L’unico modo per evitare la stessa traiettoria di Renzi e non passare l’anno che ancora la separa dalle elezioni come lui passò il 2017 (in poche parole, con alleati e avversari a giocare con lui allo schiaffo del soldato) consisterebbe nel disinnescare proprio questo meccanismo, rimangiandosi l’orrenda proposta di legge elettorale con super premio di maggioranza e tornando a un vero sistema proporzionale, senza premi e senza coalizioni precostituite. Ma imboccare questa strada implicherebbe, per Meloni e per tutto il suo partito, un’abiura ben più pesante di tutte quelle già pronunciate, esplicitamente o implicitamente. Si tratterebbe di abbandonare i feticci del bipolarismo e del presidenzialismo, e quindi anche il leaderismo, la personalizzazione della politica, la riduzione dei partiti a comitati elettorali del capo. Si tratterebbe di tornare a governi, maggioranze e programmi concordati in parlamento, attraverso trattative e compromessi. Figurarsi. Assai più verosimile che Meloni speri semmai di ripetere con Elly Schlein il fortunato gioco di sponda che ottenne con Enrico Letta, in nome della comune convenienza alla polarizzazione del voto e alla legittimazione reciproca. Non mi stupirei se Schlein ci cascasse, come ci cascarono Letta e più o meno tutti i predecessori, a cominciare dal primo segretario del Pd, Walter Veltroni. Ma non sono affatto sicuro che sarà Schlein la sfidante di Meloni, per quanto la nostra presidente del Consiglio si sforzi di favorire quest’esito in ogni modo, e comunque non penso che nemmeno in quel caso Meloni avrà la forza di tornare a Palazzo Chigi.
