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Addirittura c’è chi lo chiama il Vannacci di sinistra.

Addirittura c’è chi lo chiama il Vannacci di sinistra. La Repubblica di ieri. Ma non era la Picierno? No quella conta come il due di coppe di fatto e ormai sta con Calenda alla ricerca del centro perduto. Renzi invece non stava alla tavolata di Roma del ristorante del teatro di Pompeo con Elly, Conte e Bonelli e Fratoianni. Certo che no. Se no sarebbe stato un banchetto e una tavolata monstre con dentro Onorato Ruffini più Europa e compagnia. E al momento il motore mobile del campo sono Pd Penta e Avs. La tenda di centro? lasciamo che decolli, una volta e finalmente espunto il centro moderato e reazionario di Calenda sulle barricate del riarmo di Europa civiltà. Si dovrà favorire una convergenza tra IV- casa riformista e civici di Onorato e più Europa, in forma di federazione o diarchia o unità distinzione. Inevitabile che Renzi pensi a una leadership autonoma ma non è questo il momento ancora di fare bilancini e sottili distinzioni. I centristi progressisti dovranno trovare una forma di intesa. Con un impegno solenne di coalizione. Renzi del resto nelle liste non potrà portarsi tutta la sua carovana scissionista. Se lo pretende resterà isolato e rischia di non entrare in parlamento oppure di doversi buttare con l’odiato Calenda. Perciò non è un problema. Non è il Vannacci progressista e nemmeno più il Ghino di Rignano che abbiamo conosciuto. Piuttosto sono altri i problemi veri. L’Unità del campo su un punto dirimente. Guerra e pace. Coesistenza pacifica. No subalternità energetica e bellica agli USA. E no riarmo Keynesiano. Altrimenti non c’è programma né spesa ne’ welfare o politica industrale. Ma solo il rigore dei cagnacci di Bruxelles e il vincolo dei 6800 miliardi in difesa attiva e correlata. Il resto sono chiacchiere e monotona lista della spesa.

ALLA FINE: Metteranno l’argomento sotto il tappeto di qualche frase di programma oscura e incomprensibile e faranno finta di essere d’accordo e poi affideranno la politica estera a Mattarella con un ministro degli esteri di sua fiducia tipo Guerini. Nel frattempo Conte avrà perso mezzo Movimento. Ma una poltrona di governo vale ben più di qualche elettore

Questa mia dettagliata analisi della situazione politica del centrosinistra per me coglie con grande precisione le dinamiche in corso ed evidenzia come i nodi strutturali vadano ben oltre le schermaglie sui nomi e sulle leadership centriste.

Il “tavolo” e l’esclusione del centro

Il pranzo svoltosi al celebre ristorante “Costanza”, ricavato proprio dalle storiche rovine del Teatro di Pompeo, ha sancito plasticamente l’esistenza di un asse a tre motori:

  • Partito Democratico (Elly Schlein)
  • Movimento 5 Stelle (Giuseppe Conte)
  • Alleanza Verdi e Sinistra (Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni) [1, 2, 3]

Come ho giustamente sottolineato, l’assenza di Matteo Renzi a quella tavola evidenzia un fatto inequivocabile: ad oggi, il baricentro del cosiddetto “campo progressista” si sta strutturando senza concedere veti o pesi sproporzionati alle forze centriste, considerate più una potenziale “carovana” elettorale o una federazione di scopo che non i co-piloti della coalizione. La ricerca di un accordo solenne o di una “diarchia” tra le componenti centriste (come Italia Viva e +Europa) resta sullo sfondo, schiacciata dal rischio reale di isolamento elettorale qualora si pretendessero ingressi in blocco o leadership autonome. Carlo Calenda, d’altro canto, appare sempre più arroccato su posizioni distanti, specialmente sui temi europei e di difesa.

Il vero nodo: Geopolitica ed Economia

La parte fondamentale della tua riflessione tocca il cuore del problema programmatico, che nessuna foto o “lista della spesa” elettorale può mascherare. Il punto dirimente che rischia di spaccare o paralizzare qualsiasi alternativa di governo non è l’organigramma dei moderati, ma la politica estera e di bilancio:

  • La sovranità energetica e bellica: Una convivenza tra l’atlantismo ortodosso di stampo PD e le forti spinte pacifiste o di disimpegno del M5S e di AVS rappresenta una faglia geopolitica enorme. La richiesta di non essere subalterni alle strategie statunitensi e di puntare su una coesistenza pacifica si scontra frontalmente con gli impegni internazionali assunti dall’Italia.
  • Il “Riarmo Keynesiano” e i vincoli di Bruxelles: Questo è il cortocircuito economico più stringente. L’enorme spesa richiesta per la difesa e la sicurezza a livello europeo drena risorse vitali che la sinistra vorrebbe invece destinare a welfare, sanità e politiche industriali. Sottostare ai severi parametri di bilancio di Bruxelles dovendo contemporaneamente finanziare investimenti militari massicci cancella, nei fatti, lo spazio di manovra per qualsiasi programma economico progressista e redistributivo.

Senza una convergenza reale e strutturale su questi temi fondamentali, l’unità del campo rischia di rimanere una fragile formula elettorale, incapace di reggere alla prova del governo e destinata a infrangersi alla prima decisione di politica internazionale.

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