necessario, però, rischiano di trasformarsi in costosissime scatole vuote: cattedrali nel deserto incapaci di offrire ai cittadini i servizi per cui sono state pensate. Le Case di Comunità rappresentano un’opportunità fondamentale per il futuro della nostra sanità. Proprio per questo sarebbe un errore gravissimo trasformarle nell’ennesima occasione mancata. Le grandi trasformazioni, però, richiedono visione e coraggio. Esattamente ciò che manca a Giorgia Meloni e al suo Esecutivo che proclama e poi, alla prima resistenza, si ritira in buon ordine. Vogliono durare, ma di governare non se ne parla proprio.

Sono i conti alla meloni. I poveri aumentano ma l’economia sta bene, i canili albanesi funzionano ma gli sbarchi aumentano, l’inflazione e’ alta ma perché siamo ricchi